Ecco perché il debito pubblico italiano con questi numeri ci condanna all’austerità

Debito pubblico italiano sempre nel mirino dei mercati, malgrado la forte discesa dei rendimenti, a causa del quadro macro-economico allarmante. I numeri ci condannano all'austerità.

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Debito pubblico italiano sempre nel mirino dei mercati, malgrado la forte discesa dei rendimenti, a causa del quadro macro-economico allarmante. I numeri ci condannano all'austerità.

In valore assoluto, il debito pubblico francese ha di poco superato quello italiano al termine del primo trimestre. Per soli circa 300 milioni di euro (2.358,9 contro 2.358,5 miliardi), la palma di stato europeo con il debito sovrano più alto viene strappata a Roma da Parigi, che adesso detiene il terzo stock più alto dopo USA e Giappone. Eppure, non abbiamo alcunché di cui andare orgogliosi, anche perché nessuno ha osato prendere spunto da questo dato per bacchettare la Francia.

E non si tratta di una disparità di trattamento, in quanto semplicemente il rapporto debito/pil transalpino resta sotto il 100%, quello italiano viaggia in area 133%. E ancora peggio, il nostro rapporto tende a crescere, mentre quello francese arretra o tende a stabilizzarsi.

Se il debito pubblico italiano preoccupa persino con i tassi a zero

Gli ultimi dati macro di questa settimana hanno incupito il quadro. Il pil nel secondo trimestre non è variato, l’inflazione a luglio è scesa allo 0,5% e quella acquisita per i primi 7 mesi dell’anno è stata dello 0,7%. Poiché tutti gli istituti statistici nazionali ed esteri si aspettano per l’intero 2019 una crescita reale dell’Italia attorno allo zero, questo significa che il pil nominale quest’anno, se tutto andrà bene, salirà meno dell’1%, se non intorno allo 0,8%. Affinché il rapporto debito/pil almeno non continuasse a crescere, servirebbe che anche il debito non aumentasse di oltre tale percentuale.

Deficit basso, ma crescita pil ancora di più

E qui casca l’asino. E’ vero che l’Italia ha un deficit relativamente basso, avendolo fissato al 2% per quest’anno, inferiore all’oltre il 3% della Francia e di diversi decimali rispetto alla Spagna, ma questo continua a risultare superiore al ritmo con cui si espande la nostra economia. Ad esempio, quest’anno il disavanzo fiscale farà sì che il debito cresca dell’1,5%, circa il doppio di quanto ci si aspetti che salga il pil. Due le cose: o accelera la crescita economica o si rendono necessarie misure di austerità fiscale più decise. Il primo obiettivo può perseguirsi nel medio-lungo termine con riforme che rendano più efficiente la Pubblica Amministrazione, che riqualifichino la spesa pubblica con maggiori investimenti e minori voci improduttive, liberalizzino l’economia e abbattano la pressione fiscale.

Quanto al secondo punto, è quello che darebbe qualche frutto più immediato, anche se paradossalmente la riduzione della spesa pubblica e, molto peggio, l’aumento delle imposte finirebbero per colpire proprio la crescita, come se il cane si mordesse la coda. L’aspetto più frustrante può cogliersi con l’annotazione che mai l’Italia si sia rifinanziata sui mercati a tassi così bassi. Ormai, il rendimento medio lordo delle emissioni si aggira intorno all’1%, quando fino alla crisi del 2008 eravamo abituati a pagare la media del 4-5% e sotto la lira eravamo abituati alla doppia cifra. E questo abbattimento dei rendimenti, frutto della politica monetaria ultra-espansiva della BCE, riduce gradualmente la spesa per interessi sul debito (al 3,4% del pil nel 2018) e ci costringe parimenti a registrare minori avanzi primari, a parità di deficit.

La Germania è sulla strada per azzerare gli interessi sul suo debito pubblico

Senza la copertura della BCE (e dell’euro), nemmeno nei sogni più proibiti ci saremmo potuti permettere di indebitarci a costi così bassi. Ma anche questa fase d’oro sui mercati non durerà in eterno e se nemmeno con tassi azzerati, cambio debole e petrolio a buon mercato ci siamo mostrati in grado di riprenderci, qualcuno si chiederà ancora una volta come intendiamo crescere in condizioni finanziarie più “normali” e, di conseguenza, come avremmo intenzione di ripagare i debiti in scadenza, se questi continuano a crescere più velocemente di quanto non faccia la nostra ricchezza. Del resto, lo spread sempre nei pressi dei 200 punti ci ricorda che restiamo sotto stretta osservazione, visto che Spagna e Portogallo offrono sui loro titoli a 10 anni solo 70-80 punti in più della Germania.

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  • Stefano ha detto:

    Caro giornalista cambi lavoro, a zappare

  • Marco ha detto:

    A me sembra un’analisi realistica. Voti pure Salvini se crede alle favole così facciamo più debito pubblico o magari usciamo direttamente dall’euro no?

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