Il Dragone cinese ha un mare di debiti e a tagliarli vien giù il mondo

La crescita cinese continua ad essere drogata dai debiti. Percentuali preoccupanti per famiglie e imprese, che di questo passo potrebbero colpire l'economia mondiale.

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La crescita cinese continua ad essere drogata dai debiti. Percentuali preoccupanti per famiglie e imprese, che di questo passo potrebbero colpire l'economia mondiale.

Mentre l’amministrazione Trump inizia a sfoggiare alcune misure ritorsive sul piano commerciale contro la Cina, imponendo dazi su lavatrici e pannelli solari, la seconda economia mondiale starebbe allontanando i timori di un “atterraggio duro”, dopo decenni di crescita a due cifre, rallentando ai minimi dal 1990, ma pur sempre continuando a crescere tra il 6,5% e il 7%, un ritmo che le consentirebbe di non subire contraccolpi sociali.

Ma il problema della crescita cinese sta nel fatto che appaia drogata. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi finanziaria ed economica globale, il Dragone asiatico possedeva debiti per circa 6.000 miliardi di dollari, ovvero per poco più del 140% del suo pil. Alla fine del 2017, questa montagna era salita a quota 29.000 miliardi, pari a poco meno del 260% del pil.

Parliamo dei debiti totali non finanziari, la somma delle esposizioni di stato e controllate pubbliche, imprese e famiglie. Contrariamente a quanto avviene in larga parte del mondo avanzato, il debito pubblico non costituisce un vero motivo di preoccupazione qui. Esso ammonta a 4.000 miliardi di dollari, qualcosa come un terzo del pil, quando nell’Eurozona ammonta mediamente a quasi tre volte tanto e negli stessi USA supera il 100%. In teoria, nemmeno quello delle famiglie appare spropositato, salito al 53,2% del pil nell’ottobre scorso. A titolo di confronto, negli USA si attesta al 68%. Marcato è, invece, il debito delle imprese cinesi, pari al 163% del pil, quando le concorrenti americane risultano gravate da passività per “appena” il 45% del pil.

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Il boom di debiti in pochi anni

Il debito corporate in Cina è causato dall’eccesso di investimenti perseguito dallo stesso stato come reazione alla crisi finanziaria del 2007 nel mondo. Pechino ha incentivato il ricorso al credito per stimolare la domanda interna, con il risultato che gli investimenti sono esplosi a circa il 40% del pil, il doppio della media di Europa e Cina. L’eccesso di investimenti è finito per alimentare sprechi e inefficienze, frutto di una concorrenza accesa tra le province dello sterminato paese per aggiudicarsi la palma d’oro della crescita e accreditarsi agli occhi del Politburo nazionale.

E così, nel 2016 risultano essere stati svalutati crediti deteriorati per 576 miliardi di yuan (83 miliardi di dollari) in sole 43 banche cinesi, importo più che quintuplicato rispetto all’anno precedente. E si stima che prima della crisi mondiale, in Cina servisse appena 1,3 yuan di prestiti per creare uno yuan di ricchezza, ma nel 2016 ne servivano già 4,4 e oggi si calcola che si sarebbe arrivati a 6. In pratica, per stimolare la crescita servono 4-5 volte più prestiti di quelli di alcuni anni addietro, segno che l’efficacia stessa del ricorso al credito sarebbe crollata.

E se i debiti delle famiglie non sembrano essere ancora arrivati a percentuali allarmanti, confrontate con quelle occidentali, bisogna considerare due aspetti. Il primo riguarda la velocità con cui i consumatori stanno accumulando debiti su debiti. Prima del 2009, le loro esposizioni erano ancora contenute alla media del 18% del pil, ma da allora sono triplicate, crescendo al ritmo di oltre il 5% all’anno rispetto al pil e con un’accelerazione preoccupante avvenuta proprio nei primi 10 mesi del 2017, quando il rapporto è salito di ben 8 punti percentuali. A gennaio di quest’anno, poi, alle famiglie sono stati erogati prestiti per 143 miliardi di dollari, il 30% del totale.

Dunque, altro che “deleverage”. Siamo di fronte a una tendenza all’indebitamento apparentemente senza freni, se è vero che, a fronte di una crescita nominale del pil dell’11% nel 2017, il debito totale è aumentato del 13,5%, pur rallentando dal +18% del 2016. Resta il fatto che di questo passo, serviranno appena 4-5 anni per toccare gli stessi livelli di indebitamento delle famiglie americane e nel frattempo, stima Bloomberg, il rapporto debito totale/pil potrebbe essere esploso a quasi il 330%.

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Difficile crescita senza nuovi debiti

E qui veniamo al secondo problema: pur risultando ancora relativamente meno indebitate di quelle occidentali, le famiglie cinesi dispongono anche di un pil pro-capite ben più basso. In media, un cinese possiede un reddito annuo, tenuto conto del potere di acquisto, di appena 15.500 dollari, circa un quarto di quello di un americano e meno della metà di quello di un europeo.

Ciò significa che i cinesi sono indebitati già come se fossero arrivati ai nostri stessi livelli di ricchezza. Difficile così raggiungere i nostri standard, ovvero per la Cina diventare un’economia avanzata e non più di medio calibro.

Il governo di Pechino punta ufficialmente al “deleverage”, ma si trova dinnanzi a un “trade-off”: meno debiti e meno crescita o più debiti e più crescita? Indurre le banche a prestare meno denaro alle imprese equivarrebbe a tagliare gli investimenti e di conseguenza anche i consumi interni, restando eccessivamente dipendenti dalle esportazioni, ovvero alla congiuntura internazionale. D’altra parte, più i debiti crescono e maggiori sarebbero i rischi di esplosione rovinosa della bolla. Il Fondo Monetario Internazionale ha di recente studiato 43 casi di crescita dei prestiti del 30% rispetto al pil in appena 5 anni, trovando che in 38 casi siano finiti tutti con lo scoppio della bolla. In Cina, il rapporto debito/pil è cresciuto del 54% in 5 anni, quasi il doppio della media dei casi studiati dall’istituto.

E pensare che l’economia cinese possa sdebitarsi senza conseguenze per il resto del mondo appare ingenuo. Sono diverse le economie ad essere esposte in misura sensibile verso di essa, tra cui quelle asiatiche come Vietnam e Corea del Sud, con esportazioni superiori al 10% del loro totale. Per quanto i saldi commerciali siano in rosso con la Cina, anche Europa e USA risentirebbero negativamente di un eventuale tonfo della crescita del Dragone. Le 28 economie UE vi esportano qualcosa come più di 200 miliardi di euro all’anno, gli USA sui 130 miliardi di dollari. Dovremmo augurarci che la seconda economia del pianeta alleggerisca il peso dei suoi debiti, ma senza rallentare troppo. Ad oggi, il governo di Pechino non è stato in grado di coniugare i due obiettivi e ogni qualvolta abbia provato a ridurre la dose di droga creditizia alle imprese, ha ricevuto segnali preoccupanti, specie dal comparto immobiliare, lo stesso che, scricchiolando 10 anni fa negli USA, fece venire giù il mondo.

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