Draghi si appella ai governi sul futuro dell’euro, ma teme di essere rimasto solo

Mario Draghi si appella ai governi sul futuro dell'euro, temendo il pericolo di essere rimasto il solo a difenderlo. Ma la cancelliera Angela Merkel non può raccogliere la sfida, essendo sotto pressione in Germania.

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Mario Draghi si appella ai governi sul futuro dell'euro, temendo il pericolo di essere rimasto il solo a difenderlo. Ma la cancelliera Angela Merkel non può raccogliere la sfida, essendo sotto pressione in Germania.

Il vertice dei 28 stati della UE è iniziato ieri sull’economia e ha avuto come protagonista il governatore della BCE, Mario Draghi, il che fa ben capire l’assenza della politica in quello che sarebbe il pilastro principale dell’azione dei governi. Reduce da una nuova “sfornata” di stimoli monetari e di un ulteriore taglio dei tassi, Draghi ha difeso le misure da poco varate, sostenendo che ad esse non ci sarebbe stata alcuna alternativa e confermandosi pronto a intervenire nuovamente all’occorrenza. Fin qui, nulla di nuovo, parole retoriche e formali. Ma il numero uno di Francoforte ha ribadito un concetto già espresso in conferenza stampa, lo scorso 10 marzo, ovvero che la politica monetaria avrebbe ad oggi quasi da sola sostenuto la crescita economica nell’Eurozona, giudicando insufficienti le riforme dei governi e chiedendo loro di dare una mano con l’altra gamba della politica economica, ovvero le misure fiscali.

Le richieste di Draghi ai governi

In altri termini, Draghi ha chiesto investimenti pubblici, in modo da sostenere la domanda interna aggregata e contribuire così positivamente alla ripresa, i cui rischi sono al ribasso, ammette. L’invito non è nuovo nemmeno in questo caso, ma ha del curioso, perché una politica fiscale meno restrittiva (più investimenti pubblici e/o tagli alle tasse) è il contrario della ricetta dell’austerità fiscale, che pure lo stesso governatore caldeggia per migliorare i conti pubblici. Ma andiamo avanti. Il numero uno di Francoforte ha lanciato un appello ai governi dell’Eurozona, affinché facciano “chiarezza sul futuro dell’euro e sulle misure necessarie al completamento dell’unione monetaria”. Il riferimento è a 2 proposte da tempo in uscita dall’istituto, che godono del sostegno della Commissione europea: la garanzia unica sui depositi e cessione di sovranità anche sulle politiche di bilancio.      

Germania contraria a garanzia unica sui depositi

La prima è considerata fondamentale per completare la cosiddetta Unione bancaria, attraverso la terza gamba, tesa a costituire una garanzia uguale in tutta l’area, tale da non provocare spostamenti di risparmi da un paese all’altro sulla base del grado percepito di sicurezza del sistema bancario di ciascuno. I primi 2 pilastri costruiti nell’ultimo biennio prevedono un meccanismo centralizzato nella gestione dei salvataggi bancari e una vigilanza unica della BCE sui principali gruppi bancari dell’area. Alla proposta della garanzia unica si oppone la Germania, che la ritiene una mutualizzazione indiretta dei rischi sovrani. I tedeschi spiegano che le banche dell’Eurozona sono ancora troppo legate alla situazione dei conti pubblici dei paesi in cui hanno sede, attraverso l’acquisto massiccio di titoli di stato, per cui sono esposte alle crisi dei debiti sovrani. Mettere in comune i rischi bancari, sostengono, equivarrebbe indirettamente a fare ricadere sui contribuenti di un paese i rischi di bilancio di un altro stato membro dell’Eurozona.

Le controproposte della Germania

Pertanto, Berlino e la Bundesbank contrappongono a tale richiesta una previa rescissione del legame tra bilanci bancari e bilanci pubblici, facendo valutare i titoli di stato non più a rischio zero sui conti degli istituti, costringendoli ad accantonare capitale e ponendo un limite alla loro detenzione. Ieri, è stato il governo portoghese del socialista Antonio Costa a chiedere che si apra la discussione sulla garanzia unica sui depositi, mentre anche l’Italia aveva anticipato con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, la posizione favorevole alla proposta della Commissione. La Germania si è trincerata dietro un eloquente “no comment”.      

Scontro tra Berlino e Bruxelles sulla gestione accentrata delle Finanze

Quanto al Ministro delle Finanze unico, si tratta di cedere i poteri residuali sulla gestione della politica fiscale a una sorta di super-commissario, in modo da slegare quest’ultima dagli umori dei Parlamenti nazionali e dei popoli e di raggiungere con maggiore celerità i target e l’armonizzazione tra i vari membri. Ma anche in questo caso, la Germania ritiene la proposta insoddisfacente, sostenendo che la figura del ministro unico andrebbe corroborata con la nascita di un’authority indipendente, che avrebbe un monitoraggio obiettivo sui conti pubblici dei paesi In altri termini, il governo tedesco teme che il super-ministro delle Finanze sarebbe una figura troppo politica, soggetta alle mediazioni tra governi e Commissione, indebolendo i trattati sul rispetto delle regole fiscali. Pertanto, vorrebbero affiancargli un soggetto indipendente, sganciato dall’influenza dei governi, che avrebbero il compito di fare rispettare le regole senza alcun indugio. Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha respinto qualche mese fa questa proposta, bollandola all’Europarlamento come un tentativo per ridimensionare il potere crescente di Bruxelles, facendo tornare la costruzione europea indietro. Nella sostanza, i tedeschi vorrebbero “commissariare” i governi dell’Eurozona e persino chi li controlla da Bruxelles, non avendo fiducia né negli uni, né nell’altro. Ed è proprio la mancanza di fiducia l’ingrediente che manca nell’Area Euro. I governi non si fidano tra di loro e della Commissione, la Commissione non si fida dei governi, le banche non si fidano più della BCE, la BCE non si fida né dei governi, né della Commissione e, infine, la Germania non si fida di nessuno.      

Sfiducia sulla costruzione europea

A questo ha fatto riferimento ieri implicitamente Draghi, quando ha chiesto chiarezza sul futuro della moneta unica, perché è chiaro che non si potranno tamponare le emergenze di volta in volta, man mano che si presentano, senza che si abbiano gli strumenti idonei per affrontarle e magari prevenirle. Il rischio avvertito da tutti è che ad avere perso la fiducia nell’euro è ormai un’ampia fetta della popolazione dell’area, come dimostrano i risultati elettorali ormai pressoché in ogni paese chiamato al voto. Entrando al consesso, ieri lo stesso premier Matteo Renzi metteva il dito nella piaga, quando affermava che si tengono 3 vertici UE al mese, senza che poi si decida realmente nulla, di fatto mostrando una sfiducia ancora più grande, ovvero nell’intera impalcatura delle istituzioni europee, non solo nell’Eurozona.

Merkel sempre più sola in Germania

Adesso, la palla passa in campo tedesco. E qui sono dolori. La Germania ha avuto il suo mini-test elettorale domenica scorsa, che ha esitato un’avanzata della destra euro-scettica ai danni del partito della cancelliera. Quest’ultima è apertamente criticata da gran parte della sua stessa maggioranza e, in particolare, dai conservatori bavaresi, per la gestione “scriteriata” dell’emergenza profughi, ma anche per quelle che vengono considerati cedimenti eccessivi e ingiustificati in tema di rispetto delle regole sulle politiche fiscali degli altri paesi (Grecia, in primis), nonché sulla politica monetaria della BCE, contro cui i risparmiatori, le banche e le assicurazioni tedesche non si sentono più tutelati dal loro governo. Il raggio di azione di Frau Merkel si è notevolmente ridotto e l’appello di Draghi di ieri, rivolto sostanzialmente a lei, sembra destinato a cadere nel vuoto. Con tutto quello che ne consegue, in termini di credibilità sia della stessa efficacia della politica monetaria, sia delle chances di sopravvivenza della moneta unica.    

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