Ecco il piano Savona per non tagliare il deficit e che premia gli stati più indebitati

Il piano Savona sembra un trucco per non tagliare il deficit, ma senza crescita potrebbe tradursi in un boomerang per l'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il piano Savona sembra un trucco per non tagliare il deficit, ma senza crescita potrebbe tradursi in un boomerang per l'Italia.

Non è il piano B con cui l’Italia avrebbe dovuto preparare l’uscita dall’euro come alternativa nel caso di mancato accordo con la Commissione europea sulle politiche fiscali, ma quello che il ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, avrebbe presentato al presidente Jean-Claude Juncker sarebbe ugualmente un’ipotesi dirompente. Scriviamo “avrebbe”, perché pur risultando spedito il 7 settembre scorso, da Bruxelles sostengono di non avere ricevuto alcun carteggio da Roma. Il giallo ha irritato non poco il ministro, che della questione aveva investito niente di meno che il premier Giuseppe Conte. Che cosa ha proposto alla UE? La sostituzione del tetto del deficit al 3% del pil con uno “dinamico” e fissato allo stesso livello della crescita nominale.

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Che cosa significa? Stando all’ultimo Documento di economia e finanza presentato dal governo Gentiloni, l’Italia l’anno prossimo crescerebbe del 3,2%, inflazione inclusa. Secondo Savona, questa dovrebbe costituire anche la percentuale massima di disavanzo fiscale permessa al nostro Paese. Nel lungo periodo, l’obiettivo resta un rapporto debito/pil al 60%, come da Fiscal Compact, ma per evitare che alcuni stati “virtuosi” temano che le nuove regole europee finiscano per caricarli del rischio di dovere pagare per gli stati spendaccioni, Savona propone anche di garantire il rispetto del target di lungo termine con entrate fiscali future e proprietà pubbliche, eventualmente da trasferire alla BCE nel caso di inadempienza.

Effetti dirompenti, dicevamo. Adottando il piano Savona, l’Italia quest’anno avrebbe potuto andare in deficit per circa 25 miliardi di euro in più e nel 2019 avrebbe uno spazio di manovra di circa 28 miliardi in più rispetto a quello ancora ufficialmente garantito sulla base degli accordi tra Roma e Bruxelles su un deficit-obiettivo all’1,6% del pil. Certo, il rapporto debito/pil scenderebbe molto più lentamente, ma secondo il ministro l’alternativa sarebbe il raggiungimento di un maggiore avanzo primario (al netto degli interessi sul debito) con effetti deflattivi sull’economia e un allontanamento dall’obiettivo, anziché un avvicinamento ad esso. Le probabilità che un simile piano possa trovare accoglimento in sede europea, oggi come oggi, sono assai scarse. E ad alzare la voce sarebbero gli stati meno indebitati, in quanto verrebbero maggiormente colpiti dalle nuove regole. Vediamo perché.

Cosa cambierebbe con il piano Savona?

Facciamo un confronto tra Italia e Germania, l’una con un debito sopra il 130% e l’altra poco sopra il 60% del pil. Con il piano Savona, supponendo che entrambe crescessero del 4%, questa sarebbe anche la percentuale massima di deficit rispetto al pil consentita. Senonché, l’Italia continuerebbe a veder scendere il proprio rapporto debito/pil, la Germania lo vedrebbe salire di parecchio e molto probabilmente si dovrebbe tenere sotto tale limite per evitare di infrangere la regola aurea, in base alla quale tale rapporto non deve aumentare, bensì tendenzialmente sempre scendere fino al 60%. Perché questa disparità di conseguenze? Risposta matematica: il 4% su un debito alto incide meno di un 4% su un debito basso. Per noi oggi, con una crescita nominale del 3%, basterebbe un deficit al 2,3% per stabilizzare il debito rispetto al pil, mentre per la Germania sarebbe necessario restare sotto l’1,8%. Certo, si dirà che anche sarebbe così proprio già adesso, in quanto il Fiscal Compact del 2012 impone a tutti di tendere al 60% e di non aumentare il grado di indebitamento tra un anno e l’altro. Tuttavia, in fasi molto espansive dell’economia, ad essere premiati sarebbero gli spendaccioni, visto che con un pil a +4%, ad esempio, la Germania non dovrebbe andare oltre il 2,5% di deficit e l’Italia potrebbe permettersi di usufruire di tutto il 4%. Con una crescita al 5% (un miraggio!), noi potremmo fare deficit proprio fino al 5% del pil, la Germania non potrebbe superare ugualmente il 3%.

In realtà, senza un rinvigorimento della crescita cambierebbe poco o nulla anche per l’Italia. Affinché fosse per noi possibile infrangere il tetto del 3% senza violare le regole europee ci servirebbe crescere di almeno l’1,5% all’anno, al netto di un’inflazione attesa intorno alla stessa percentuale. Certo, se fosse quest’ultima ad accelerare, il governo italiano ne beneficerebbe in termini di margini di manovra, ma anche oggi sarebbe un po’ così, grazie all’effetto depressivo che essa ha sul rapporto debito/pil ed espansivo sulle entrate. Il rischio semmai per il nostro Paese consiste nel crearci una nuova gabbia involontaria, allorquando dovessimo continuare a crescere ai ritmi asfittici attuali, nettamente inferiori a quelli di altre economie abbastanza indebitate come Spagna e Portogallo, che sarebbero le vere beneficiarie del piano Savona. Non dimentichiamoci che nell’ultimo lustro siamo cresciuti dello zero virgola e che l’inflazione ha anch’essa toccato livelli minimi e che ugualmente ci è stata concessa flessibilità fiscale, pur all’interno del 3% di deficit. Così non sarebbe più con le nuove regole, che rischiano di accentuare le fluttuazioni del ciclo economico, visto che lo stato sosterrebbe il pil nelle fasi di crescita e sarebbe più restrittivo in stagnazione.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia

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