Ecco come l’Arabia Saudita fregherà l’OPEC sul petrolio

L'Arabia Saudita sembra avere trovato il modo per liberarsi dell'OPEC, mantenendo il cartello del petrolio formalmente in piedi. Ecco come.

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L'Arabia Saudita sembra avere trovato il modo per liberarsi dell'OPEC, mantenendo il cartello del petrolio formalmente in piedi. Ecco come.

L’Arabia Saudita sta pianificando un taglio della produzione di petrolio a 9,8 milioni di barili al giorno dal mese prossimo, nel tentativo di vivacizzare ulteriormente le quotazioni internazionali. Lo ha annunciato ieri il ministro dell’Energia, Khalid al-Falih, già a capo di Aramco, la compagnia petrolifera statale, tra il 2009 e il 2015. Se alle parole seguiranno i fatti, si tratterà di ridurre di un altro mezzo milione di barili al giorno l’offerta saudita rispetto ai livelli di gennaio.

E considerando che dal novembre scorso, quando la produzione giornaliera arrivò al record di 11,093 milioni di barili, si sia già scesi di 850.000, in sostanza Riad avrà tagliato in tutto 1,2 milioni di barili, il 100% di quanto l’intera OPEC ha concordato di tagliare nel dicembre scorso per sostenere i prezzi, crollati a dicembre stesso fino a un minimo di 50 dollari, quando all’inizio di ottobre avevano superato gli 86.

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Perché tanta “generosità” dei sauditi? In fondo, si stanno accollando da soli il peso del cartello di cui sono parte e leader indiscussi. Una delle possibili ragioni risiederebbe nella necessità del regno di tendere al pareggio di bilancio, che si avrebbe solo con quotazioni intorno agli 80-85 dollari al barile. Ancora oggi, quasi i due terzi delle sue entrate statali provengono dal petrolio, nonostante la ridotta dipendenza rispetto a soli 4-5 anni fa, quando il greggio alimentava più dei quattro quinti delle entrate. Da allora, le riserve in valuta estera sono diminuite di 250 miliardi di dollari, pur rimanendo nei pressi del mezzo trilione, più che sufficienti ad allontanare da qui ai prossimi anni lo spettro di una crisi fiscale.

Aramco estrarrà petrolio all’estero

Nella stessa intervista rilasciata al Financial Times, al-Falih dichiara qualcosa di assai più interessante dell’ennesimo taglio alla produzione, ovvero che Aramco punterà sulle attività di esplorazione all’infuori dell’Arabia Saudita. Che cosa? La compagnia che detiene i diritti esclusivi per lo sfruttamento delle riserve petrolifere saudite, stimate a 268,5 miliardi di barili, e che più di ogni altra al mondo estrae ogni giorno greggio si metterà a cercare ancora più petrolio all’estero? Bisogna ammettere che, a primo impatto, sembri una dichiarazione senza senso.

Anzi, qualcuno potrà approfittarne per rilanciare i soliti dubbi sull’entità reale delle riserve di petrolio del regno, visto che non risultano scrutinate da enti internazionali sin dal 1982. Per caso che i sauditi non abbiano tutto questo petrolio che dichiarano? Impossibile rispondere con certezza senza un audit, tuttavia non sembra un rischio concreto. Così come le riserve di petrolio risultano salite anche in stati come gli USA, grazie a scoperte di nuovi giacimenti, un migliore sfruttamento dei pozzi esistenti per via della migliorata tecnologia e all’aumento delle quotazioni, che ha reso convenienti le estrazioni di greggio nel sottosuolo prima non rientrante tra le riserve accertate, lo stesso varrebbe per l’Arabia Saudita.

Abbandoniamo il sospetto e interroghiamoci sulla reale motivazione di questa svolta a dir poco storica. Potrebbe non essere solo una. Ad esempio, acquisire i diritti di sfruttamento di giacimenti nei pressi dei mercati di sbocco servirebbe ad Aramco a garantirsi nuove quote di domanda all’estero, sottraendola agli americani da un lato e ai russi dall’altro, puntando sul fattore prezzo. Che la compagnia ambisca ad espandersi lo dimostra anche l’acquisizione in corso del colosso petrolchimico saudita SEBIC, in parte da finanziare con l’emissione di bond in dollari. I sauditi hanno paura che l’America soffi da sotto il loro naso pezzi di mercato asiatico, come India e Cina, grazie al boom delle estrazioni di “shale”, che ha reso possibile raggiungere una produzione nazionale pari a 12 milioni di barili al giorno, più di ogni altro competitor.

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Come i sauditi fregheranno l’OPEC

Preso per buono quanto sopra detto, un’altra sarebbe la principale ragione di una scelta apparentemente stramba: fregare gli alleati dell’OPEC. Il cartello comporta sempre più limitazioni per Aramco, impedita nel reagire all’avanzamento dell’America e della Russia sui mercati asiatici, a causa delle auto-restrizioni decise a Vienna per tenere alte le quotazioni.

Alla compagnia saudita converrebbe trattare a tavolino solo con Mosca, secondo produttore al mondo di greggio dopo gli USA, concordando i livelli di produzione e, di conseguenza, dei prezzi desiderati. Non a caso, con i russi è in corso un tentativo di negoziato dell’OPEC per consentire il loro ingresso nel cartello. Ad ogni modo, il regno si è stancato di fare gli interessi di nemici come l’Iran o di stati come il Venezuela, che non rientrano nemmeno nella sua orbita geopolitica. Non può mollare l’organizzazione per non perdere appeal e potere nel Medio Oriente, ma vorrebbe in cuor suo sbarazzarsene.

Acquisire giacimenti all’estero servirebbe ad Aramco per scomputare dai calcoli ufficiali la produzione fuori dall’Arabia Saudita. In altre parole, in futuro arriverebbe a estrarre gli stessi barili o anche di più di oggi, ma formalmente senza violare alcun accordo raggiunto dentro l’OPEC. A Vienna si decide di tagliare l’offerta quotidiana di 1 milione di barili, di cui 400.000 a carico di Riad? E Aramco la taglierebbe in patria per aumentarla in giro per il mondo, prendendo due piccioni con una fava: conquisterebbe nuovi mercati di sbocco e non ridurrebbe verosimilmente il proprio fatturato. Anzi, al limite lo accrescerebbe, se all’estero aumentasse la produzione più di quanto non la tagliasse in patria, compatibilmente con le variazioni dei prezzi.

Che il principe ereditario Mohammed bin Salman non abbia intenzione di correre per altri decenni dietro ai partner dell’OPEC lo dimostrerebbe anche l’ambita IPO di Aramco, all’interno della “Vision 2030”, rinviata al 2021 e che per un primo momento vedrebbe la quotazione in borsa solo del 5% del capitale, complessivamente valutato sui 2.000 miliardi. Che l’operazione in sé sia dubbia nei tempi, nel “se” e nei prezzi è un discorso, ma dal momento che la compagnia diventasse formalmente privata, seppure a maggioranza in mano sempre allo stato, non potrebbe più rispondere a logiche collusive di tipo geopolitico, che sono quelle perseguite dai governi dei paesi membri dell’OPEC, dovendo rispondere agli azionisti, cioè al mercato.

Con il rinvio dell’IPO, probabile che gli alleati del cartello abbiano tirato un sospiro di sollievo, anche se la monarchia sembra avere trovato il modo per sbarazzarsi ugualmente di loro in maniera informale. A Vienna, in futuro potrebbero tenersi solo riunioni sostanzialmente inconcludenti, visto che il rappresentante saudita di volta in volta con una mano firmerebbe gli accordi e con l’altra dietro la schiena alzerebbe il dito medio ai colleghi.

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