Dramma lavoro in Italia, le cifre che tradiscono la Costituzione

Numeri drammatici sul lavoro in Italia. Dall'OCSE all'Europa, dati chiarissimi: è dramma per tutti, specie giovani e donne. Costituzione letteralmente stracciata dai fatti.

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Numeri drammatici sul lavoro in Italia. Dall'OCSE all'Europa, dati chiarissimi: è dramma per tutti, specie giovani e donne. Costituzione letteralmente stracciata dai fatti.

Esiste una Costituzione formale e una materiale. Questo ci insegnano in un qualsiasi corso di diritto, facendoci intendere che una cosa sarebbero le leggi scritte, un’altra è la situazione di fatto che vige in uno stato. Mai distinzione più palese poteva aversi niente di meno per l’incipit della nostra Carta fondamentale, che sembra quasi una presa in giro dello stato materiale in cui versa l’economia italiana. Quel “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” cozza palesemente con i dati forniti ieri dall’OCSE, che vedono il nostro paese tra i peggiori delle economia avanzate in tema proprio di occupazione.

Partiamo dal dato principale: occupazione al 57,7% al primo trimestre 2017, quando la media OCSE è stata del 67,4%. Peggio di noi hanno fatto solo Grecia (52,7%) e Turchia (50,9%). In Germania, si arriva al 74,9%, anche se il record lo detiene l’Islanda con l’86,9%. In Francia, si è attestata al 64,3%. (Leggi anche: Lavoratori italiani, sono pochi e sgobbano più dei tedeschi)

I numeri complessivi sono frutto di un tasso di occupazione al 67% tra gli uomini (75,1% la media OCSE) e del 48,5% tra le donne, a fronte di una media del 59,7% e quarto peggior dato dopo Turchia, Grecia e Messico.

Dramma occupazione giovanile

Male anche il tasso di occupazione tra i giovani (15-24 anni), pari solamente al 17,1% contro una media dei 35 paesi industrializzati del 41,1%. Siamo penultimi, in questo caso, dopo la Grecia, che chiude la classifica con il 13,9%. Per la classe di età 25-54 anni, la percentuale sale in Italia al 69,1%, anche in questo caso nettamente più bassa rispetto al 77,5% OCSE, mentre per i 55-64 anni si scende al 51,4% contro il 59,9% medio. E anche la partecipazione al lavoro, che comprende oltre agli occupati anche chi cerca attivamente un impiego, risulta da noi tra le più basse dell’area, pari al 65,4% della popolazione in età lavorativa (15-64 anni), terzultimo posto davanti a Messico (63,7%) e Turchia (57,7%).

E sempre ieri, dalla UE sono arrivati altri dati, relativi all’indagine sull’occupazione e gli studi sociali in Europa (Esde), secondo cui in Italia i cosiddetti “Neet”, i giovani di età tra 15 e 24 anni che non studiano e nemmeno lavorano, sono il 19,9% del totale della classe di età, tra i tassi più alti del Vecchio Continente, nettamente al di sopra dell’11,5% medio.

In particolare, per quanto in calo nel 2016, la disoccupazione giovanile è stata al 37,8%, terzo dato più alto dopo Spagna (44,4%) e Grecia (47,3%). E tra i giovani italiani che riescono a trovare un lavoro, il 15% lo ottiene con contratti atipici, quando la percentuale nel Regno Unito si attesta al 5%. Per non parlare del fatto che un giovane sotto i 30 anni percepisce uno stipendio medio inferiore al 60% di quello di un ultrasessantenne. (Leggi anche: Lavoro in Germania per combattere disoccupazione giovanile)

Bassa occupazione per tutti, specie giovani e donne

Questi dati vanno letti nel loro complesso per carpirne la drammaticità, perché ci segnalano un’economia malata di bassa occupazione, dove giovani e donne, in particolare, sembrano vivere ai margini del mercato del lavoro, ma dove nemmeno gli uomini adulti se la passano bene, siano essi trentenni o sessantenni, a dimostrazione di quante scarse siano le opportunità per tutti.

Certo, anche la Costituzione americana parla di “diritto alla felicità” per i suoi cittadini, anche se nella pratica resta da vedere quanto felici essi lo siano davvero. Qui, però, siamo dinnanzi a fenomeni misurabili e che captano con assoluta certezza un’assenza cronica di lavoro, l’esatto contrario di quel fondamento posto alla base della nostra Repubblica, percepito dai padri costituenti così importante, da averlo inserito proprio nella frase iniziale della Carta, esattamente alla nona parola. Prima prendiamo atto che non abbiamo a che fare con un popolo di “bamboccioni”, “choosy” e gente che meglio che si tolga dalle scatole, andando a riparare all’estero, prima facciamo un servizio alla verità, evitando di continuare a umiliare un intero paese con l’uso di toni trionfanti al registrarsi dello zero virgola di disoccupazione in meno una tantum, che qui la questione non è di decimali.

(Leggi anche: Lavoro, Poletti stavolta ha ragione: solo curriculum non basta)

 

 

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