La profezia di Faber sulle banche centrali si realizza un anno dopo?

I mercati segnalano la loro sfiducia verso le banche centrali, che starebbero perdendo il controllo della situazione, intestardendosi in politiche monetarie inefficaci.

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I mercati segnalano la loro sfiducia verso le banche centrali, che starebbero perdendo il controllo della situazione, intestardendosi in politiche monetarie inefficaci.

All’inizio del 2015, il finanziere svizzero Marc Faber, noto per le sue invettive contro le politiche monetarie ultra-espansive, aveva previsto che lo scorso anno sarebbe stato quello della sfiducia verso le banche centrali e che le quotazioni dell’oro sarebbero risalite del 30%. E’ accaduto, invece, che il metallo abbia perso oltre il 10% e che le principali borse del pianeta abbiano chiuso tutte con il segno più. Faber avrebbe preso una cantonata, si direbbe. Vero, ma solo con riferimento alla previsione dell’anno, perché quanto sta accadendo in questi primissimi mesi del 2016 gli darebbe ragione, seppur a distanza di un anno di tempo. Dall’inizio dell’anno, le quotazioni dell’oro sono cresciute di circa il 15%, portandosi in prossimità dei livelli di fine 2014 a 1.223 dollari l’oncia, mentre il Dow Jones ha ceduto quasi il 6%. E’ andata peggio alle borse europee, come bene riassume l’andamento dell’Eurostoxx 600, che ha perso nel frattempo il 15%.

Crescita mondiale rallenta

In pochi si aspettavano una correzione così eclatante sui mercati finanziari, ma tutto lascerebbe pensare che la crisi non sarebbe finita, nonostante qualche tentativo del mercato di risalire la china. Ieri, le previsioni dell’OCSE per l’anno in corso hanno confermato la mancata accelerazione dell’economia globale, quando la crescita dovrebbe restare al 3%. Nulla di preoccupante, se il dato fosse questo un po’ per tutte le principali economie, ma le cose stanno diversamente. Gli USA cresceranno di un pallido 2%, l’Eurozona dell’1,4%, la Germania, che dell’unione monetaria è il motore economico, non dovrebbe vedere aumentare il suo pil più dell’1,3%. La stessa Cina rallenterebbe al 6,5% dal 6,9% dello scorso anno e il Giappone si dovrebbe accontentare di un +0,8%.        

Nervosismo tra le banche centrali

Se fossero confermate, tali stime lasciano intendere che i potenti e frequenti stimoli monetari attuati dalle principali banche centrali (Federal Reserve, BCE, Bank of England, Bank of Japan, People’s Bank of China) non avrebbero sortito gli effetti desiderati, anche se la stessa OCSE raccomanda a questi istituti di mantenere “molto accomodante” la loro politica monetaria. Ieri, dai verbali dell’ultima riunione della BCE è emersa quasi la frustrazione dei governatori del board, consapevoli non soltanto che l’inflazione nell’Eurozona non starebbe risalendo al target, ma che aumentano i rischi al ribasso e che nei prossimi mesi potrebbe registrarsi un calo in territorio negativo.

Stimoli BCE saranno potenziati

Le analisi degli istituti sembrano abbastanza corrette, ma le soluzioni individuate appaiono la sconfessione delle premesse da cui partono: se gli stimoli finora varati non hanno funzionato, perché insistere nel potenziarli? Sarebbe come un medico, che notando l’inefficacia di una medicina nel curare un malanno, ne somministrasse in quantità maggiori. A marzo dovrebbero arrivare nuove misure accomodanti nell’Eurozona, quando probabilmente saranno aumentati gli acquisti di titoli di stato dai 60 miliardi mensili. Eppure, la musica sta cambiando sulla grande stampa internazionale, così come tra gli stessi analisti. Se fino a qualche mese fa era tutto un coro inespugnabile in difesa dell’operato delle banche centrali e delle loro iniezioni di maxi-liquidità sui mercati, adesso si arrivano a percepire le prime critiche.        

Fuga verso beni-rifugio

Per citare un caso italiano, Il Sole 24 Ore, che in questi anni si è sperticato le mani nell’applaudire a qualsiasi suono uscisse dalla bocca del governatore Mario Draghi, ora mette in dubbio in un articolo che la strategia dei tassi negativi possa funzionare, si ragiona sugli effetti controproducenti che essi avrebbero sui margini delle banche, si nega che la sola politica monetaria possa risolvere i problemi, che dovrebbero essere affrontati, invece, su altri piani. E il Corriere della Sera cita uno studio del Fondo Monetario Internazionale, secondo il quale l’acquisto di un euro di titoli di stato da parte una banca corrisponde mediamente a 60 centesimi di credito in meno a famiglie e imprese. In pratica, la realtà starebbe prevalendo lentamente sui giochi di “prestigio” della BCE, per usare un termine adottato proprio dal quotidiano economico italiano. Ormai, i mercati sembrano attendersi e richiedere nuovi stimoli monetari, ma non nella previsione di una loro efficacia nel sostenere la crescita dell’economia, bensì semplicemente per impedire un nuovo tonfo dei corsi azionari e obbligazionari. Quella sfiducia di cui 13 mesi fa parlava in maniera piuttosto isolata Faber si è materializzata e può essere sintetizzata in pochi dati: oltre alla crescita del prezzo dell’oro, i rendimenti decennali dei Treasuries sono scesi ai minimi dal gennaio del 2015 all’1,73%, mentre quelli Bund si attestano oggi nuovamente sotto lo 0,2%, non lontani dai minimi storici, toccati nell’aprile dello scorso anno. A fronte di ciò, i futures del greggio con consegna ad aprile continuano a sostare poco sopra i 30 dollari e non si smuovono da tale soglia di riferimento.      

I segni della sfiducia

Ciò segnala che il mercato resta scettico sulla crescita delle economie più importanti del pianeta, mentre si attende nuovi stimoli, ma riguardo ai quali non ha più grande fiducia, tanto da ripararsi in assets-rifugio, come il metallo e i titoli di stato più solidi. L’allargamento degli spread in queste settimane evidenzia, infatti, come il calo dei rendimenti sovrani non sia uniforme, come lo sarebbe nel caso di acquisti dei bond per una fiducia generalizzata verso i loro corsi. Ed è così che si ha un allargamento dello spread BTp-Bund di 35 bp dall’inizio dell’anno. Il peggio, seguendo il ragionamento del magnate svizzero, potrebbe arrivare dall’America, nel caso in cui la Fed dovesse tornare sui suoi passi, ponendo fine alla incipiente stretta monetaria, tornando a tagliare persino i tassi USA. Sarebbe la spia di una gran confusione regnante nei board degli istituti, che da qualche tempo iniziano a non essere più considerati una bussola certa per i mercati.

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