Ecco come e perché Trump ha sgonfiato il petrolio dopo l’attacco dell’Iran contro l’Arabia Saudita

Le quotazioni del petrolio si sono sgonfiate da martedì, perdendo gran parte dei guadagni realizzati dopo gli attacchi dell'Iran contro gli impianti sauditi. E lo si deve essenzialmente grazie al presidente Donald Trump, ecco perché e come.

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Le quotazioni del petrolio si sono sgonfiate da martedì, perdendo gran parte dei guadagni realizzati dopo gli attacchi dell'Iran contro gli impianti sauditi. E lo si deve essenzialmente grazie al presidente Donald Trump, ecco perché e come.

Ci siamo presi un brutto spavento e, a dire il vero, l’allarme non può dirsi affatto cessato, ma almeno le peggiori paure di lunedì sembrano grosso modo superate. Il petrolio iniziava le contrattazioni settimanali con un’esplosione delle quotazioni fino al 20% per il Brent, schizzato in area 72 dollari al barile.

Al termine della seduta di martedì, erano ripiegate nei pressi dei 64 dollari, restando pur sempre di circa il 7-8% più alte rispetto al venerdì precedente. Nel fine settimana passato, il sito estrattivo saudita di Abqaiq è stato attaccato da droni, che Riad sostiene essere partiti dal territorio iraniano.

Esplode il petrolio sugli attacchi dell’Iran agli impianti sauditi

Fatto sta che la produzione di ben 5,7 milioni di barili al giorno è stata compromessa e la riattivazione dell’impianto richiederà “settimane”, stando ai funzionari del regno, anche se il ministro dell’Energia, Abdulaziz bin Salman, ha rassicurato che le estrazioni medie di settembre e ottobre saranno di 9,89 milioni di barili al giorno e che tutti i contratti di fornitura all’estero verranno rispettati. Ma il clima è cambiato positivamente grazie al presidente americano Donald Trump. Dopo gli attacchi, si temeva che la Casa Bianca sarebbe scesa a sostegno pieno dell’alleato saudita contro l’Iran, dando vita persino a una pericolosa escalation militare nel Medio Oriente.

Invece, Trump ha certamente condannato Teheran e avvertito la Repubblica Islamica che subirà conseguenze sul piano diplomatico e persino informatico, comminando nuove sanzioni ieri, ma ha evitato di andare “all in” con le tensioni, dichiarando che non intende colpire militarmente il vecchio nemico. Una presa di posizione, che avrà non poco indispettito il regno, ma che Trump ritiene giusta per l’economia americana. Il suo obiettivo più importante per il momento consiste nell’ottenere dalla Federal Reserve più tagli dei tassi possibili, così da indebolire il dollaro e sostenere le esportazioni USA. Se il petrolio rincarasse stabilmente, l’allentamento monetario diverrebbe improbabile, almeno non nella misura da lui desiderata, in quanto i tassi dovrebbero tener testa a un’inflazione rinvigorita.

“America First” guida Trump anche sul petrolio

Da qui, la decisione di Trump di non forzare la mano contro l’Iran. E non è tutto. Il presidente è inviperito contro l’alleanza tra sauditi e russi per tagliare l’offerta di petrolio e mantenere alte le quotazioni. Più volte ha minacciato su Twitter persino ritorsioni contro Riad e lunedì scorso, quando il petrolio saliva alle stelle, dichiarava che “l’America non ha più bisogno del Medio Oriente”, grazie alla sua raggiunta autosufficienza energetica. In realtà, continua a dipendere dall’estero per il petrolio, ma il boom delle estrazioni a quota circa 12,5 milioni di barili al giorno sta sostanzialmente sganciando l’economia americana dai sauditi, consentendo a Washington di giocarsi in Medio Oriente una partita più solitaria e meno prona agli interessi del regno.

Un rialzo delle quotazioni farebbe bene alle compagnie americane, che estrarrebbero più petrolio per approfittare dei profitti maggiori che otterrebbero. Il mercato ne è consapevole e sconta un simile scenario a ogni impennata brusca delle quotazioni, finendo per deprimerle e riportarle al punto di partenza. Anche questo Trump sa perfettamente, cioè che l’America sia diventata “price maker” e non sia più “price taker”, ovvero influenzi la formazione dei prezzi e non si limita a subirli. Pertanto, punta a strappare all’Iran la rinegoziazione dell’accordo nucleare del 2015 a condizioni più favorevoli agli USA, ma senza l’intenzione di bloccarne del tutto le esportazioni petrolifere, almeno non fino a quando i sauditi non si decideranno di aumentare la loro produzione e a cessare il sostegno alle quotazioni internazionali.

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Il ripiegamento del petrolio da martedì sconta proprio questo atteggiamento “semi-indipendente” dell’America nelle tensioni tra Iran e Arabia Saudita. Non c’è dubbio che Trump sia schierato con l’alleato storico, ma non fino al punto di danneggiare la propria economia e certamente non senza ottenere in cambio concessioni proprio sul fronte delle (maggiori) estrazioni di greggio. Del resto, egli è il presidente di “America First” e se ne sono accorti a Riad, così come in tutte le altre capitali mondiali.

Così come ha spiazzato tutti, incontrando il leader nordcoreano, lo stesso potrebbe ancora fare al vertice ONU di questo mese con il presidente Hassan Rouhani. Tutto, pur di giungere all’obiettivo di spuntare sui mercati e al tavolo dei negoziati le migliori condizioni possibili per la sua America.

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