Stimoli monetari, vediamo i risultati due anni dopo il via

A due anni dall'annuncio di stimoli della BCE, quali effetti si sono avuti sui mercati? Esaminiamo, in particolare, le variazioni dell'euro contro le altre principali valute.

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A due anni dall'annuncio di stimoli della BCE, quali effetti si sono avuti sui mercati? Esaminiamo, in particolare, le variazioni dell'euro contro le altre principali valute.

Sono trascorsi due anni dal board della svolta della BCE. Era l’8 maggio e il governatore Mario Draghi e gli altri banchieri centrali dell’Eurozona si riunivano a Bruxelles e non a Francoforte, in uno dei due appuntamenti esterni fissati nell’anno. Anche la data era singolare, perché contrariamente al calendario ordinario allora vigente, che prevedeva la riunione a ogni primo giovedì del mese, cadendo questo in data festiva (l’1 maggio), il board veniva convocato con una settimana di ritardo.

Quel giorno, la BCE annunciava che i tassi sarebbero stati quasi certamente tagliati alle riunioni successive e che sarebbero stati varati nuovi stimoli monetari. La parola fu rispettata, perché alla fine dell’estate di due anni fa risultava palese l’intenzione di Francoforte di varare un “quantitative easing” in stile USA.

Euro debole contro diverse valute

L’8 maggio 2014 segna un prima e un dopo nella politica monetaria della BCE, dando il via a una serie di misure non convenzionali, la cui efficacia resta ancora oggi dubbia, ma che certamente ha stravolto il modo con cui i mercati e l’opinione pubblica guardano oggi all’istituto. Alla vigilia di quell’incontro così decisivo, il cambio euro-dollaro era vicinissimo a quota 1,40. Draghi veniva accusato dai governi del Sud Europa, in particolare, di tenere la moneta unica troppo forte contro le altre principali divise. Le cose cambiarono con la conferenza stampa di quel giorno. Ebbene, quali sono stati i risultati in termini effettivi? Il cambio euro-dollaro si è indebolito in questo lasso di tempo di oltre il 17%, anche se la divisa europea è arrivata a perdere quasi un quarto del suo valore nel marzo dello scorso anno, quando iniziò ad essere attuato sui mercati il QE. L’indebolimento dell’euro è avvenuto anche contro altre valute, sebbene il legame diretto con gli stimoli sia in diversi casi molto opinabile, dipendendo per lo più da casi specifici (si veda l’effetto del tracollo dei prezzi delle materie prime sulle valute emergenti).      

Efficacia complessiva dubbia di stimoli BCE

Contro lo yen, il bilancio è negativo del 14%, così come contro la sterlina di oltre il 4%.

Un pesante -10% viene registrato anche contro il franco svizzero, ma qui la debolezza della moneta unica si è sprigionata a partire dal 15 gennaio del 2015, dopo l’abbandono del cambio minimo di 1,20 da parte della SNB, la banca centrale elvetica. Il segno meno si ha anche nei confronti del dollaro canadese, contro cui l’euro cede il 5%, contro la rupia indiana (-9%), lo yuan (-14,5%), mentre si mostra stabile contro il dollaro australiano. Viceversa, l’euro si è rafforzato in questo biennio contro la corona svedese (+1,4%), il rublo (+34%), il real brasiliano (+21%), il rand sudafricano (+10%), la lira turca (+9%). La svolta monetaria del 2014 puntava a ravvivare l’inflazione nell’Eurozona, che nel mese di maggio di quell’anno si attestava ad appena lo 0,50% su base annua. Ebbene, non possiamo dire che l’obiettivo sia stato centrato, visto che dopo il varo e l’attuazione degli stimoli, nonché il loro potenziamento, l’unione monetaria è scivolata più mesi in deflazione, archiviando lo scorso aprile con un calo tendenziale dei prezzi dello 0,2%. Tutto ciò, nonostante i tassi sui mercati siano letteralmente precipitati, come ci segnala l’Euribor, a cui si agganciano alle varie scadenze i mutui a tasso variabile. Il range, nel quale oscillavano mediamente nel maggio 2014 era dello 0,25-0,57% (tra gli 1 e i 12 mesi), mentre al momento è del -0,3/-0,1%. In altri termini, gli stimoli di Draghi hanno indebolito l’euro contro alcune divise, ma non hanno avuto efficacia nel contrastare la bassa inflazione nell’Eurozona, a causa principalmente del minore costo delle materie prime. I prezzi di queste sono diminuiti mediamente del 37% in due anni e nonostante il rally del greggio nelle ultime settimane (+80%), esso continua ad essere venduto a quasi il 60% in meno. Stabile il mercato azionario dell’area, anche se molto volatile quest’anno, mentre sono indubbi i benefici sui rendimenti sovrani. Non solo si sono ristretti gli spread (quello tra i BTp e i Bund a 10 anni di una ventina di punti base), ma sono anche scesi in valore assoluto, registrando in quasi tutti i paesi minimi record sulle varie scadenze.
 

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