Ecco perché la minore crescita del pil attesa dall’Istat deve farci preoccupare

Il taglio delle stime sul pil dell'Italia da parte dell'Istat segnala un indebolimento delle prospettive di crescita della nostra economia. Ecco cosa dovrebbe preoccuparci.

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Il taglio delle stime sul pil dell'Italia da parte dell'Istat segnala un indebolimento delle prospettive di crescita della nostra economia. Ecco cosa dovrebbe preoccuparci.

Stamattina, l’Istat ha rivisto al ribasso la stima definitiva del pil del terzo trimestre, risultato in crescita dello 0,2% sui 3 mesi precedenti, anziché dello 0,3% preliminarmente pubblicato a novembre, mentre su base annua è salito dello 0,8% (da +0,9%). Per l’intero 2015, poi, l’istituto ha tagliato le previsioni sull’economia italiana, che dovrebbe espandersi dello 0,8%, meno del +0,9% atteso e confermato dal governo Renzi. La differenza di uno zero virgola non sarebbe di alcun interesse, se non fosse che segnala il progressivo indebolimento di una ripresa già anemica, dopo che tra il 2007 e il 2014, l’Italia ha già perso il 9% di pil, in termini reali. Le distanze con le principali economie dell’Eurozona aumentano, anziché ridursi, perché la Germania crescerà quest’anno non meno dell’1,6% e persino la malconcia Francia dell’1%. Per non parlare della Spagna, che dovrebbe vedere aumentare il suo pil intorno al 3%.

Ripresa Italia a rischio con crisi emergenti

Il dato odierno, ovvero la revisione al ribasso delle stime di crescita, rappresentano fonte di preoccupazione anche per l’anno prossimo, quando il pil è atteso irrobustirsi di un altro 1,4-1,6%. Anche questi numeri potrebbero dovere essere limati, in conseguenza dell’indebolimento delle economie emergenti, che riducono così la loro domanda di beni e servizi dal nostro paese, come dagli altri. E, infatti, a livello congiunturale, nel terzo trimestre abbiamo registrato un aumento delle importazioni dello 0,5% e un calo delle esportazioni dello 0,8%. Dunque, la domanda estera netta ha apportato un contributo negativo dello 0,4%. E pensare che la vera crisi delle economie emergenti starebbe dispiegando i suoi effetti più duri proprio negli ultimi mesi, per cui potremmo assistere a un ulteriore rallentamento della crescita del pil nell’ultimo trimestre dell’anno, se non a un vero suo azzeramento. Sinora, il Jobs Act, ossia l’incentivo dell’occupazione stabile e la maggiore flessibilità per i contratti a tempo indeterminato, ha giocato un ruolo forse determinante per la ripresa dell’occupazione e il contestuale calo della disoccupazione, scesa in ottobre all’11,5% dal picco record del 13% toccato nel corso dell’anno.

       

Disoccupazione Italia potrebbe non diminuire più

Ma anche in questo caso, i dati iniziano a segnalare che parte dei minori disoccupati è dovuta alla minore occupazione e alla crescita degli inattivi, cioè di coloro che non lavorano e non cercano un impiego, scoraggiati dal non poterlo trovare. Il loro numero è cresciuto in un anno di 196 mila unità 2 mesi fa, mentre gli occupati sono aumentati su base annua di 75 mila unità, ma diminuiti di 39 mila su settembre. Senza una crescita dell’economia, ovvero della produzione e dei consumi interni, non ci sarà Jobs Act che tenga. L’occupazione potrà crescere solo se la ripresa accelererà, non certo se andrà verso lo spegnimento.

Conti pubblici a rischio

Il taglio delle stime dell’Istat è preoccupante anche per un’altra ragione. La crescita acquisita al settembre scorso per il 2015 è dello 0,6%, nel senso che l’Italia crescerebbe di questa percentuale in tutto l’esercizio, se negli ultimi 3 mesi dell’anno dovesse registrare una variazione congiunturale nulla del pil, ipotesi da non escludere, ahinoi! Affinché sia centrato il target del governo (+0,9%), serve un’accelerazione. Ma perché è importante centrare gli obiettivi fissati da Palazzo Chigi? Perché sulle sue previsioni di crescita si fondano quelle sui conti pubblici, già al limite del richiamo da parte della Commissione europea, che ha deciso di rinviare alla primavera prossima il giudizio sulla legge di stabilità, che sfrutta al massimo la flessibilità concessa da Bruxelles, ma al fine di tagliare le imposte in deficit. Metà della manovra, infatti, è costruita a debito.        

Crescita economica nominale a -0,3% da stime ufficiali

Ora, se lo scostamento tra realtà e previsioni riguardasse solo il pil per lo 0,1%, non sarebbe un problema da impensierire qualcuno, ma il punto è che l’Istat stima per quest’anno un’inflazione acquisita al mese di novembre dello 0,1%, mentre il governo Renzi pronostica un +0,3% per l’intero anno.

Considerando che siamo agli sgoccioli del 2015, il target ufficiale appare abbastanza remoto da conseguirsi. Teniamo conto che la crescita nominale dell’economia è data dalla somma tra quella del pil e quella dell’inflazione, per cui ci troviamo complessivamente a uno scostamento tra stime ufficiali e quelle che stanno emergendo dall’andamento reale dello 0,3%, sufficiente per fare sballare i conti sul deficit dello 0,1%, pari a 1,6 miliardi. Difficilmente, Bruxelles ci concederà di non rispettare nemmeno il minore impegno assunto in corso d’anno. Il problema riguarda l’anno che sta per finire, ma anche il prossimo, qualora si rafforzassero le criticità internazionali sul fronte della crescita e si ravvisasse un impatto negativo sul pil e sull’inflazione dell’Eurozona, Italia inclusa. Altro che politica fiscale espansiva, taglio delle tasse a debito e altre misure di spesa. L’Italia potrebbe subire il contraccolpo di una stagnazione delle economie avanzate, che ci farebbe rimanere fermi per diversi trimestri, lontani dall’uscita di una crisi iniziata ormai oltre 7 anni fa e di cui non si intravede la fine. Potrebbe rendersi necessaria una manovra aggiuntiva da parte del governo, che certamente sarà smentita fino al giorno del suo varo.

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