Draghi versus Germania: euro irrevocabile, ma Berlino ne vuole due

Mario Draghi torna a definire "irrevocabile" l'euro, ma poco prima la Germania aveva fatto trapelare il progetto di due monete, avallando di fatto la divisione dell'Eurozona. Con gli stimoli monetari agli sgoccioli, sempre più difficile per la BCE tenere tutti uniti.

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Mario Draghi torna a definire

“Il mercato comune non sopravvivrebbe alle continue valutazioni di due o più monete”. Lo ha spiegato ieri all’Europarlamento il governatore della BCE, Mario Draghi, che dopo avere difeso la sua politica monetaria dagli attacchi della presidenza USA (“non manipoliamo il cambio”), è tornato a ribadire il carattere “irrevocabile” dell’euro. Eppure, pochi giorni fa era stato lo stesso governatore a chiarire che, se qualche paese volesse lasciare l’Eurozona, dovrebbe, anzitutto, regolare i saldi del Target 2.

Come vi avevamo spiegato in quell’occasione, l’intenzione di Draghi non era di avallare una o più fuoriuscite dall’unione monetaria, quanto di avvertire gli euro-scettici delle conseguenze a cui andrebbero incontro, nel caso portassero a compimento i loro propositi, così come di mettere sull’attenti la Germania di Angela Merkel sul fatto che la BCE non può da sola tenere uniti tutti. (Leggi anche: Fuori dall’euro possibile, clamorosa svolta di Draghi)

Soltanto poco prima, Germania, Lussemburgo e Olanda erano venuti allo scoperto, proponendo da Malta un’Europa a doppia velocità, che in molti, noi di Investire Oggi compresi, abbiamo inteso anche come “doppio euro”. Il governo tedesco punterebbe a salvare la UE, evitando che dall’Eurozona si torni alle monete nazionali e creando un’alternativa meno traumatica, quella di due euro, appunto, uno al Nord e un altro al Sud, tra di loro magari legati da tassi di cambio fissi, ma in grado così di diventare più sostenibili per tutti i membri.

Doppio euro sarebbe fine della UE, non la sua salvezza

Draghi non può accettare anche la sola ipotesi di una doppia moneta, perché in qualità di responsabile della politica monetaria dell’area, sarebbe come ammettere il fallimento del suo operato, non solo personale, ma dell’intera storia dell’istituto che guida dal novembre 2011. Di più, egli è consapevole che l’alternativa all’euro di oggi non è crearne di due, ma la totale disintegrazione politica e forse anche economica della UE. (Leggi anche: Doppio euro per salvare la UE?)

Una volta che ciascun paese dovesse tornare alle monete nazionali, tra le varie capitali ci si guarderebbe in cagnesco per decenni e nessuna ambizione politica unitaria sarebbe più anche solo proponibile per gran parte di questo secolo.

Il ricordo del fallimento peserebbe come un macigno su qualsiasi tentativo di riproporre un rafforzamento delle istituzioni europee, pur riviste e ripensate dalle fondamenta.

Fine dell’euro sarebbe anche addio al mercato comune

Il ritorno alla lira, al marco, al franco, alla peseta, etc., sarebbe anche l’addio al mercato comune, perché a quel punto sarebbe sdoganati tutti quei movimenti politici, che oggi mettono in discussione non solo l’euro, ma anche la libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi, oltre che delle persone, che inveiscono contro la globalizzazione economica e finanziaria e suggeriscono la chiusura delle frontiere come toccasana per la difesa degli interessi nazionali. Per non parlare del messaggio che passerebbe, ovvero che ciascuno a casa propria potrà tornare a fare quello che vuole, in termini di gestione della spesa pubblica e di manovra dei tassi di cambio con svalutazioni competitive. (Leggi anche: Hard Brexit, Londra fuori anche dal mercato comune)

La fine dell’euro sarebbe forse tutto questo e Draghi lo sa, a differenza della Germania, che prende in seria considerazione un piano B, confidando che, accantonato lo status quo attuale, se ne possa ricreare un altro quanto più simile, allontanando lo spettro della disintegrazione europea. E, invece, dopo l’euro vi sarebbe per almeno una prima fase non di breve durata una spinta centrifuga degli attuali 19 membri dell’unione monetaria, ciascuno dei quali farà a modo suo su ogni aspetto della vita economica, ponendo fine a decenni di sforzi (falliti) di convergenza sul piano fiscale e di riforme per rilanciare la propria competitività in Europa e nel mondo.

Draghi non potrà fare di più

Draghi cercherà di salvare l’euro, ma obiettivamente non si vede cos’altro possa fare. I suoi potenti stimoli monetari sono agli sgoccioli e per quanto lo abbia negato fino a ieri, essi continuano a servire a mantenere finanziariamente in vita economie collassate come l’Italia.

I tedeschi, pur iper-critici verso la sua politica ultra-espansiva, non stanno affondando il colpo, consapevoli che se Roma crolla, trascina con sé nelle macerie tutta l’area. Ma le elezioni si avvicinano anche in Germania e i sondaggi iniziano ad essere scioccanti per la cancelliera, che si vede sorpassata dai socialdemocratici, dati per morti fino a poche settimane fa. (Leggi anche: Germania a Draghi: ci crei problemi politici)

Da qui a settembre, i conservatori di Frau Merkel aumenteranno le pressioni sulla BCE, affinché inizi un graduale ritiro degli stimoli, mentre dovranno mostrarsi sempre più rigidi verso la Grecia da un lato e il salvataggio pubblico delle banche italiane dall’altro. Il clima si scalderà sempre più, anche per la (sfortunata?) coincidenza tra diverse elezioni in tutti gli stati-chiave europei, forse Italia compresa. Draghi non può spingersi fino a sostituirsi ai governi: senza volontà politica, l’euro non sarà affatto irrevocabile.

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