Alleanza tra PD e 5 Stelle: tutti mollano Renzi per Di Maio, la sinistra si vende al primo offerente

La gestione pessima della sconfitta sta decretando la morte politica di Matteo Renzi, segretario mollato da gran parte del PD, in cerca di riparo nel Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La gestione pessima della sconfitta sta decretando la morte politica di Matteo Renzi, segretario mollato da gran parte del PD, in cerca di riparo nel Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio.

La sconfitta del PD alle elezioni era certa, al Nazareno speravano solo di contenerla. Quando domenica sera sono arrivati i primi dati dalle urne, tuttavia, i numeri sono subito apparsi uno shock ben peggiore delle aspettative più nere. I democratici sprofondano sotto il 20%, ottenendo il 19%. E già questo ha segnato il collasso del partito-perno non solo della legislatura passata, bensì della Seconda Repubblica, caratterizzata dal successo di Forza Italia da un lato e dall’alleanza tra ex Dc ed ex PCI dall’altra. Questo sistema è imploso. Cosa assai peggiore, la gestione della crisi sta avvenendo nel peggiore dei modi immaginabili. Il segretario Matteo Renzi, nel tentativo più che legittimo di difendere ciò che resta della dignità e dell’identità del partito, nonché la propria leadership, ha blindato la linea politica: niente alleanze con chicchessia. Il PD, ha spiegato, passerà all’opposizione. Del resto, esce stra-battuto dai seggi ed è normale che ci si ponga il problema di non governare più per un po’, essendo stato chiarissima e netta la bocciatura degli italiani dei governi da esso guidati.

Tuttavia, questa linea avrebbe bloccato sul nascere un’operazione dei dirigenti della maggioranza e non renziani, tra cui Dario Franceschini – il quale, però, nega – tesa a fare asse con il Movimento 5 Stelle, almeno per strappare una qualche presidenza delle Camere, concedendo in cambio una forma di sostegno a un esecutivo pentastellato, magari dall’esterno. Questa posizione “inciucista” è stata benedetta da Eugenio Scalfari, ex direttore storico di Repubblica, che nel giro di poche ore è passato dall’attaccare i grillini a individuare in Luigi Di Maio il nuovo leader della sinistra, se si alleerà con il PD, spiega.

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Tra i “big” democratici, sembra un fuggi-fuggi da Renzi, con lo stesso Franceschini a parlare di “depistaggi mediatici” del segretario per sfuggire alle proprie responsabilità. La caduta della stella renziana è palese e quando la nave affonda, i topi scappano. Lo stesso sta succedendo al Nazareno, dove la voglia di restare incollati alla poltrona di questa o quella carica, se non del governo, starebbe spingendo persino esponenti moderati del partito a tentare un’alleanza con quei 5 Stelle, che fino a qualche giorno fa bollavano il PD con epiteti irripetibili e il più delle volte da querela.

La rottura tra Renzi e Mattarella

Ma il “caminetto” è consapevole che il PD forse è finito, risucchiato al centro-nord dalla Lega e al sud dall’M5S. Per salvarsi, bisogna scegliere da chi farsi inglobare. Ed escludendo che si possa optare per diventare filo-leghisti, meglio sperare di cancellare il passato, strizzando l’occhio a un movimento non ideologizzato e che per questo si presterebbe ad essere riempito di qualsiasi contenuto. Del resto, lo stesso PD ha esordito nella scorsa legislatura da formazione che guardava a sinistra e ha concluso il lustro da partito che ambiva a farsi interprete del post-berlusconismo di stampo centrista.

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Renzi quasi non crede più alla possibilità di tornare ad avere il controllo del partito, se in un’intervista telefonica con Massimo Giannini, vice-direttore di Repubblica, ha escluso che salirà al Colle per le consultazioni con il presidente Sergio Mattarella, aggiungendo che quel giorno andrà a sciare. La conferma di un isolamento pressoché totale dentro al partito, con l’ex premier ad attaccare quello che chiama “il partito di Mattarella”, che già si sarebbe accordato con i 5 Stelle per fare un governo, includendo personalità come il premier Paolo Gentiloni e Franceschini, appunto.

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Stando così le cose, si andrà alla conta in assemblea, dove si deciderà quale linea seguire. Probabile che quella di chiusura del segretario dimissionario verrà bocciata e con ciò verrà sancita la fine della leadership renziana. Il problema delle alleanze, tuttavia, sta nei numeri. Il PD possiede 53 senatori e 112 deputati, sufficienti per garantire una maggioranza sia ai grillini, sia e, soprattutto, al centro-destra, a patto che il gruppo rimanga unito. Cosa accadrà, ad esempio, se i renziani si tireranno fuori da un’intesa? A quel punto, a “tradire” Renzi dovrebbero essere in 95 deputati e in circa 45 senatori, ovvero quasi tutti, al netto degli eventuali apporti di Liberi e Uguali a Di Maio. Possibile che un partito, i cui parlamentari sarebbero oggi per i tre quarti renziani di ferro, voltino le spalle in così tanti al segretario uscente?

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Di Maio mette il dito nella piaga, quando chiarisce che un’alleanza vi sarebbe con il PD, solo se “derenzizzato”. Come dire, cacciate Renzi e ne parliamo. E la forza della disperazione della sinistra, uscita quasi scomparsa dalla contesa elettorale, potrebbe spingere PD e LeU a consegnarsi ai grillini senza condizioni, se non dietro alla garanzia di qualche poltrona dalla quale scommettersi per non sparire al prossimo giro. Ma i numeri, dicevamo, restano impietosi. Senza Renzi, il PD non andrebbe da nessuna parte, a meno di non immaginare che il pressing di Mattarella sui parlamentari democratici sia così forte, da indurre persino i “fedelissimi” ad abbracciare la prospettiva dell’intesa con l’M5S. Non è solo la fine di Renzi, ma quella del partito-sistema. Curioso che esso tenti di governare con chi dell’anti-sistema ne ha fatto una battaglia epocale, vinta oltre ogni attesa e che certifica la liquidazione del Nazareno come esperienza politica.

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Argomenti: Matteo Renzi, Politica, Politica italiana