E Draghi debutta contro la Commissione europea sui vaccini

Le vaccinazioni lente sono state oggetto del primo meeting europeo del premier in videoconferenza

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E Draghi bacchetta l'Europa sui vaccini

Il battesimo di Mario Draghi nell’Unione Europea come premier italiano è avvenuto giovedì scorso, quando i 27 leader e i rappresentanti delle istituzioni comunitarie si sono riuniti in videoconferenza. E il debutto per l’ex governatore della BCE è stato molto diverso da quello che probabilmente egli stesso si sarebbe aspettato. Oggetto dell’incontro virtuale è stato inevitabilmente la lentezza delle vaccinazioni. Quando è stato il turno di “Super Mario”, le sue prime parole sono state una dura bacchettata all’operato della Commissione europea. Draghi ha affermato che bisogna ammettere con franchezza che la UE stia rimanendo indietro rispetto a esempi come gli USA e il Regno Unito.

Quasi a volere prendere le distanze dall’atteggiamento tra il morbido e lo strafottente della presidente Ursula von der Leyen, ha espresso la convinzione che non si possa essere teneri con le case farmaceutiche che non ottemperano ai loro obblighi. E pur ribadendo l’appoggio al programma Covax, ha sottolineato come questo non sia il momento della solidarietà nei confronti dei paesi poveri. “E’ un fatto di credibilità verso i cittadini europei”, ha aggiunto.

E lancia subito una proposta: bloccare le esportazioni dei vaccini prodotti in Europa, così come stanno facendo Washington e Londra. Infine, ha appoggiato l’idea del presidente francese Emmanuel Macron sull’introduzione del passaporto vaccinale, ma ha avvertito anche che bisogna bilanciare il diritto alla salute con la libertà di movimento all’interno del mercato unico.

Un Draghi in versione “sovranista”, pur europeo. Eppure, ha impressionato questo cambio di posizione di Roma, che con il Conte-bis era diventata la tirapiedi di Bruxelles a prescindere. Sarà che il premier possiede tutta l’autorevolezza del caso per potersi permettere di criticare in maniera costruttiva l’operato europeo, ma sta di fatto che avremmo immaginato un debutto più tradizionale, improntato alla solita sintonia di facciata che i governi italiani sono abituati ad esternare da anni alle riunioni europee.

Perché i vaccini nell’Unione Europea stanno arrivando con notevole ritardo

Il successo di Draghi dipende dalle vaccinazioni

La realtà sta già prevalendo sui sogni. Draghi è un europeista indefesso, come ha confermato anche al suo discorso al Senato per il voto di fiducia, quando ha invocato ulteriori cessioni di sovranità in favore della UE per rendere stabile la costruzione dell’euro, definito ancora una volta “irreversibile”. Tuttavia, sin dai primi giorni dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha ben compreso che la UE nelle fasi critiche spesso sia più di impiccio che di aiuto. La gestione dei vaccini è stata delegata alla Commissione per aumentare il potere negoziale dei singoli stati con Big Pharma e il risultato è stato paradossalmente il contrario: case farmaceutiche che ci spernacchiano, dosi consegnate in ritardo e in quantità inferiori a quelle concordate, contratti siglati male e dopo mesi di estenuanti trattative per risparmiare pochi spiccioli dinnanzi al costo che quotidianamente la pandemia comporta a carico del Vecchio Continente.

Diremmo, benvenuto nella realtà, se non apparisse un’offesa verso un uomo che dalla BCE ha dimostrato di essere molto pragmatico e poco incline all’ortodossia. La verità è che Draghi è consapevole che il successo del suo governo dipenderà essenzialmente dalla capacità che egli saprà mostrare nell’accelerare i ritmi delle vaccinazioni. Più dosi vengono somministrate ogni giorno e prima si abbasseranno i contagi e i decessi e prima si tornerà a riaprire tutta l’economia. Fino a quando le fasce più a rischio della popolazione non saranno state almeno coperte con una dose, non possiamo immaginare il ritorno a un’estate normale.

E, infatti, Draghi ha proposto agli altri leader di puntare maggiormente sulle somministrazioni a tappeto delle prime dosi, anziché impuntarsi sulla disponibilità dei richiami. Questo, perché le ricerche scientifiche pubblicate nei giorni scorsi, tra cui sui casi studiati in Israele, segnalano come il tasso di mortalità e i casi di contagio più gravi crollerebbero quasi totalmente già con una dose. Ed è importante intervenire per coprire al più presto quante più persone possibili, un po’ sull’esempio di Londra, per immunizzare un minimo contro le varianti, la cui diffusione in Europa rischia di allungare le restrizioni anti-Covid.

Se in poche settimane non sarà segnalata una svolta, la luna di miele tra Palazzo Chigi e gli italiani finirà di già. E a rischio ci sarebbe la credibilità dell’uomo al momento ritenuto il meglio posizionato per garantire stabilità e difesa dell’interesse nazionale all’Italia.

Sui vaccini anti-Covid Unione Europea fregata dal resto del mondo

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