Ecco le tre vere ragioni per cui il governo Conte è caduto

La maggioranza "giallo-rossa" si è sfaldata solo in apparenza per le bizzarrie di Matteo Renzi. Dietro vi sono cause ben precise e serie.

di , pubblicato il
La caduta in disgrazia di Giuseppe Conte

Il banchetto improvvisato da Giuseppe Conte a Piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi e con la penosa regia di Rocco Casalino, è stata l’immagine emblematica dell’improvvisa caduta in disgrazia di un premier politicamente amorfo, camaleontico e che con la pandemia aveva sfruttato l’occasione per darsi un tono da statista che non è mai stato. Ufficialmente, negli annali resterà scritto che il suo governo cadde a inizio 2021 per dissidi piuttosto poco comprensibili con un leader della sua maggioranza “giallo-rossa”, quel Matteo Renzi già noto alle cronache per quel suo #Enricostaisereno, twittato pochi giorni prima del tradimento fatale ai danni dell’allora premier.

Ma Conte non è caduto per una qualche bizzarria dei renziani, bensì per precise ragioni prettamente politiche, nel senso più pregnante del termine. Le tensioni nella maggioranza risalgono all’autunno scorso. Fino all’estate, la gestione della pandemia sembrava essere stata, tutto sommato, ferma. L’Italia esibiva certamente il tasso di mortalità tra i più alti al mondo tra i positivi al Covid, ma c’era stata una linea ben precisa che il premier uscente aveva saputo imporre e portare avanti senza tentennamenti, vale a dire quella dei “lockdown” rigidi alla cinese.

C’è davvero l’ombra di Mario Draghi dietro alla possibile crisi del governo Conte a gennaio?

Gli errori fatali di Conte

Finita l’estate, arriva la seconda ondata dei contagi e l’Italia si presenta quasi del tutto impreparata. Nei mesi precedenti, ubriacato dal consenso degli italiani, strettisi attorno alle istituzioni nell’ora più buia, Conte aveva sprecato imperdonabilmente tempo a organizzare sfilate propagandistiche e inutili come gli Stati Generali, a polemizzare con gli avversari su MES e banchi a rotelle e a scaricare sulle regioni le prime crepe della gestione che già si intravedevano.

L’assolutismo contiano dentro la maggioranza iniziava a scricchiolare tra scuole riaperte e richiuse subito dopo ed esplosione dei contagi da nord a sud, ma nel PD la fiducia nel premier restava forte, almeno per necessità.

Senonché, proprio in quelle settimane di autunno Conte inizia a prefigurare uno scenario assai sgradito a tutti i partiti, di maggioranza e opposizione. Incassati i circa 210 miliardi di euro dal Recovery Fund tra sussidi e prestiti, vorrebbe gestirli in proprio, come se fossero un bottino personale e non un’opportunità di rilancio dell’intera Nazione. Impone agli alleati una struttura tecnica composta da sei super-dirigenti, chiaramente tutti di sua nomina, che avrebbero dovuto presidiare le altrettante destinazioni dei fondi per area tematica. Renzi non ci sta e, a differenza (e per conto?) del PD, trova il coraggio di uscire allo scoperto e di chiedere a Conte di far transitare quell’immenso flusso di denaro dai ministeri, in qualità di organi politici e in rappresentanza di interessi più diffusi e palesi. Il premier si oppone con una resistenza spavalda, così come sulla delega sui Servizi Segreti, che ritiene essere cosa sua.

Un secondo punto di rottura riguarda quello che viene definito il “partito cinese” dentro la maggioranza, grosso modo coincidente con il Movimento 5 Stelle. Conte, che deve il suo bis alla benedizione via Twitter dell’ex presidente Donald Trump (vi ricordate “Giuseppi”?), si barcamena tra America e Cina, a tratti facendo emergere una sua preferenza verso quest’ultima sul piano delle relazioni internazionali. Del resto, già nel 2019, quando ancora era alleato della Lega, aveva siglato un accordo con Pechino sulla cosiddetta “Via della Seta”. Gli USA videro in esso un cavallo di Troia per far espandere la sfera d’influenza cinese in Europa. Inaccettabile nell’ambito di una precisa geopolitica, per la quale l’Italia fa parte dell’orbita occidentale e non può certo trasformarsi in uno stato-satellite dell’impero comunista asiatico.

Il programma di Draghi e l’occasione irripetibile in Europa

La fine strategia di Renzi

Il terzo malumore ha riguardato lo scenario ormai quasi certo della creazione di un partito del premier, quella lista “Italia 2023” con cui il premier avrebbe voluto presentarsi alle successive elezioni politiche, alleato da PD e M5S. Il problema stava nei numeri: i consensi di Conte arriverebbero totalmente dai due partiti che lo sostenevano e al Nazareno si è diffuso il panico sulla prospettiva di scendere fin sotto il 15%, così come tra i “grillini” non tira certo aria di allegria nel sapere di rischiare di non beccare la doppia cifra.

A questo punto, Renzi agisce come un “sicario” del PD per indebolire Conte. L’obiettivo di Nicola Zingaretti non era assolutamente di far cadere il governo, semmai di rimodellarlo con un rimpasto che avrebbe sancito un rafforzamento dei partiti ai danni dell’immagine del premier. Ma il governatore del Lazio ha commesso un errore di ingenuità: si è fidato di Renzi. L’ex premier, che per natura non riesce a mantenere la parola e ormai ritiene di non avere nulla da perdere sul piano politico, ha spinto Conte e il PD ad aprire la crisi sulla prospettiva di un semplice cambio di qualche ministro, salvo far saltare il banco appositamente all’ultimo minuto, alzando il prezzo al punto da far fallire il negoziato portato avanti da Roberto Fico su incarico del Quirinale. L’obiettivo era chiaro: giungere a un governo tecnico, di larghe intese o di unità nazionale che dir si voglia, così da mandare a casa Conte e rilanciarsi nella mischia.

Ad oggi, possiamo affermare che Renzi abbia stravinto e che Conte abbia straperso, insieme al PD e a quel che resta dell’M5S. Ma c’è una conseguenza imprevista di questo azzardo: avere rimesso in pista la Lega di Matteo Salvini, che accettando clamorosamente di entrare a far parte del governo, nei fatti torna a riposizionarsi al centro della scena politica con prospettive interessanti per via dell’abbandono ormai palese dell’euro-scetticismo.

Ma siamo sicuri che sia stato un imprevisto o che Renzi non abbia puntato proprio a uno scenario del genere per darsi in futuro il ruolo di potenziale ago della bilancia? Finché Salvini resta su posizioni “sovraniste”, nessun accordo neppure teorico sarebbe possibile mai con lui da parte di Italia Viva, ma se il quadro cambia, tutto diventa possibile. Persino che Renzi, se non ottiene quello che desidera dentro il centro-sinistra, mandi a quel paese gli alleati per dirigersi da un’altra parte. E’ la politica, bellezza. E chi grida al “tradimento” dovrebbe ricordarsi delle giravolte grilline e dello stesso Conte praticamente su tutto.

I retroscena sulle mosse di Renzi e cosa accadrà con la crisi del secondo governo Conte

[email protected] 

Argomenti: , , ,