Ecco i segnali della recessione in Cina e perché a pagare saranno i mercati emergenti

Servizi e manifattura in crollo verticale in Cina, dove il Coronavirus ferma da settimane la produzione. E il prezzo più alto lo pagheranno le economie emergenti.

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Servizi e manifattura in crollo verticale in Cina, dove il Coronavirus ferma da settimane la produzione. E il prezzo più alto lo pagheranno le economie emergenti.

L’emergenza Coronavirus potrebbe aver già provocato il primo calo congiunturale del pil in Cina dal 1976, anno in cui morì Mao Tse Tung, il fondatore della Repubblica Popolare. Alcuni segnali arrivati dai dati macro appaiono raccapriccianti. Il PMI dei servizi, secondo Caixin, a febbraio è precipitato da 51,8 a 26,5 punti, mentre il PMI manifatturiero è passato da 50 a 35,7 punti. Si consideri che la soglia di demarcazione tra espansione e contrazione dell’attività è quella dei 50 punti, per cui l’economia cinese avrebbe accusato una dura recessione nel corso dello scorso mese. Del resto, sappiamo che le vendite di auto nella prima metà di febbraio sono crollate del 92% e che le emissioni di CO2 nel corso di tutto il mese risultano ridimensionatesi del 25%, segno della meno intensa attività produttiva e della ridotta circolazione dei mezzi su strada.

A Macao, hub asiatico del gaming noto per i suoi numerosi casinò, gli unici consentiti sul territorio cinese, i ricavi da giochi sono stati spazzati quasi del tutto via, scendendo dell’11,3% su base mensile e dell’87,8% rispetto allo stesso mese del 2019. La regione ha dovuto chiudere temporaneamente l’ingresso ai turisti per minimizzare i casi di contagio. Anche le vendite di case e terreni sarebbero scesi di qualcosa come il 60% su base annua. Ma il dato che maggiormente preoccupa riguarda i servizi, che da soli valgono 360 milioni di posti di lavoro, il 46% del totale. Più il terziario viene colpito dalla crisi e maggiore il rischio che si contraggano i consumi, comprese le importazioni.

Macao lancia l’allarme: casinò a rischio chiusura

Nel 2019, la Cina ha acquistato beni e servizi dall’estero per 1.710 miliardi di dollari, qualcosa come poco meno del 12% del suo pil.

Si tratta dell’equivalente del 2% del pil mondiale e non a caso il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue stime di crescita mondiale per quest’anno dal 2,9% al 2,4%. La domanda di beni e servizi dalla Cina verso il resto del mondo certamente si ridurrà, anzi ha già iniziato a contrarsi. Questo colpirà direttamente le economie esportatrici, tra cui Unione Europea e USA.

Duro colpo per mercati emergenti

Tuttavia, al contrario di quanto siamo portati a pensare, non saremo noi economie avanzate a patire più direttamente le conseguenze della pandemia. Le importazioni cinesi da USA e UE pesano solamente per un quinto del totale. Aggiungendo quelle di Giappone, Australia e Canada, possiamo affermare che il mondo ricco incide per poco oltre un terzo del totale delle importazioni della Cina. E il peso di queste sul pil semmai tende ad essere relativamente elevato in economie come Australia e Giappone, meno nelle altre. Negli USA, ad esempio, equivale a nemmeno mezzo punto percentuale.

Invece, oltre la metà delle importazioni di Pechino arriva dal resto dell’Asia. Parliamo perlopiù di mercati emergenti, che vi esportano materie prime come petrolio, ferro, gas e rame, nel complesso pari a un quinto del totale delle esportazioni globali verso la Cina. Non a caso, stanno accusando il colpo anche economie come Brasile e Cile, che nell’America Latina risultano le più esposte verso il mercato cinese. Il secondo è il principale produttore di rame al mondo, le cui quotazioni quest’anno sono arrivate a crollare a doppia cifra.

Le economie emergenti ormai pesano per il 40% del pil mondiale. Una loro frenata, provocata dal rallentamento della Cina, avrebbe conseguenze ovunque. Come per il più classico “effetto palla di neve”, si rischia una valanga globale, man mano che un’economia contagia un’altra tramite il raffreddamento delle relazioni commerciali. Tant’è che Pechino avrebbe disposto la sospensione delle commissioni sulle merci di passaggio in alcuni suoi porti, al fine di limitare il drastico calo dell’interscambio con il resto del mondo, consapevole di quali sarebbero le conseguenze.

L’impatto del Coronavirus sui mercati emergenti

Crescita cinese in caduta libera

Il tracollo delle quotazioni delle “commodities” già impatta negativamente sulle economie produttrici, per l’appunto perlopiù emergenti. E il pil cinese nell’intero anno arriverebbe a crescere anche meno del 4% mediamente atteso dalle stime più recenti aggiornate, molto meno del 6,1% del 2019, già ai minimi da 30 anni. Poco importa se le autorità pechinesi faranno un “maquillage” ai dati ufficiali, perché gli effetti per l’economia mondiale deriveranno dai dati reali. Ad esempio, nella prima parte di quest’anno, ci si aspetta un calo della domanda di petrolio intorno ai 2,1 milioni di barili al giorno rispetto allo stesso periodo del 2019, per cui nemmeno l’eventuale implementazione del taglio alla produzione che verrebbe deciso a giorni dall’OPEC+ (OPEC + Russia e altri produttori minori) sarebbe sufficiente a riportare il mercato in equilibrio.

Per il resto, l’avvitamento dell’economia mondiale sta già avvenendo per effetto della psicosi. I minori spostamenti tra stato e stato e all’interno degli stessi stati, l’annullamento di eventi internazionali, la cancellazione di centinaia di voli da e verso alcuni stati, lo stop alla produzione in alcuni importanti distretti produttivi e la minimizzazione delle occasioni di socialità impatteranno negativamente (e pesantemente) sui consumi, innescando una reazione a catena internazionale difficile da arrestare e che passerà anche per il tonfo (già in corso) degli investimenti, siano essi finanziari o in asset reali. E se il contagio non fosse fermato entro massimo il mese di giugno, la recessione presso le principali economie diverrebbe una certezza.

L’impatto del Coronavirus sull’economia cinese fa paura

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