E se lo spread d’ora in poi crollasse? Ecco perché i BTp, tutto sommato, non sono da buttare

Lo spread oggi è in deciso calo dopo il "downgrade" morbido di Moody's del nostro debito pubblico. E potrebbe continuare a scendere nei prossimi mesi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo spread oggi è in deciso calo dopo il

E’ stata molto positiva la reazione dei mercati al “downgrade” del nostro debito pubblico con outlook stabile da parte dell’agenzia di rating Moody’s. I timori per un declassamento al livello “spazzatura” sono stati momentaneamente allontanati e anche i toni più distensivi delle ultime ore tra governo italiano e Commissione europea starebbero contribuendo a rilassare gli investitori, con lo spread BTp-Bund a 10 anni crollato dai 315 punti della chiusura di venerdì a fin sotto i 290 bp di questa mattina. I rendimenti decennali dei nostri bond viaggiano oggi poco sotto il 3,45%. E prima di mezzogiorno il Tesoro ha inviato a Bruxelles la lettera di risposta alle perplessità dei commissari sulla manovra di bilancio, con cui non chiude al dialogo, pur ribadendo il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, come la deviazione dalle regole comunitarie si sia resa necessaria per l’esigenza di tutelare le fasce degli italiani più svantaggiate, preso atto che il pil non si sia ancora ripreso dalla crisi dell’ormai lontano 2008.

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Intanto, altre cifre inchiodano alle loro responsabilità i precedenti governi. Si fa presto a gridare al “populismo”, quando emerge dai numeri ufficiali che proprio sotto maggioranze eurofile il risanamento fiscale sostanzialmente non c’è stato. Nel triennio 2015-2017, la spesa pubblica è cresciuta complessivamente di 14 miliardi di euro, pari al +1,7% rispetto all’anno 2014, quello subito prima il varo del “quantitative easing” da parte della BCE. Gli stimoli monetari di Francoforte hanno ridotto la spesa per interessi sul debito pubblico, facendo pagare lo scorso anno al Tesoro un conto di 65,6 miliardi di euro, 9 in meno rispetto a 3 anni prima. In media, nel triennio il beneficio per le casse statali sarebbe stato nell’ordine dello 0,6% all’anno, pari a una trentina di miliardi in tutto.

Eppure, quel beneficio non si è affatto tradotto in un miglioramento dei saldi di bilancio, visto che al netto degli interessi la spesa pubblica è salita nel periodo di ben 23 miliardi, il 3%. Tale importo è del tutto pari alle maggiori entrate, a conferma di come i governi Renzi-Gentiloni, a dispetto della propaganda di questi mesi, abbiano attuato una politica del “tassa e spendi” in totale distonia rispetto ai moniti di Bruxelles, sebbene lo scontro verbale tra le parti sia stato molto meno acceso a quello di questa fase. Se i risparmi ottenuti dai minori interessi versati dallo stato per onorare il debito pubblico fossero stati interamente utilizzati per ridurre il deficit e si fosse arrestata la dinamica della spesa, il 2017 avrebbe chiuso con un disavanzo di appena lo 0,9% del pil, quello che il governo Gentiloni aveva concordato come target per l’anno prossimo, ma dietro la rassicurazione (non credibile) di un aumento dell’IVA per un totale di 12,4 miliardi.

E se lo spread scendesse?

E non si può dire che la politica dei bonus di renziana memoria abbia portato bene all’economia italiana, oltre che alle fortune elettorali del PD. La crescita del nostro pil è rimasta in fondo alle classifiche continentali e se venerdì scorso i BTp hanno subito l’ennesima scure a un gradino sopra il livello “spazzatura” non è stato certo perché siamo passati in pochi mesi dalla solidità fiscale all’irresponsabilità. Tuttavia, c’è una possibile luce in fondo al tunnel. Molta di questa esplosione dello spread deve essere addebitata alle tensioni tra governo Conte e Commissione sulla manovra, con la conseguenza che i rendimenti medi dei titoli di stato tricolori circolanti sono lievitati dall’1,8% di fine 2017 al 2,3% di settembre. Un mezzo punto percentuale in più, che a regime varrebbe già sui 10 miliardi di euro. Si consideri, però, che il tasso medio si è riportato così solo a quello vigente agli inizi del 2017.

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Attenzione, però, perché l’inflazione ha nel frattempo rialzato la testa, pur restando debole nel confronto con gli anni pre-crisi. Il mese scorso, l’indice dei prezzi al consumo in Italia è salito su base annua dell’1,5%, per cui i rendimenti reali vigenti sul mercato risulterebbero pari allo 0,8%. Rispetto all’1,5-2% degli ultimi anni, si tratta di un livello ancora molto basso, se si considera che nel 2011, all’apice della crisi del debito sovrano, il nostro Paese mostrò rendimenti reali che sfiorarono il 4% medio ponderato. Ciò significa che non ci staremmo imbattendo nelle stesse tensioni di allora e se da un lato non conforta l’andamento storico, che ci ha visti sempre offrire in era euro tassi nominali di 150-200 punti base superiore all’inflazione, dall’altro abbiamo dalla nostra i livelli infimi dei rendimenti sovrani altrove. In Germania, si attestano a zero, a fronte di un’inflazione ormai stabilmente al 2% o poco oltre. Poiché più dei due terzi del nostro debito è in mani italiane, non ci sarebbe motivo per banche, fondi, assicurazioni e famiglie del Bel Paese di vendere BTp per acquistare Bund, a meno di non temere davvero l’uscita dall’euro dell’Italia o uno scenario di default, che nelle valutazioni delle stesse agenzie di rating, da ultima Moody’s, restano eventi remoti.

Del resto, se si togliesse dai piedi una volta per tutte il tema dell’uscita dall’euro e si tornasse a un clima di maggiore fiducia sulla volontà dell’Italia di non mettere in discussione la propria permanenza nell’unione monetaria, nemmeno i capitali stranieri avrebbero alcuna ragione per stare alla larga dai titoli nostrani, divenuti sin troppo appetibili. Un rendimento al 3,5% oggi tra le economie avanzate sulla scadenza decennale non lo offre nessuno e, peraltro, stiamo parlando di titoli emessi in euro, una valuta destinata ad apprezzarsi nei prossimi anni con la stretta sui tassi della BCE. Fiumi di denaro si riverserebbero sui BTp dagli USA, in particolare, se fossimo capaci di rassicurare i mercati sulla strategia di abbattimento del debito pubblico nel medio-lungo termine e sul fatto che nessuno abbia seriamente intenzione di riportarci alla lira. Solo così, gli investitori si farebbero due conti e capirebbero che comprare titoli sottozero o negativi in termini reali sarebbe un nonsenso, quando già oggi l’Italia offre rendimenti positivi sin dalla scadenza annuale e più che copre l’inflazione con un investimento a due anni o poco più.

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond, Spread