Ecco come la Germania “schiaccia” le economie concorrenti e vince la sfida dell’euro

Economia tedesca caratterizzata da tassi di piena occupazione invidiati in tutto il mondo, nonché da politiche di prudenza fiscale. Le concorrenti dirette restano tutte indietro.

di , pubblicato il
Economia tedesca caratterizzata da tassi di piena occupazione invidiati in tutto il mondo, nonché da politiche di prudenza fiscale. Le concorrenti dirette restano tutte indietro.

Anche l’economia tedesca sarà duramente colpita dalla pandemia e, a dire il vero, stava già entrando in recessione prima dell’arrivo del Coronavirus, risentendo del rallentamento globale. Ma nessuno è autorizzato a pensare che siamo sulla stessa barca, perché continuare a parlare di “crisi simmetrica” per cercare di convincere i partner europei che dinnanzi alla tempesta siamo tutti uguali appare un esercizio grottesco. Non a caso, il “Recovery Fund” e gli aiuti poco condizionati del MES per la sanità sono stati studiati per aiutare proprio paesi come l’Italia e la stessa BCE ha dovuto varare il PEPP per salvare i BTp da una speculazione altrimenti fatale per il Tesoro di Roma.

Il costo della sfiducia nell’Italia: 900 miliardi di maggiore debito pubblico in 20 anni

E c’è chi da questa crisi si risolleverà prima e meglio. La Germania sarebbe una di queste, come lo fu dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09. L’Italia è indiziata di ripartire con estrema lentezza. Lo ha paventato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, quando ha spiegato nel suo Rapporto annuale presentato settimana scorsa che il nostro pil rischia di crollare del 13% quest’anno.

In cosa il modello tedesco si rivela vincente? Supponete di partecipare a una gara di velocità, in cui i corridori non partono tutti da uguali condizioni, ma c’è chi ha legata a un piede una palla di acciaio da 1 kg, chi da 3 kg e chi da 5 kg. Noi siamo quelli con i 5 kg al piede e la Germania il concorrenti con 1 solo kg. Al fischio dell’arbitro, riusciamo a stento a camminare, siamo indolenziti, mentre i nostri concorrenti corrono più in fretta.

La palla al piede si chiama debito pubblico, ma non il suo rapporto con il pil, che è una delle diverse misurazioni con cui carpirne la pesantezza.

Il debito rapportato a chi lo paga

Partiamo da una domanda: come si ripaga il debito? Con le tasse. E chi le paga? I contribuenti. Tutti? Beh, sostanzialmente chi lavora e produce redditi. Per ipotesi, se nessuno lavorasse non ci sarebbe IRPEF da dichiarare, nessun versamento di contributi previdenziali all’INPS, né acquisti di beni e servizi con annesso gettito IVA, etc. Dunque, dobbiamo rapportare lo stock del debito al numero dei lavoratori (autonomi e dipendenti). E anche qui, altra annotazione: non tutti i lavoratori vanno conteggiati, perché quelli del settore pubblico vengono retribuiti dallo stato, il quale attinge allo scopo alla fiscalità generale, per cui essi non esisterebbero in assenza del settore privato.

Il 2 giugno è ancora la Festa della Repubblica fondata sul lavoro?

In definitiva, sono i soli lavoratori dipendenti e autonomi del settore privato a sostenere le entrate dello stato con cui pagare il debito pubblico. Ebbene, i numeri ci dicono che prima del Coronavirus in Italia vi erano 20 milioni di lavoratori privati per 2.410 miliardi di euro di debito pubblico, cioè ciascuno risultava avere sul groppone circa 120.500 euro di debiti. Tra le grandi economie dell’Eurozona, nessuno peggio di noi, anche se la Francia si avvicina parecchio. In effetti, ciascun transalpino del privato ha sulle spalle sui 119.000 euro di debito pubblico, mentre in Germania si crolla ad appena 50.500 euro e in Spagna si arriva a 69.000.

Dunque, ciascun lavoratore tedesco si reca in ufficio, al negozio o in cantiere o alla ditta la mattina avendo da fronteggiare un debito pubblico di nemmeno la metà di quello che hanno caricato sulle spalle i suoi colleghi italiani e francesi. Qualcuno eccepirà che il debito pubblico non vada ripagato, essendo sufficiente che venga rinnovato all’infinito a ogni scadenza. E allora, concentriamoci su un altro dato: la spesa pubblica. Suddividiamola sempre per il numero dei lavoratori del settore privato e scopriamo che ciascun francese deve sostenere 67.500 euro all’anno, ciascun italiano 43.500, ciascun tedesco 38.400 e ciascuno spagnolo 30.400 euro.

I grossi problemi di Francia e Italia

Qui, emergerebbe che i più fortunati siano gli spagnoli, ma i dati sono inficiati dal diverso reddito pro-capite. Tenuto conto di quest’ultimo, scopriamo che effettivamente un lavoratore tedesco ha sulle spalle una spesa pubblica del 30% più bassa di quella di uno spagnolo. Quanto ai francesi, pur disponendo di un reddito mediamente più alto di un italiano del 22%, vantano anche una spesa pro-capite del 55% più alta, per cui quest’ultima risulta realmente di un terzo più elevata di quella a carico di ciascun lavoratore dipendente e autonomo italiano.

Avete capito qual è il problema di Francia e Italia? Troppo pochi i lavoratori privati rispetto alle esigenze. Parigi ha il record di 5,5 milioni di dipendenti pubblici, circa 88 ogni 1.000 abitanti, mentre l’Italia figura tra i paesi europei con il numero più basso, meno di 55 e sotto la Germania con quasi 56. Il punto è che, però, il settore privato da noi occupa relativamente poche persone, 20 milioni quanti in Francia. In Germania, pur a fronte di una popolazione del 40% superiore alla nostra, gli occupati del settore privato superano i 40 milioni, cioè doppiano i nostri. In Spagna, superano le 17 milioni di unità, un numero non eccelso, ma relativamente più elevato di quello di Italia e Francia.

Ne consegue che i problemi più gravi li avrebbe la Francia, perché a fronte di un numero basso di occupati nel settore privato vanta una spesa pubblica altissima (56-57% del pil) e un debito pubblico anch’esso tendenzialmente esplosivo, oltre che un numero enorme di dipendenti pubblici. L’Italia ha un problema essenzialmente di dimensioni scarne della sua occupazione privata, vuoi per l’annoso problema del lavoro nero, specie al sud, vuoi anche per gli scarsi incentivi offerti dal nostro sistema normativo e fiscale, tra le cui pieghe troviamo assistenzialismo a gogò e una cultura punitiva verso l’impresa e l’iniziativa privata.

Lavoro in Italia scarso da decenni, confronto impietoso con la Germania

[email protected] 

Argomenti: , , ,