E se sullo spread la BCE avesse testato la fine del PEPP?

L'impennata dello spread potrebbe essere stata causata da un esperimento condotto dalla BCE circa gli effetti sui mercati della fine del PEPP

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Lo spread è tornato a fare parte del dibattito pubblico, pur ancora molto in sordina; più per esercizio di fede di gran parte della stampa italiana verso le proprietà taumaturgiche del premier Mario Draghi che non per convinzione. Ma nessuno può negare che dai 100-110 punti base, il differenziale di rendimento tra BTp e Bund è salito a 120-130 punti, se non oltre. E la BCE potrebbe avere avuto un ruolo tutt’altro che secondario nella vicenda.

Ieri, Francoforte ha pubblicato i dati sugli acquisti di bond condotti durante la settimana scorsa con il PEPP. E’ emerso che siano letteralmente crollati a 8,29 miliardi di euro. Erano stati 18,69 miliardi la settimana precedente. Quasi 10 miliardi e mezzo in meno, pari a -55%. Tantissimi. Considerate che nel bimestre agosto-settembre, gli acquisti medi erano stati di 16,5 miliardi alla settimana. I BTp avevano beneficiato nel periodo di una quota superiore al 15% del totale e al 15,7% degli acquisti relativi ai soli bond sovrani.

BCE e acquisti BTp con PEPP

Ad occhio e croce, nel corso della settimana passata ai nostri titoli di stato sono venuti a mancare acquisti per 1,5-1,6 miliardi di euro. Su base mensile, farebbe -6/7 miliardi. Su base annua, siamo intorno a 80 miliardi. Numeri che ci fanno capire meglio cosa stia accadendo. La BCE non è tenuta a condurre gli acquisti con precisione maniacale di settimana in settimana, né di mese in mese. Anche svariati fattori tecnici incidono spesso sulle variazioni repentine. Ma è probabile che nei giorni scorsi abbia voluto tenere le prove generali per capire che fine farebbero i titoli di stato italiani senza il suo sostegno, pur in condizioni economiche, finanziarie e politiche molto positive.

Se questi sono stati i risultati, la BCE avrà più remore di quanto crediamo a cessare il PEPP senza adeguati contrappesi. Il problema resta l’inflazione, che avendo ormai superato il 4% nell’Eurozona e tendendo al 5% in Germania, non lascia spazi di manovra sostanziali con il “quantitative easing” (QE). Ed ecco che nelle prossime settimane a Francoforte i funzionari dell’istituto trascorreranno più tempo a trovare le modalità di potenziamento del QE senza contravvenire al mandato sulla stabilità dei prezzi, che non a dibattere sulla cessazione o meno del PEPP alla scadenza di marzo.

Già in ottobre era trapelata l’intenzione di procedere non tanto a un irrobustimento del QE tout court, quanto all’introduzione di una sorta di flessibilità negli acquisti a beneficio dei bond eventuali oggetto di stress. In soldoni, un pronto intervento a favore dei BTp, principalmente, nel caso in cui dovessero scatenarsi contro di essi le tensioni dei mercati. Altro che piano anti-spread di draghiana memoria. La BCE riconoscerebbe l’esigenza di mettere in salvo i titoli di stato più a rischio in maniera automatica e incondizionata. Quel “non siamo più a restringere gli spread” pronunciato dal governatore Christine Lagarde il 12 marzo dello scorso anno non sembra ricordarselo più nessuno tra gli stessi addetti ai lavori.

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