E in Iran scoppia la crisi dei pannolini, triste ricordo della carta igienica in Venezuela

L'Iran ha una crisi dei pannolini, che somiglia fin troppo a quella della carta igienica del Venezuela. E le similitudini tra le due economie emergenti non si fermano qui.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Iran ha una crisi dei pannolini, che somiglia fin troppo a quella della carta igienica del Venezuela. E le similitudini tra le due economie emergenti non si fermano qui.

Non c’è pace per i mercati emergenti, la cui crisi nelle ultime settimane sta assumendo caratteri sempre più generalizzati. Mediamente, le azioni hanno perso quest’anno il 15%, ma sfiorano il -20% dal picco toccato il 21 gennaio scorso, quasi scivolando nella fase “orso” o “bearish”. Non va meglio sul fronte obbligazionario, con i titoli emessi in dollari a perdere nel frattempo il 6,35% e il -8,2% per gli “high yield”, detti anche “spazzatura”. Le valute, vera spia della crisi, hanno ceduto mediamente il 6,6% contro il dollaro, ma sappiamo che i crolli sono stati ben più pesanti per peso argentino e lira turca, rispettivamente a -51/52% e -43% quest’anno. Le attenzioni dei media internazionali si stanno concentrando su economie come Turchia e Argentina, ma non sono le uniche a patire i primi segni evidenti della crisi. L’Iran è uno dei paesi maggiormente colpiti, nonostante se ne parli poco.

Le proteste in Iran anticipano il rischio di una crisi come nel Venezuela 

L’amministrazione Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare, siglato dal predecessore Barack Obama alla fine del 2015 e che dal gennaio 2016 ha consentito a Teheran di tornare ad esportare petrolio dopo 4 anni pieni di embargo. Le sanzioni sono state reintrodotte gradualmente e dal novembre prossimo entreranno a regime, ragione per cui già diversi mercati hanno tagliato le relazioni commerciali con l’Iran, altrimenti rischiano di restare tagliati dal circuito finanziario americano, date le ritorsioni annunciate dalla Casa Bianca verso chiunque continuasse a farvi affari. Di conseguenza, ad agosto le esportazioni di greggio dalla Repubblica Islamica risultavano diminuite di 1 milione di barili al giorno rispetto all’aprile scorso, cioè prima che venisse annunciata la fine dell’accordo nucleare.

La crisi valutaria iraniana

Minori esportazioni petrolifere implicano per Teheran minori dollari in entrata. E qui iniziano i guai seri per l’economia iraniana. Alla fine dello scorso anno, il governo aveva acconsentito a una svalutazione del rial del 14% a un tasso di cambio contro il dollaro di 42.105. Tuttavia, anche alla luce dell’evoluzione negativa dei rapporti con gli USA, la mossa si è rivelata insufficiente. Anziché liberalizzare il mercato valutario, come ha fatto la Russia di Vladimir Putin alla fine del 2014 alle prime avvisaglie del crollo per le quotazioni petrolifere, Teheran sta cercando di mantenere il cambio fisso per evitare che un suo eccessivo indebolimento provochi un’accelerazione dell’inflazione, colpendo la popolazione.

Russi e sauditi contro Venezuela e Iran a Vienna 

Quanto sta accadendo negli ultimi mesi, però, indica che gli effetti sortiti dall’amministrazione di Hassan Rohani sono stati ad oggi opposti alle intenzioni. L’inflazione è schizzata da meno dell’8% di aprile al 18% di agosto, mentre sul mercato nero il rial è letteralmente collassato, tanto che questa settimana ha toccato nuovi minimi storici, distanziandosi pericolosamente dal cambio ufficiale e toccando quota 150.000 contro un dollaro. In pratica, la valuta americana prezzerebbe fin oltre il 70% in più rispetto al cambio fissato dalla banca centrale. Uno scenario molto temibile, che abbiamo visto negli ultimi anni in Venezuela e che ha provocato il disastro economico sotto gli occhi di tutti.

Da lunedì, le file dinnanzi ai cambiavalute a Teheran si sono moltiplicate e allungate, dando vita a scene preoccupanti. Molti cittadini iraniani di ogni età e classe sociale stanno correndo a comprare dollari per ripararsi contro il rischio di una caduta del potere di acquisto della moneta. Che sia uno scenario inquietante lo confermerebbe anche il +45% messo a segno quest’anno dalla borsa iraniana, che non rispecchia alcun boom dell’economia domestica, quanto il tentativo di tanti piccoli investitori di metter in salvo i propri risparmi dall’inflazione, comprando azioni. E’ un avvenimento tipico delle economie in cui la fiducia verso la stabilità dei prezzi viene meno e anche in questo caso si rimanda al triste esempio del Venezuela.

Mancano i pannolini in Iran

C’è un altro fattore che sta accomunando Teheran a Caracas: l’incipiente carenza dei beni. Il cambio ufficiale, dicevamo, è troppo forte rispetto al valore a cui gli iraniani sembrano disposti a comprare dollari. Esso viene mantenuto per le importazioni prioritarie, ossia dei beni primari, ma creando distorsioni e fonte di speculazione. Chi riesce ad acquistare dollari a un cambio di 42.000 rial e non di 140-150.000 sul mercato nero di fatto ha la possibilità di utilizzare la valuta americana non per importare beni, produrre e venderli, bensì per portarne almeno una parte presso i cambiavalute per farseli pagare a caro prezzo contro i rial, realizzando ampi margini di profitto facile e in poco tempo. Tutto questo, nonostante i blitz delle autorità per impedire il fiorire del mercato illegale. Ad oggi, mai nella storia tali controlli si sono rivelati efficaci, nemmeno sotto le dittature più cruenti.

E che vi sia una carenza di beni disponibili lo ammette niente di meno che l’ayatollah Khameini, massima autorità religiosa del paese a maggioranza sciita. Nel fine settimana scorso, ha scritto espressamente che in Iran scarseggerebbero i pannolini, “quelli per bambini” e che “la gente è arrabbiata”. Molte famiglie non potrebbero più permettersi di comprarli, anche se li trovassero, tra prezzi in ascesa e cambio in caduta, un mix letale per il potere di acquisto, visto che il 70% dell’offerta di pannolini in Iran si ha grazie alle importazioni. Ai meno avveduti questa crisi strapperà un sorriso, mentre ci sarebbe da piangere. Vi ricordate come il mondo iniziò ad apprendere che in Venezuela qualcosa non andasse? Era la fine del 2013 e il presidente Nicolas Maduro fece requisire la produzione di carta igienica di alcuni stabilimenti, a causa dell’impossibilità per i consumatori di trovarla nei supermercati. Anche in quel caso prevalse l’ironia tra quanti non compresero la portata di ciò che stesse accadendo. E anche in Iran un prodotto primario per l’igiene sta svelandoci quanto grave sarebbe la crisi che rischia di travolgere l’economia iraniana. Se Rohani e l’ayatollah hanno seguito e compreso il caso di Caracas, dovrebbero precipitarsi oggi stesso a cambiare spartito, partendo dalla liberalizzazione del cambio. Lo spettro dell’iperinflazione e di enormi patimenti per la popolazione aleggia forte.

Iran, cambio al mercato nero implode e Teheran rischia la fine del Venezuela 

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Argomenti: Altre economie, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti