Lettera in 4 punti alla UE del premier Cameron per evitare la Brexit

Per evitare la Brexit, Londra chiede 4 punti alla UE. Vediamo quali sono e il gioco delle parti.

di , pubblicato il
Per evitare la Brexit, Londra chiede 4  punti alla UE. Vediamo quali sono e il gioco delle parti.

Tenendo un importante discorso davanti al Parlamento di Londra, il premier britannico David Cameron ha annunciato ai deputati di avere inviato al presidente della UE, Donald Tusk, una lettera di 6 pagine, contenenti le 4 proposte che il Regno Unito avanza a Bruxelles per restare nelle istituzioni europee. Già nel 2013, Cameron s’impegno con gli elettori a indire un referendum entro il 2017, nel caso avesse rivinto le elezioni (cosa, che è avvenuta l’8 maggio scorso), con il quale avrebbe chiesto ai sudditi di Sua Maestà di scegliere una volta per tutte se volere restare o meno nella UE. La decisione è frutto delle pressioni interne al Partito Conservatore, dove un’ala crescente di deputati guarda con sempre maggiore fastidio alle “intrusioni” di Bruxelles negli affari interni dei singoli paesi. Peraltro, negli ultimi anni è arrivato a percentuali altissime l’Ukip di Nigel Farage, la formazione politica della destra britannica, fieramente contraria alla permanenza del Regno Unito nella UE.

Proposte per evitare la Brexit

I 4 punti inviati da Cameron e che saranno oggetto di un difficile negoziato con la Commissione europea sono i seguenti: protezione dei membri UE non appartenenti all’Eurozona; crescente competizione economica all’interno della UE; maggiori poteri ai parlamenti nazionali; restrizioni ai benefici sociali per gli immigrati del resto della UE. Nel commentare la lettera, la portavoce della Commissione, Margaritis Schinas, ha affermato che qualche punto sarebbe più facile da concordare, come l’assegnazione di un ruolo maggiore ai parlamenti nazionali; qualcun altro più complicato, come quello della regolazione dei rapporti tra membri dell’area euro e quelli europei non appartenenti; qualcun altro ancora sarebbe, invece, “problematico”, perché intaccherebbe le libertà fondamentali del mercato unico e puzzerebbe di “discriminazione”.

Il riferimento è alle restrizioni sociali verso i cittadini del resto della UE residenti in un paese.        

Meno assistenza a immigrati UE

In realtà, proprio quest’ultima proposta è la più sentita a Londra, dove il Partito Conservatore ha promesso agli elettori di porre fine al cosiddetto “turismo del welfare”, ossia alla pratica, che vede migliaia di stranieri in arrivo, in particolare, dall’Europa Orientale, fare ingresso nel Regno Unito e percepire poco dopo diversi benefici assistenziali, senza spesso avere mai lavorato nel paese. Cameron ha definito ieri “insostenibile” questo processo, sostenendo che ben il 40% dei migranti in arrivo per ragioni economiche dal resto d’Europa riceverebbe mediamente 6.000 sterline (8.900 euro) a testa in aiuti assistenziali. Il governo britannico vorrebbe limitare tali aiuti, legandoli ad almeno un periodo di lavoro nel paese. Ma l’Europa resta contraria alle limitazioni, temendo che la decisione possa essere seguita da altri paesi e che ciò porti progressivamente allo smantellamento delle condizioni su cui si fonda il mercato unico, ovvero la libera circolazione delle persone, oltre che delle merci e dei capitali.

Rassicurazioni su rapporti con Eurozona

Non meno problematico sarà il negoziato sui rapporti tra membri dell’Eurozona e paesi al di fuori di essa. Regno Unito e Danimarca sono gli unici 2 stati a non prevedere nemmeno l’ingresso nell’unione monetaria, mentre gli altri stati che oggi non ne fanno parte, come la Svezia, ad esempio, contemplano tale ipotesi, anche se al momento appare remota. Dunque, Londra vuole essere rassicurata sul fatto che se restasse nella UE, senza avere in tasca l’euro, essa possa non essere discriminata, in termini di condizioni più favorevoli e  integrate per il commercio e la finanza tra gli stati dell’Eurozona. In particolare, il timore di Cameron è che possa essere ridimensionato il ruolo della City, cioè della potente finanza inglese, che oggi intermedia più euro di quelli scambiati nell’Eurozona e più dollari di quanti non ne passino per Wall Street.

       

Referendum Brexit, Cameron tifa per restare nella UE

  In verità, il premier britannico non vuole l’uscita del suo paese dalla UE, che in gergo giornalistico viene chiamata “Brexit” (fusione dei termini “Britain’s exit”). L’evento sarebbe disastroso per l’Europa e la sua credibilità come polo di attrazione delle economie del Vecchio Continente, potendo l’esempio essere seguito da altri stati, dato il crescente euro-scetticismo in vari paesi. Ma le ripercussioni potrebbero essere pesanti pure per la stessa Londra, che potrebbe restare vittima delle “ritorsioni” tedesche contro la finanza britannica, in particolare, e non solo. Per questo, nel formare il suo secondo governo, dopo la strepitosa vittoria alle elezioni di maggio, Cameron ha chiesto ai ministri appena nominati di accettare l’incarico, a patto di non esternare mai alcuna posizione euro-critica fino al referendum. La decisione, pur contestata dalla maggioranza del suo partito, è stata confermata, per cui ufficialmente il governo conservatore non si esprime contro la UE, nella speranza che il riuscire a strappare diverse concessioni a Bruxelles possa spingere la maggioranza dei britannici a votare per restare nelle istituzioni comunitarie, ponendo fine a un dibattito ormai pluriennale e che vede il Regno Unito assumere una posizione ambigua nei suoi rapporti con Bruxelles. Ecco, quindi, che la Commissione dovrà mediare tra la necessità di non concedere troppo, finendo per indebolire l’impalcatura europea, e l’opportunità di non concedere troppo poco, irritando i sudditi britannici e spingendoli fuori dalla porta.  

Argomenti: ,