Ecco perché il Jobs Act (non) funziona

A 6 mesi dal Jobs Act, è tempo di farci delle domande: funziona o no? Ha migliorato il mercato del lavoro? Ha favorito l'occupazione giovanile e non? I numeri ci daranno queste risposte.

di , pubblicato il
A 6 mesi dal Jobs Act, è tempo di farci delle domande: funziona o no? Ha migliorato il mercato del lavoro? Ha favorito l'occupazione giovanile e non? I numeri ci daranno queste risposte.

A 6 mesi da una delle riforme più importanti effettuate dal governo Renzi, una domanda ci ossessiona: ma il Jobs Act funziona o no? Stando ai numeri sulla disoccupazione sembrerebbe di no, eppure il Jobs Act non sembra essere nato per favorire l’occupazione in primis, bensì per trasformare il lavoro precario in lavoro a tempo indeterminato. E forse su questo il Jobs Act funziona, visto che è stata la spinta necessaria affinché questa conversione sperata dai giovani (e non solo) di tutto il Paese potesse svolgersi. Eppure il Jobs Act continua a ricevere critiche, a volte costruttive, come quella del presidente della commissione Lavoro alla Camera Cesare Damiano, che afferma come il governo, non ascoltando i suggerimenti della sua commissione, abbia perso un treno importante per migliorare quello che ancora non va nel Jobs Act. C’è sempre tempo per le correzioni, però.  

Perché il Jobs Act non funziona

La disoccupazione non cala, neppure quella giovanile e l’occupazione generale scende. Numeri shock per la disoccupazione in Italia, numeri che però non cambiano una virgola rispetto a 6 mesi fa, quando il Jobs Act ancora non c’era. Il PIL avanza come una tartaruga con pesi di piombo attaccati alle zampette (+0,2% nel secondo trimestre 2015) e una crescita che non arriva, anche se si spera che negli ultimi due trimestri il prodotto interno lordo possa avanzare fino allo 0,7%. Almeno. Sarebbe la spinta necessaria, forse, per favorire l’occupazione giovanile e non solo. “Non solo” perché anche quella generale cala e questo è ben più grave. Sì, numeri che non fanno ben sperare, nonostante il Jobs Act che qualcuno afferma avere già fallito. Il tasso di disoccupazione è però fermo al 12,7%, mentre la disoccupazione giovanile raggiunge cifre record, come quel 44,2% che pesa come una mannaia sulla gola del governo. Non va meglio se guardiamo all’occupazione: quella giovanile è ferma al 14,5%, mentre quella generale è scesa al 55,8%. I dati Istat non premiano il Jobs Act, soprattutto se si considera che a fine giugno, ovvero nel primo trimestre di vita del provvedimento sul lavoro, si registravano ben 85 mila disoccupati in più rispetto a fine giugno 2014.

Se si va avanti così, l’obiettivo proposto da Renzi di raggiungere 800 mila assunzioni in 3 anni sembra quasi impossibile.  

Perché il Jobs Act funziona

800 mila impieghi in 3 anni, certo, probabilmente sarà un obiettivo che non sarà mai raggiunto, ma il vero scopo del Jobs Act, con ogni probabilità, era quello di far firmare dei contratti: ovvero, trasformare il lavoro precario in lavoro a tempo indeterminato. In cambio di incentivi per 1,9 miliardi di euro. Il fatto è che sotto questo aspetto il Jobs Act funziona e sono altri dati a testimoniarlo: sono quelli del ministero del Lavoro diffusi la scorsa settimana, che hanno segnalato come nei primi 7 mesi del 2015 siano stati sottoscritti 117 mila contratti a tempo indeterminato e ben 210 mila conversioni di lavoro precario in tempo indeterminato, vale a dire il 40% di conversioni in più rispetto allo stesso periodo nel 2014.   Lo scopo del Jobs Act, o comunque uno degli scopi principali, era quello di introdurre quasi subdolamente un termine nel mondo del lavoro di oggi: la stabilità. Dare un calcio al precariato e abbracciare il proprio contratto a tempo indeterminato. Peccato però che a volte le cose non sono come sembrano e che un contratto a tempo indeterminato, oggi, possa nascondere alcune magagne – ma questo dipende dal datore di lavoro che sì approfitta dei benefici, ma di certo potrebbe prendersi la briga di non avvantaggiare il suo lavoratore. Cosa succede però adesso? Succede che gli incentivi stanno per finire e che molto probabilmente anche le conversioni in contratti a tempo indeterminato subiranno una brusca frenata.

E poi, c’è sempre quel 55% di occupazione che pesa sulle nostre teste, un numero che sfigura di fronte all’80% che si registra in Germania e Regno Unito.   Quindi: il Jobs Act, nel complesso, funziona o no? Se avete letto l’articolo, vi sarete fatti la vostra idea, che siamo sicuri coincida con la nostra. Sono i numeri a smentire il troppo ottimismo. E anche questo è un fatto.

Argomenti: