Due milioni di posti di lavoro in tre anni, la scommessa di Draghi

Il governo prevede che saranno creati 2 milioni di posti di lavoro da qui al 2024. I numeri appaiono molto positivi, forse ottimistici.

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Due milioni di posti di lavoro in più in tre anni

Mentre il governo Draghi taglia di 1 miliardo la dotazione complessiva per il reddito di cittadinanza, l’economia italiana dovrebbe chiudere il 2021 con un PIL reale a +6%. C’è chi, poi, come il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, scommette su un tasso ancora più alto. Ma già prima della pandemia, l’allarme per l’Italia riguardava i posti di lavoro. Troppo pochi nel confronto internazionale. Il tasso di occupazione resta lontanissimo dall’obiettivo europeo del 70%. La Germania si aggira intorno al 75%, mentre l’Italia ha raggiunto il suo record storico al 58%, percentuale che dovrebbe riacciuffare quest’anno dopo il calo dovuto alla crisi nel 2020.

Con così pochi posti di lavoro creati, difficile immaginare di mantenere sussidi generosi come il reddito di cittadinanza. Eppure, una buona notizia emerge dal quadro macroeconomico delineato dal governo nella Nota di aggiornato al Documento di economia e finanza (NaDef). Secondo le previsioni dell’esecutivo, al 2024 il tasso di occupazione in Italia salirà al 63,4%. Non solo sarebbe di oltre 5 punti più alto di quello attuale, ma corrisponderebbe a un aumento di circa 2 milioni di posti di lavoro.

Nel triennio 2022-2024, la crescita del PIL nominale è attesa al 15%, del PIL reale al 9,7%. In valori assoluti, il PIL salirebbe di 266 miliardi di euro. Ad occhio e croce, sarebbe creato un posto di lavoro per ogni 130.000 euro di maggiore ricchezza; uno ogni 86.000 euro di ricchezza reale, cioè al netto dell’inflazione. Il dato in sé non sarebbe neppure così ottimistico, considerando che prima del Covid in Italia risultasse esservi un posto di lavoro per ogni 77.000 euro di ricchezza nominale.

I numeri dietro ai nuovi posti di lavoro

Dunque, ci aspetta un boom di posti di lavoro? Come sempre, le previsioni macro vanno prese “cum grano salis”.

Esse si basano su una serie di variabili non perfettamente pronosticabili dal governo e sfuggenti al suo controllo. Ad esempio, i rincari delle materie prime dureranno? E fino a quali livelli si manterranno? Non è un problema da poco. Ad esempio, nel triennio considerato i consumi finali nazionali sono attesi in crescita dell’8%, battendo l’inflazione cumulata nel periodo di quasi tre punti. Ma rincari eccessivi e duraturi di beni e servizi rischiano di sottrarre potere di acquisto proprio alle famiglie e, quindi, di rallentare la crescita dei consumi.

Ed è di circa il +17% la previsione per gli investimenti. Anche in questo caso, l’inflazione giocherà un ruolo determinante. Un suo surriscaldamento sopra il target del 2% spingerà la BCE ad agire più velocemente delle attese per alzare i tassi d’interesse. E a loro volta, questi colpiranno gli investimenti delle imprese. E, infine, ci sono le esportazioni: quasi +14% in volume. Dipenderanno in parte dal tasso di cambio e in parte dalla congiuntura internazionale. Considerate che la metà delle nostre esportazioni nette si ha negli USA, per cui l’andamento dell’economia americana si rivela per noi essenziale.

Concludendo, i 2 milioni di posti di lavoro in più previsti dal governo Draghi ci spingono all’ottimismo. Evidentemente, l’accelerazione degli investimenti pubblici con il Recovery Fund farebbero la loro parte. Peraltro, una crescita così vigorosa del tasso di occupazione in così breve tempo la nostra economia non lo ha mai sperimentato. Una ragione per guardare con fiducia al futuro, ma al contempo per mostrarsi prudenti circa l’andamento reale del mercato del lavoro nei prossimi anni.

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