Draghi si muove con cautela sugli stimoli, ma resta il caso inflazione

La politica monetaria della BCE non cambia, ma Mario Draghi taglia le stime sull'inflazione nell'Eurozona, accrescendo i dubbi sulla capacità dell'istituto di centrare l'obiettivo.

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La politica monetaria della BCE non cambia, ma Mario Draghi taglia le stime sull'inflazione nell'Eurozona, accrescendo i dubbi sulla capacità dell'istituto di centrare l'obiettivo.

Un colpo al cerchio e uno alla botte. La politica monetaria della BCE non cambia passo, restando i tassi fermi e gli stimoli monetari intatti. Al contempo, dal comunicato ufficiale dell’istituto scompare il riferimento a “tassi futuri più bassi”, segnalando, come il governatore Mario Draghi ha avuto modo di spiegare ieri pomeriggio in conferenza stampa, che i rischi di deflazione non sussisterebbero più nell’Eurozona, nonostante l’inflazione “core” resti bassa.

La speranza, aggiunge, è che essa risalga con la crescita e tenda al target di quasi il 2%, fissato dalla BCE e che ieri veniva ribadito quale dato oggettivo, unico a cui Francoforte guarda per le sue decisioni di politica monetaria.

E’ stata questa la risposta a un giornalista, che ieri ha chiesto a Draghi se non fosse il caso di rivedere il target d’inflazione, nel caso in cui la crescita dei prezzi dovesse rimanere bassa anche con un’accelerazione generalizzata del pil in tutta l’Eurozona. (Leggi anche: Tagliate stime su inflazione, alzate sul pil Eurozona)

Tagliate stime inflazione

Boutade dal sapore germanico? In realtà, no. Le azioni di una banca centrale poggiano sul presupposto di essere ritenute credibili dal mercato, ovvero da chi dovrebbe recepirle e incorporarle nei propri comportamenti economici. Se non fossero percepite tali, si rivelerebbero inefficaci. Ora, è dal 2013 (incluso), che l’inflazione non riesce a centrare il target, attestandosi al di sotto di esso.

Stando alle nuove proiezioni macroeconomiche della BCE e diffuse ieri dal governatore, nemmeno al 2019 riuscirà a risalire a livelli appena inferiori al 2%, arrivando quest’anno all’1,5%, scendendo nel 2018 all’1,3% per accelerare solamente all’1,6% tra due anni. Rispetto alle previsioni di marzo, si tratta di un taglio delle attese rispettivamente di due decimi di punto per quest’anno e di tre per il prossimo. E cosa ancora più preoccupante per la credibilità della BCE è che la stabilità dei prezzi, stando alla definizione prevista dal suo statuto, dovrebbe essere mancata per il settimo anno consecutivo nel 2019. (Leggi anche: Tassi BCE fermi, ma cambia il linguaggio nel comunicato)

Giù il target d’inflazione dopo Draghi?

Mario Draghi rischia di concludere il suo mandato nell’ottobre del 2019, non essendo stato per la quasi totalità di esso in grado di adempiere all’unico obiettivo richiestogli, quello di un’inflazione di poco inferiore al 2%, appunto.

Un colpo duro all’efficacia della politica stessa della BCE, che nei fatti ha adottato azioni non convenzionali pur di tenere fede al mandato, riuscendo ad oggi solo nell’impresa di evitare uno scivolamento nella deflazione dell’area.

Fino a quando Draghi rimarrà in carica, di rivedere l’entità dell’inflazione-obiettivo non ne sentiremo parlare. Le cose potrebbero cambiare con un suo eventuale successore tedesco, più prono a una politica monetaria meno accomodante e anche più propenso a perseguire un tasso d’inflazione più basso. Formalmente, si potrebbe sostenere che il boom tecnologico e l’invecchiamento della popolazione siano fattori strutturali per una crescita dei prezzi più debole del passato. Il fenomeno non riguarda, oltre tutto, anche economie come USA, Scandinavia, Svizzera e Giappone e il futuro governatore, chiunque esso sia, avrebbe buon gioco a sostenere che il mancato obiettivo non sarebbe dovuto a un fallimento della politica della BCE, bensì a un trend sfuggente al controllo delle banche centrali.

Se Maometto non viene alla montagna, dovrà essere la montagna ad andare da Maometto? Non tutti la pensano in questo modo. Il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, invita i banchieri centrali a fare l’esatto contrario, ovvero ad alzare il target d’inflazione, in modo da convincere i mercati della loro volontà di sostenere i prezzi. Peraltro, se a tagliarlo fosse solo la BCE, rispetto alle altre economie l’Eurozona si troverebbe con una politica monetaria strutturalmente più restrittiva e ciò ne rafforzerebbe il cambio, ma finendo per rischiare una deflazione perenne. Eppure, di questo prima o poi si parlerà sul serio, magari in tedesco. (Leggi anche: Krugman: banche centrali puntino a un’inflazione del 3%)

 

 

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