E se l’Italia appoggiasse il ‘falco’ tedesco come successore di Draghi alla BCE?

Clamoroso cambio di prospettiva per la BCE, con l'Italia che appoggerebbe il tedesco Jens Weidmann alla successione di Mario Draghi. Ecco perché questo passo inatteso del governo giallo-verde.

di , pubblicato il
Clamoroso cambio di prospettiva per la BCE, con l'Italia che appoggerebbe il tedesco Jens Weidmann alla successione di Mario Draghi. Ecco perché questo passo inatteso del governo giallo-verde.

Il nome del successore di Mario Draghi alla guida della BCE non si conosce ancora, ma negli ultimi giorni sono improvvisamente risalite le probabilità che possa essere tedesco, nello specifico quello del governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, famoso per essere considerato un “falco” monetario, ostile da sempre sia all’azzeramento dei tassi da parte dell’istituto (non parliamo nemmeno dei tassi negativi sui depositi overnight), sia al “quantitative easing”, il programma di acquisto degli assets, appena cessato.

A riaprire la sua corsa è stato niente di meno che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il quale da Davos, in Svizzera, dove partecipa con il premier Giuseppe Conte per l’Italia al World Economic Forum, ha spiegato che “non bisogna guardare alle alle cose avvenute in passato, perché il mondo si evolve e con esso anche le idee dei protagonisti”, rispondendo alla domanda sulla posizione di Roma nei confronti di una eventuale candidatura di Weidmann.

Dopo Draghi, un tedesco alla BCE? 

Come mai questa dichiarazione a dir poco sorprendente, quando fino a poco tempo fa il presidente della Commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, aveva parlato di possibile fine dell’Europa nel caso di successione tedesca a Draghi? La risposta andrebbe ricercata nello scenario alternativo che si offrirebbe, se Weidmann fosse fuori dai giochi per l’opposizione italiana, ossia della terza economia dell’Eurozona. Nessuno dei 19 stati dell’unione monetaria gode di un diritto di veto, ma è pur vero che ad oggi tutti i governatori della BCE sono stati individuati da un accordo almeno tra i grandi partner, cioè Germania, Francia, Italia e Spagna.

La partita contro la Francia

Madrid avrebbe poco da recriminare in ogni caso, potendo contare sul vice-governatore, l’ex ministro dell’Economia, Luis de Guindos. In teoria, nemmeno la Francia potrebbe reclamare un proprio candidato, avendo avuto come governatore un proprio uomo tra il 2003 e il 2011 con Jean-Claude Trichet. Tuttavia, proprio Parigi sarebbe in corsa con l’attuale governatore della Banque de France, François Villeroy, le cui posizioni caute sulla politica monetaria andrebbero bene sia al sud che al nord.

E sempre francese sarebbe un altro papabile alla successione di Draghi, l’attuale suo consigliere esecutivo Benoit Coeuré.

L’Italia vuole evitare che il prossimo mandato vada a un francese, perché mai come in questa fase politica ogni vittoria di Parigi sarebbe una sconfitta per Roma e viceversa. Inoltre, bisogna spezzare o almeno insinuarsi nell’asse franco-tedesco, evitando di rimanerne schiacciati, subendone ogni decisione e spartizione di cariche europee. Per questo, avanzare o almeno preludere a un appoggio al candidato tedesco finirebbe per indebolire vistosamente la posizione francese. A quel punto, il presidente Emmanuel Macron non avrebbe buone ragioni per contrastare Weidmann, schierandogli un proprio candidato. Dunque, meglio un tedesco di un francese per l’Italia, almeno sul piano della diplomazia. Non solo. Appoggiando il numero uno della Bundesbank, l’Italia si ritaglierebbe una voce influente nel corso del suo mandato, rendendosi potenzialmente decisiva nelle decisioni cruciali ed evitando lo scenario di un relegamento ai margini, cosa che accadrebbe se la carica andasse al francese con la condivisione, obtorto collo, della Germania.

Non è tutto. La politica monetaria è certamente influenzata dalle pulsioni “ideologiche” del governatore di turno, ma fino a un certo punto. Anzitutto, perché essa viene concertata con il resto del board, formato dai 19 banchieri centrali nazionali, tra cui numerose “colombe”, e dai 6 consiglieri esecutivi, tra cui nessun italiano sotto Draghi. Con una presidenza tedesca, però, magari riusciremmo a portare a casa un nostro membro, meglio se con il ruolo di capo-economista, come l’attuale Peter Praet, in quota Belgio, ma di fatto mezzo tedesco, nato nel Nordreno Vestfalia. Davvero un Weidmann sarebbe così terribile per gli interessi italiani, quando si tratterà di decidere se alzare o meno i tassi e di quanto e se varare o meno stimoli monetari per sostenere i prezzi? In fondo, l’unico mandato affidatogli sarebbe di centrare il target d’inflazione a poco meno del 2% tendenziale, per cui l’istituto resterebbe grosso modo “data dependent”.

In altri termini, la discrezionalità sarebbe limitata, per quanto non minima, come abbiamo imparato ad apprendere con Draghi con il “whatever it takes” del 2012 e il varo del QE nel 2015.

Il Trattato tra Francia e Germania segna la fine della UE e anche l’euro rischia

L’Italia cerca il credito con la Germania

Infine, ma non per importanza, c’è in ballo la spartizione delle cariche europee. La BCE a un tedesco libererebbe l’importante casella della presidenza della Commissione, ad oggi data in quota Germania con il candidato del PPE, il bavarese filo-merkeliano Manfred Weber, considerato il più papabile successore di Jean-Claude Juncker. L’Italia difficilmente potrebbe anche solo ambire a tale carica, specie adesso che al governo vi sono due formazioni euro-scettiche, sgradite a gran parte dei governi europei. Tuttavia, si potrebbe tentare una mediazione con qualche esponente che andasse bene anche a Roma, non apertamente ostile ai “sovranisti” e disposto, così come lo sarebbe lo stesso Weber, ad allearsi con loro dopo le elezioni europee di maggio.

E, comunque, dopo avere appoggiato Weidmann, l’Italia vanterebbe un credito nei confronti della Germania, allorquando si dovranno decidere le cariche da affidare ai singoli commissari, nonché la presidenza dell’Europarlamento. Al bis per quest’ultima ambisce apertamente il numero due di Forza Italia, Antonio Tajani, che molto improbabilmente riceverà aiuto dal governo Conte. E se agli Affari monetari o a una delle vice-presidenze andasse un italiano? Si tratterebbe di posizioni pesanti per cercare di contare nel prossimo governo UE. Non avremmo il fiato addosso di un qualche commissario a puntarci il dito sui conti pubblici, un giorno sì e l’altro pure, anche se questo non implica anche che saremmo liberi di fare quello che vogliamo sul deficit.

In ogni caso, non sarebbe facile far digerire ai tedeschi e agli altri partner del nord una carica in mano a Roma con voce in politica fiscale. Siamo considerati l’emblema di come non ci si dovrebbe comportare con le finanze statali, altro che scrutinare i bilanci degli altri! E, tuttavia, se spalancassimo il portone dell’Eurotower a Weidmann, chissà che anche qualche pregiudizio verso di noi venga meno a Berlino.

In fondo, come ha risposto Frau Merkel all’invito di Conte a Davos, “il caffè è più buono se a chiederlo è un italiano”. E aggiungiamo che diventa anche più dolce, se lo si beve insieme a un tedesco che ricambia l’invito.

Ecco come la BCE dopo Draghi cancellerà i debiti degli stati dell’euro

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , ,
>