Ecco come i grillini ora difendono gli interessi aziendali di Silvio Berlusconi

Il governo Conte mette nel freezer la possibile scalata di Vivendi a Mediaset, tutelando il controllo proprietario della famiglia Berlusconi. Metamorfosi di un Movimento 5 Stelle, nato anti-Cav e trasformatosi rapidamente in una nuova DC senza cultura politica.

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E i grillini finirono per difendere Mediaset

Il miracolo c’è stato: Silvio Berlusconi non è più lo “psico-nano”, termine con cui il Movimento 5 Stelle per anni ha dileggiato l’ex premier nelle piazze di tutta Italia. Il Cav è diventato una risorsa preziosa per evitare che il governo “giallo-rosso” entri in crisi. La pattuglia di parlamentari di Forza Italia servirebbe all’occorrenza per tamponare una maggioranza, che specialmente al Senato rischia di sfaldarsi sulla legge di Bilancio. E poiché in politica, più che nella vita, i favori si pagano, ecco che la scorsa settimana la senatrice Valeria Valente del PD ha presentato un emendamento al Dl Covid, con il quale si punta a difendere Mediaset da una possibile scalata ostile.

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Il testo, se approvato, assegna all’Autorità Garante per le Comunicazioni (AgCom) sei mesi di tempo per avviare un’istruttoria, nelle more di una più ampia legge di riordino della materia, durante i quali valutare se un soggetto che

“operi contemporaneamente nei mercati delle telecomunicazioni elettroniche e in un mercato diverso, ricadente nel Sistema integrato delle comunicazioni (Sic), anche attraverso partecipazione in grado di determinare un’influenza notevole”

leda il pluralismo o provochi effetti distorsivi sul mercato delle telecomunicazioni. Qual è la ratio di questo emendamento? Impedire che il colosso francese Vivendi scali Mediaset, l’azienda in mano alla famiglia Berlusconi tramite Fininvest.

I fatti sono noti da anni. Nel 2016, Vivendi prima sigla e poi rescinde un contratto con Mediaset per acquisire Premium, la pay tv del Biscione. Subito dopo, inizia ad acquisire azioni della società a prezzi collassati proprio a seguito del mancato accordo, arrivando a detenere il 28,8% del capitale, pari al 29,9% delle azioni con diritto di voto.

Fininvest entra nel panico, perché detenendo poco più del 40% del capitale, non ha la certezza di poter mantenere il controllo di Mediaset nel caso in cui il francese Vincent Bolloré lanciasse un’offerta agli azionisti di minoranza.

Per sua fortuna, AgCom scende in campo, intimando a Vivendi di cedere le azioni eccedente il 10% del capitale a una fiduciaria (sarà la Simon), “congelandone” nei fatti il 19,9%. L’imposizione fu giustificata dal fatto che la stessa Vivendi detiene il 23,7% di TIM, colosso italiano della telefonia, esercitandone indubbiamente una forte influenza sul piano gestionale. Un tentativo di monopolizzazione sul mercato delle telecomunicazioni italiano, che l’authority ha così bloccato, facendo tirare un sospiro di sollievo alla famiglia Berlusconi.

Il piano europeo sfumato in tribunale

Per evitare di correre rischi simili in futuro, magari sotto governi meno amichevoli di quello allora guidato da Paolo Gentiloni, nel 2019 Cologno Monzese annunciava il trasferimento della sede legale in Olanda, avvalendosi di una disciplina finanziaria che gli avrebbe consentito di mantenere il controllo grazie all’emissione di azioni con diritti di voto ponderati sulla base dell’anzianità del possesso. In pratica, i nuovi arrivati in assemblea avrebbero contato di meno dei soci storici, cioè di Fininvest. Il progetto, ribattezzato Media For Europe, contemplava anche la fusione per incorporazione con Mediaset Espana e di ProSiebenSat. Senonché, Vivendi fece ricorso nei vari stati contro di esso e questa estate vinceva sia al Tribunale di Madrid che in Olanda.

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A questo punto, torna d’attualità il tema della contendibilità dell’assetto proprietario di Mediaset. Poiché all’inizio dell’anno le telecomunicazioni non erano state inserite dal governo Conte tra gli assets “strategici” nazionali da difendere da eventuali scalate straniere, in attesa che magari ci finisca a breve, la maggioranza corre ai ripari. A questo punto, nei prossimi mesi non esisterà alcun rischio per Berlusconi, che potrà ricambiare con un appoggio alle Camere all’esecutivo sulla legge di Bilancio, dato che la maggioranza litiga su tutto e traballa vistosamente.

Dalla Commissione europea non commentano esplicitamente l’emendamento, in quanto non ancora legge. Ma la portavoce nei giorni scorsi ha fatto presente che qualsiasi norma in materia negli stati dovrà da un lato garantire il pluralismo, dall’altro risultare compatibile con il Trattato sui servizi. Cosa significa? Va bene un’eventuale norma per evitare forme di eccessiva concentrazione nel mercato delle telecomunicazioni, ma allo stesso tempo non si possono mettere in dubbio i cardini su cui si regge l’Unione Europea, vale a dire il mercato unico. Bisognerà minimizzare il rischio di chiusura nei confronti di un soggetto straniero comunitario.

La metamorfosi dei grillini

Ci sarà tempo per mettere mano a un testo che eviti uno scontro legale e politico con la Commissione. Per il momento, sappiamo che gli anti-berlusconiani per eccellenza, coloro che scesero in campo una decina di anni fa per fare opposizione reale al Cavaliere e che accusarono fino allo scorso anno il PD di essere sostanzialmente una copia di Forza Italia, adesso accettano senza tentennare che il loro governo, pur di sopravvivere, vari una legge salva-Mediaset. Certo, tecnicamente non sarebbe l’esecutivo ad occuparsene, bensì il Parlamento. Ma senza il sostegno esplicito di Lega e Fratelli d’Italia (e la Lega si è astenuta sull’emendamento del PD), i soli voti di PD e Forza Italia non basterebbero per far passare il provvedimento, a meno che non si registrassero assenze strategiche tra le file proprio dell’M5S e delle altre opposizioni.

L’ipocrisia di un gruppo politico, che ha imparato in fretta le furbizie così tanto rimproverate agli altri partiti. I grillini sono diventati i difensori degli interessi aziendali di Berlusconi e lasciano che gli alleati facciano il lavoro sporco di barattare il vivacchiamento dell’esecutivo con una di quelle leggi “ad personam” che in altri tempi avrebbe scatenato piazze e redazioni dei giornali.

Da Il Fatto Quotidiano tacciono, perché il Caimano non è più tale, gli epiteti contro l’ex premier sono spariti. Adesso, Silvio non è più il “mafioso” mandato ai servizi sociali a Cesano Boscone. Egli è diventato un potenziale alleato da sfruttare per evitare che il nuovo vero “pericolo” arrivi al potere: il duo Salvini-Meloni. Grillini come la DC, ma senza averne minimamente la cultura politica, essendone privi di qualsiasi e contenitore vuoto da riempire alla bisogna di chicchessia.

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