Ecco come il salvataggio di Banca Carige sarà una soluzione italiana

Il salvataggio di Banca Carige si prospetta come una soluzione tutta italiana dopo che il Fondo interbancario di tutela dei depositi ha respinto la proposta di Apollo. E l'istituto ligure avrebbe risorse per 1 miliardo di euro da far valere.

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Il salvataggio di Banca Carige si prospetta come una soluzione tutta italiana dopo che il Fondo interbancario di tutela dei depositi ha respinto la proposta di Apollo. E l'istituto ligure avrebbe risorse per 1 miliardo di euro da far valere.

Lo Schema Volontario di Intervento del Fondo Interbancario di tutela dei depositi (Fitd) ha bocciato ieri l’offerta del fondo Apollo per Banca Carige, ritenendo insufficienti 120-130 milioni, a fronte di una ricapitalizzazione da 500 milioni di euro. E si tratta di un secondo colpo per l’istituto ligure, dopo che nelle scorse settimane BlackRock si era ritirato a un passo dal closing, gettando i commissari nello sconforto.

Eppure, quella di ieri non è stata affatto una cattiva notizia per le chance di salvataggio della banca. Lo Schema si è detto pronto a intervenire con risorse aggiuntive, a patto che siano coinvolti nell’aumento partner privati o pubblici o entrambi.

Il Fidt ha emesso in favore di Carige nel novembre scorso un prestito subordinato di 312 milioni. Esso sarebbe disposto a convertirlo in azioni, nel quale caso otterrebbe oltre il 49% del capitale, tenuto conto che la ricapitalizzazione verrebbe stimata a non meno di 630 milioni; qualcosa di meno, se dovesse salire a 700 milioni, come qualche analista già suggerisce. Chi sarebbero i partner disponibili a fare la loro parte? Senza dover guardare per il momento alle possibili alleanze (Ubi ha smentito seccamente un suo interessamento), lo Schema sostanzialmente rivolge lo sguardo agli azionisti attuali, Vittorio Malacalza tra tutti.

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Con il 27,7% detenuto da Malacalza Investimenti, sarebbe il “dominus” anche della nuova Carige post-aumento. Dopo tutto, a inizio anno fu la sua resistenza contro l’ennesimo aumento in poco tempo a spingere la BCE al commissariamento. E quell’atteggiamento segnalò già al tempo l’intenzione di non mollare Genova, bensì di continuarla a sostenere, a patto di essere coinvolto nel piano industriale. A seguire troviamo Gabriele Volpi con il 9%, Raffaele Mincione con il 5% e gli Spinelli con l’1%. In totale, farebbero circa il 43% dell’attuale capitale e se optassero per esercitare pro-quota l’aumento, avremmo già trovato 270 dei 318 milioni, al netto sempre della conversione del bond. Resterebbe da trovare da un minimo di 50 a un massimo 130, a quel punto reperibili in parte anche tra gli azionisti di minoranza, titolari di un altro terzo del capitale.

In teoria, però, Carige avrebbe già oggi a disposizione 1 miliardo di euro, di cui 700 milioni nella forma di crediti d’imposta sulle perdite accusate negli anni precedenti. E attenzione alle sue 12.093 quote in Banca d’Italia, rivalutate nel 2013 dal governo Letta a 25.000 euro ciascuna. Se le vendesse, incasserebbe gli oltre 302 milioni già iscritti a bilancio come partecipazione, ottenendo liquidità preziosa per coprire le perdite derivanti dall’abbattimento di parte consistente dei 2,8 miliardi di crediti deteriorati a bilancio al 31 dicembre scorso, svalutandone un altro quasi 11% e arrivando a un tasso complessivo di copertura del 64%. Forse, proprio in vista di questi numeri, lo Schema ha respinto la proposta di Apollo, intravedendo valore in una banca, le cui condizioni finanziarie sarebbero, tutto sommato, molto meno drammatiche di come vengano descritte da mesi. E la soluzione sarebbe anche stavolta tutta italiana.

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