E’ guerra commerciale: dazi USA del 256% sull’acciaio cinese

Gli USA e l'India chiudono all'acciaio dalla Cina. Il paese asiatico è accusato di praticare il dumping sui prezzi. Siamo vicini a una guerra commerciale?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli USA e l'India chiudono all'acciaio dalla Cina. Il paese asiatico è accusato di praticare il dumping sui prezzi. Siamo vicini a una guerra commerciale?

Un paio di mesi fa, in occasione della visita ufficiale a Londra del presidente cinese Xi Jinping, le associazioni manifatturiere europee hanno scritto alla UE, lanciando un appello, affinché Bruxelles non riconosca la Cina un’economia di mercato, temendo che altrimenti le sue merci potrebbero invadere l’Europa e portare alla distruzione della nostra produzione industriale, a causa delle politiche di dumping adottate dal governo di Pechino. Non si trattò allora della solita richiesta di protezionismo, quanto l’esternazione della preoccupazione che la Cina elimini la concorrenza europea, attraverso l’industria di stato o sussidiata da contributi pubblici, mettendo in pratica politiche di prezzi predatori. La manifattura europea teme che il Regno Unito, che intende diventare un hub finanziario anche per gli investimenti cinesi, possa fare pressioni sulla Commissione, affinché unilateralmente riconosca la Cina un’economia di mercato, distendendo così ulteriormente i rapporti commerciali. A preoccupare, in particolare, è la siderurgia. L’industria cinese produce la metà dell’acciaio di tutto il mondo, ma il mercato registra attualmente un eccesso di offerta di 700 milioni di tonnellate, di cui 425 sarebbero proprio in Cina. Qui, anziché tagliare la produzione, le imprese del settore tendono ad aumentare le esportazioni verso il resto del pianeta, deprimendo i prezzi. E’ evidente che ciò sia possibile solo grazie al fatto che tali imprese siano o controllate o sussidiate dal governo centrale.        

Dazi anti-Cina in USA e India

L’India ha già risposto a tale pratica, imponendo un prezzo minimo alle importazioni di acciaio. La prima economia mondiale, gli USA, ha anch’essa reagito e martedì il Dipartimento del Commercio di Washington ha pubblicato un aggiornamento delle tariffe doganali, imponendo sull’acciaio cinese un’aliquota del 256%, in considerazione del fatto che esso mostrerebbe prezzi “iniquamente bassi”. Dazi di gran lunga minori sono stati imposti anche all’acciaio importato da Italia, Sud Corea e Taiwan. Ma dal nostro paese, le importazioni sono gravate da un’aliquota di appena il 3,1%, esclusi gli acquisti dalla Marcegaglia S.p.A., su cui non insiste alcuna tariffa. Percentuali simili hanno colpito gli altri paesi citati, tutti accusati nel novembre scorso dal governo americano di sussidiare in qualche modo l’industria siderurgica locale fino a un massimo del 236% del prezzo dell’acciaio. Ora, è evidente che ad essere colpita sarà solamente l’industria cinese, che a fronte della minore domanda interna, conseguenza di un rallentamento della crescita economica e, in particolare, del settore delle costruzioni, potrà confidare d’ora in avanti anche meno sulle esportazioni, impennatesi negli ultimi tempi a 100 milioni di tonnellate. La valvola di sfogo del mercato mondiale verrebbe meno, a meno che la Cina non riesca a rimpiazzare gli USA e la Cina con altre economie di sbocco, un fatto alquanto improbabile, sia per le dimensioni di questi paesi, sia per lo stato di eccesso di offerta globale per l’acciaio. Una misura simile potrebbe essere adottata anche in Europa, dove crescono le pressioni sui governi, affinché non si lascino travolgere dalla concorrenza sleale cinese.        

Cosa farà la Cina?

Ma come reagirà allora Pechino? Il problema è serio, perché almeno un quarto delle società cinesi sarebbe a rischio default. Infatti, i prezzi delle commodities sono scesi mediamente ai minimi dalla fine degli anni Novanta, generando minore cash flow e rendendo più difficile il rimborso dei prestiti alle scadenze. Se c’è una cosa che il governo cinese vorrà impedire è che l’economia nazionale scivoli verso la deflazione, oltre che verso lo scoppio della enorme bolla del credito. Dunque, ha un’arma a disposizione, anche se dovrà maneggiarla con estrema cura: la svalutazione dello yuan. Poiché l’acciaio gravato dai dazi sarebbe venduto negli USA a prezzi proibitivi, la Cina potrebbe ipotizzare di svalutare un pò lo yuan, in modo da alleggerire la pressione sulle sue esportazioni. In una certa misura, potrebbe permetterselo, dato che l’inflazione viaggia in questi mesi intorno alla metà del target fissato dalla People’s Bank of China, che è del 3%. E’ evidente che non potrebbe svalutare di molto il cambio, sia perché ciò darebbe vita a un caos sui mercati finanziari globali, sia anche perché lo yuan è stato appena inserito tra le riserve dell’FMI, essendo soggetto adesso a una maggiore sorveglianza degli organismi internazionali, i quali non approverebbero una distorsione rispetto ai fondamentali. Sarebbe, però, un segnale abbastanza efficace per dissuadere le principali economie del pianeta ad evitare un confronto con Pechino. Inoltre, il governo potrebbe sempre rispondere ai dazi, con l’imposizione a sua volte di tariffe sulle importazioni dei paesi “avversari”.        

L’America cambia tono con Pechino?

D’altra parte, è probabile che la svolta del governo americano non sia arrivata del tutto casualmente. Da mesi, a condurre i sondaggi per le primarie del Partito Repubblicano c’è il magnate Donald Trump, che miete consensi in lungo e in largo in America, puntando su temi forti, tra cui la chiusura delle frontiere commerciali proprio con la Cina, accusata di “rubare lavoro” agli americani con politiche sleali. Se vincesse la nomination del GOP e dopo anche le presidenziali USA tra 11 mesi, i rapporti con Pechino potrebbero di molto deteriorarsi. Ma è probabile che dalle urne, quand’anche vincessero i democratici, esca una richiesta di cambiamento verso le politiche commerciali con la Cina. Non dimentichiamo che quest’ultima è stata nei fatti accerchiata con la firma del Trans-Pacific Partnership (TPP), l’area di libero scambio dei paesi del Pacifico, di cui fanno parte, tra gli altri, USA, Canada, Messico, Giappone, Australia, Corea del Sud, Vietnam. Siamo dinnanzi all’inizio di una guerra commerciale tra Cina ed economie avanzate? Il 2016 potrebbe essere proprio l’avvio di un tale confronto?      

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Argomenti: Crisi Eurozona

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