Ecco come sauditi e russi stanno vincendo la “guerra” del petrolio

Il taglio dell'offerta deciso dall'OPEC Plus a inizio anno ha avuto effetti molto positivi sui prezzi. Riad e Mosca guidano i guadagni e asfaltano i rivali.

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Arabia Saudita e Russia vincitrici della sfida sul greggio

Petrolio ai massimi da inizio 2020, praticamente prima che il Covid ne devastasse le quotazioni fino ai livelli minimi toccati in aprile. C’è ottimismo sui mercati internazionali per il rallentamento dei contagi nel mondo, ai ritmi più bassi dal luglio scorso a metà di questa settimana. La media mobile a 7 giorni, invece, è scesa ai minimi dal mese di ottobre. Viceversa, il numero dei morti continua a restare nei pressi dei massimi da inizio pandemia. E poi c’è il piano da 1.900 miliardi di dollari dell’amministrazione Biden, che sta per varare nuovi maxi-stimoli fiscali in accordo con il Congresso.

C’è da dire che la corsa del Brent (+25% quest’anno) è sostenuta anche dal grosso taglio alla produzione dell’OPEC Plus, l’organismo che racchiude molti dei principali esportatori di greggio, tra cui Arabia Saudita e Russia. La prima è leader di fatto del cartello, la seconda vi collabora dall’esterno da oltre un quinquennio a questa parte. A inizio anno, Riad annunciava a sorpresa che avrebbe ridotto le sue estrazioni di 1 milione di barili al giorno per i mesi di febbraio e marzo. Fu un modo per evitare che il mancato accordo sulla procrastinazione dei tagli portasse a un nuovo schianto delle quotazioni sui mercati.

Il taglio dell’offerta di petrolio dell’Arabia Saudita è sorprendente, ecco cosa c’è dietro

Si stimò allora in quasi 3 miliardi di dollari il costo dell’operazione a carico del regno. In effetti, 1 milione di barili al giorno in meno per 59 giorni fanno -59 milioni di barili, che moltiplicati ai prezzi di allora di circa 51,50 dollari, esitano oltre 3 miliardi di mancati incassi. Poiché il costo di estrazione è stimato intorno ai 3 dollari, la perdita effettiva di Riad sarebbe stata di circa 2,8 miliardi.

Tuttavia, con il rialzo delle quotazioni sta accadendo che non solo i sauditi non stanno perdendo alcunché, ma anzi starebbero guadagnandoci sopra. Infatti, gli 8,1 milioni di barili al giorno estratti ai maggiori prezzi (64,60 dollari ieri) porta a un aumento del fatturato complessivo di 5,5 miliardi tra febbraio e marzo, sempre che le quotazioni chiaramente restino ai livelli attuali. Al netto, quindi, il paese metterebbe a segno un guadagno di 2,7 miliardi.

Anche la Russia può cantare vittoria

La Russia fa anche meglio. Non ha voluto tagliare ulteriormente la produzione, anzi a gennaio ha iniziato ad aumentarla e da febbraio l’ha portata a 10,2 milioni di barili al giorno. Ai nuovi prezzi, in due mesi Mosca incasserà oltre 7 miliardi di dollari in più. Altro aspetto importante, per ogni barile esportato incassa oggi circa 4.750 rubli, quasi il 30% in più del giugno 2014, quando il Brent arrivò a costare la media di oltre 110 dollari. Rispetto ad allora, infatti, il cambio è stato di molto svalutato e, pertanto, ogni dollaro incassato vale di più in valuta locale. Questo per la Russia significa una cosa sopra ogni altra: il bilancio pubblico è salvo. In più, esso è stato programmato per quest’anno sulla base di quotazioni del greggio in area 45 dollari. Ad oggi, le quotazioni sono del 40% più alte. Dunque, deficit molto contenuto e buone notizie per le riserve valutarie.

Ed ecco la ragione per cui sia i sauditi che i russi iniziano ad avvertire l’esigenza di tornare ad accrescere la produzione. Ora che hanno messo in sicurezza i rispettivi conti con il maxi-taglio dell’offerta, entrambi puntano a contrastare la ripresa dello “shale” americano. Le estrazioni di greggio negli USA avevano toccato il massimo storico di oltre 13 milioni di barili al giorno prima della pandemia, mentre oggi risultano scese a 11 milioni. Per Riad e Mosca, l’industria petrolifera degli States è diventata nell’ultimo decennio un rivale temibile, anche perché sta sottraendo loro clienti nel cruciale mercato asiatico, quello dalle maggiori potenzialità di crescita nei prossimi decenni. E bisogna approfittare anche della svolta energetica alla Casa Bianca, dove l’avvicendamento tra Donald Trump e Joe Biden porterà verosimilmente a un minore sostegno all’oro nero da parte del governo e a puntare sulle energie rinnovabili.

Il presidente Biden farà schiantare nuovamente i prezzi del petrolio sui mercati?

Da qui, la ricerca del giusto equilibrio tra prezzi e quantità da parte dei due giganti asiatici. Permettere ai primi di salire troppo implica il rischio di incentivare il ritorno alle estrazioni negli USA. Meglio, quindi, frenarne la corsa con l’aumento dell’offerta, teso a soddisfare la domanda dei clienti asiatici (e non solo), così da “blindare” i contratti prima che tornino gli americani. Del resto, i sauditi riescono a produrre con pochissimi dollari al barile, i russi con meno di 20 dollari. Il resto serve ad alimentare le rispettive casse statali. E se Mosca può permettersi che il prezzo scenda fino a 40 dollari senza andare in deficit, Riad deve ancora tendere agli 80 dollari. Tuttavia, la seconda dispone di riserve valutarie per oltre 450 miliardi di dollari, quasi il 60% del PIL. E grazie ad esse può permettersi il lusso di prendersi qualche anno di tempo ancora per allentare la dipendenza dal petrolio con il varo di riforme economiche ad hoc.

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