Ecco la vera ragione della sconfitta del PD e perché la Lega di Salvini è primo partito

Ecco le vere ragioni del tracollo elettorale del PD e del trionfo della Lega di Matteo Salvini. E la sinistra continua a non capire.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco le vere ragioni del tracollo elettorale del PD e del trionfo della Lega di Matteo Salvini. E la sinistra continua a non capire.

Il PD è crollato, non riesce più a vincere nemmeno nella ex regione “super rossa” Toscana, dove ormai su 11 comuni capoluogo, solo 3 sono amministrati dal centro-sinistra. Espugnati tutti i bastioni del sistema PCI-PDS-DS-PD, che aveva retto per 70 anni senza tentennamenti e che aveva beneficiato, in qualche caso, di commistioni con il sistema economico-bancario locale, come nel caso di Siena, dove MPS è stata a lungo una banca gestita quasi direttamente dalle istituzioni locali, attraverso la Fondazione, i cui organi risultano nominati da sindaco, provincia e regione, tutti in mano al centro-sinistra, almeno fino a ieri. Il disastro elettorale non ha attenuanti per quel che resta della sinistra italiana. Non c’è un appiglio a cui aggrapparsi nei dati sui ballottaggi di domenica e nemmeno in quelli del primo turno. Il PD è diventato un’area elettorale residuale del Paese e viene individuato “nemico” comune dagli elettori degli altri due schieramenti: centro-destra e Movimento 5 Stelle.

Governo Lega-5 Stelle, cosa significa la vittoria di Salvini per le misure economiche 

Ma perché il centro-sinistra non c’è più e si sta liquefacendo? Per capirlo, dobbiamo analizzare le ragioni del successo dei due partiti oggi al governo e, in particolare, della Lega di Matteo Salvini. Nel 2013, il Carroccio ancora bossiano ottenne appena il 4% dei consensi, apparentemente destinato all’irrilevanza politica, travolto anche dallo scandalo dei diamanti in Tanzania. Poi, il cambio storico di leadership, sulla quale si nutrirono subito enormi dubbi. Come avrebbe mai potuto un pur ambizioso quarantenne sostituire il grande capo di un trentennio di lotte nordiste? La scommessa parve subito vinta alle elezioni europee del 2014, quando una Lega ormai entrata nell’ottica di partito nazionale avanzò a oltre il 6%. Non un trionfo, ma almeno le acque sembrarono smosse nella giusta direzione. Da lì, una crescita senza sosta, fino ad arrivare al 17,4% del 4 marzo scorso, un risultato oltre le previsioni e, soprattutto, che supera quello di Forza Italia, inchiodata al 14%.

A distanza di nemmeno 4 mesi dalle elezioni politiche, la Lega di Salvini viene accreditata di quasi il 30% dei consensi, salendo a primo partito d’Italia. Impensabile fino a poche settimane fa. Com’è stato possibile? I primi giorni al governo, nelle vesti di vice-premier e ministro dell’Interno, hanno fatto emergere l’animale politico che c’è in lui. Nonostante sia entrato nell’esecutivo come junior partner dei 5 Stelle, si è subito comportato come fosse il premier a capo di un governo monocolore leghista. Ha dettato l’agenda politico-istituzionale e ha rivoluzionato la politica estera, ponendo l’Italia al centro del dibattito in Europa. Tra attacchi ricevuti e lanciati all’indirizzo dell’Eliseo, in particolare, ha fatto emergere la linea italiana dopo anni di inabissamento, di torpore e di atteggiamento remissivo dei governi a marchio PD e, in misura assai minore, di quelli dello stesso centro-destra. Tutto questo, è bene sottolinearlo ancora, in pochi giorni.

La rivoluzione in politica estera del governo Conte

Ora, nessuno intende incensare la linea politica salviniana, giudicabile a seconda delle proprie posizioni. Tuttavia, è innegabile che il leader leghista sia finalmente riuscito a dare all’Italia una politica estera autonoma rispetto ai desiderata di Francia e Germania. Roma non partecipa più ai consessi internazionali nelle vesti di alleato supino e silente di Parigi e Berlino. Al contrario, adesso sono i nostri partner a preoccuparsi di ricercare il nostro consenso e a temere le nostre alleanze ad est e con l’Austria. Addirittura, siamo diventati concausa della crisi politica in Germania in corso, quando sinora era accaduto l’opposto. Tutto questo è stato possibile per il semplice fatto che Salvini non debba rispondere né al PPE, né ai socialisti europei, le due famiglie politiche principali a cui appartengono rispettivamente Forza Italia e PD, i cui governi hanno per questo subito una limitazione del loro raggio d’azione, richiamati all’ordine dalle segreterie di Bruxelles, che a loro volta rispondono alle cancellerie principali.

E Salvini minaccia il taglio ai contributi UE, colpendo gli amici dell’est

L’Italia di Salvini chiede e inizia a ottenere rispetto internazionale. Certo, non basterà battere i pugni sul tavolo, ma almeno abbiamo smesso di inseguire posizioni e interessi estranei alle nostre convenienze nazionali. Gli italiani avevano bisogno da moltissimo tempo di sentirsi rappresentati all’estero senza subordinazione alcuna a logiche sovranazionali. A destra come a sinistra, forte era e forte resta la convinzione che il nostro Paese sia stato maltrattato e che sia sotto-rappresentato negli organismi internazionali, relegato ingiustamente a potenza di terz’ordine. Il PD ha confermato il dubbio con la sua vocazione europeista a prescindere e con il capo chino dei suoi premier a qualsivoglia decisione assunta a Bruxelles. L’Italia del PD è stata esecutrice fedele di ordini impartiti da Parigi e Berlino, partner rispettato nella sua qualità di alleato servile e rassegnato. Non solo sulla questione migranti, con i governi di centro-sinistra non vi è stata mai alcuna resistenza di Roma alle politiche propinate da Bruxelles su spinta franco-tedesca e che sono spesso entrate in contrasto con il nostro interesse nazionale.

Come dimenticare il “bail-in”, la disciplina sui salvataggi bancari, entrata in vigore dal 2016 e che pur molto giusta nella sua impostazione, è finita per colpire principalmente il nostro sistema bancario, dopo che i nostri partner europei hanno per anni salvato le loro banche a colpi di decine e centinaia di miliardi di euro pubblici. Eppure, il governo Letta si mostrava raggiante quando approvò la riforma, inconsapevole e noncurante degli effetti nefasti che avrebbe avuto su istituti gravati dalle più elevate sofferenze d’Europa, in valore assoluto. Matteo Renzi alzò a tratti la voce contro i commissari, ma il tutto rimase all’interno di uno show mediatico senza risvolti pratici. Se è vero che ci è stata concessa tanta flessibilità fiscale negli ultimi anni, non dobbiamo tacere sul mancato rispetto delle regole in Francia e Spagna, dove praticamente il deficit è stato portato sotto il 3% del pil solo di recente, quando l’Italia lo ha fatto sin dal 2012.

La foglia di fico del debito pubblico

Si dirà che abbiamo un grande debito pubblico e che dobbiamo per questo fare i compiti a casa prima e più puntualmente degli altri. Una verità parziale, perché il quadro d’insieme dell’economia ci spiega che la Francia ancora oggi ha una spesa pubblica al 56% del pil, 5 milioni di dipendenti pubblici e pensioni a 62 anni, nonché un mercato dei servizi, in particolare, molto meno aperto e concorrenziale del nostro. Insomma, l’Italia non è sede di tante virtù, ma ancora meno lo sono i nostri cugini d’Oltralpe, gli stessi che hanno preteso per troppi anni di impartirci lezioncine su come gestire i conti pubblici e varare le riforme economiche, anche a mezzo di ridicoli sorrisini in diretta mondiale. L’Italia del PD è stata remissiva, autocritica e fedele anche dinnanzi agli innumerevoli pesci in faccia ricevuti, come le mancate convocazioni ai vertici europei informali e ai quali si sono assunte sempre le vere decisioni vincolanti per tutta l’Eurozona o l’intera UE. Abbiamo subito pochi mesi fa l’onta dello sconfinamento dei gendarmi francesi sul nostro territorio nazionale, come se non fossimo nemmeno più formalmente uno stato sovrano. Dinnanzi a cotanta umiliazione, il PD continua a mostrarsi amico di Emmanuel Macron, vero leader anti-italiano d’Europa e con cui, addirittura, spera (almeno la parte renziana) di presentarsi unito alle elezioni europee.

Perché Salvini è diventato l’unico leader politico italiano e come la sinistra ha rinunciato ad esistere

Salvini sarà antipatico a una buona percentuale di italiani, ma ha l’indubbio merito, insieme agli alleati grillini, di avere segnalato ai nostri partner europei che l’Italia è uno stato sovrano, dove non è consentito a soggetti esterni di mettere becco nei nostri affari nazionali come se fossimo una colonia. “Ce lo chiede l’Europa” è un mantra a cui non abbocca più nessuno. L’Europa, intesa come unione monetaria, ha tutto il diritto di pretendere che ciascun membro rispetti le regole previste per stare assieme ordinatamente, ma non può spingersi fino a commissariare la nostra azione di governo, quando con altri chiude entrambi gli occhi dinnanzi all’infrazione costante dei target assegnati. Il risanamento dei conti pubblici deve restare pietra miliare per qualsivoglia governo italiano, in quanto è il nostro debito enorme a renderci esposti agli umori dei mercati finanziari e ai diktat dei commissari. Tuttavia, allargando lo sguardo a tutta l’area, dobbiamo comprendere come non siamo affatto i soli paria dell’euro. Chi punta il dito contro di noi spesso lo fa per coprire le proprie mancanze. E il governo di Conte-Salvini-Di Maio sta chiarendo loro in quale posto dovrebbero rivolgere quel dito, mentre i predecessori si autofustigavano nel nome dell’Europa e dello spirito servile che ha contraddistinto la loro politica estera. Questo il Nazareno non lo ha ancora compreso e si accinge all’estinzione con l’atteggiamento fiero di chi ritiene di morire con tutta la ragione di questo mondo. Eppure, ormai 4 italiani su 5 lo considerano semplicemente un partito anti-italiano.

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Politica, Politica italiana

I commenti sono chiusi.