Draghi sconfigge i falchi tedeschi. Ma è «una vittoria di Pirro»

Il Governatore Mario Draghi ha un alleato in più: Angela Merkel. Il Cancelliere appoggerà le politiche monetarie non convenzionali della Bce in cambio di una più stretta supervisione sui bilanci degli Stati membri. Ma le mosse dell’EuroTower potrebbero non essere sufficienti a spezzare il cosiddetto «circolo vizioso tra bilanci bancari e debiti sovrani».

di Stefano Fugazzi, pubblicato il
Il Governatore Mario Draghi ha un alleato in più: Angela Merkel. Il Cancelliere appoggerà le politiche monetarie non convenzionali della Bce in cambio di una più stretta supervisione sui bilanci degli Stati membri. Ma le mosse dell’EuroTower potrebbero non essere sufficienti a spezzare il cosiddetto «circolo vizioso tra bilanci bancari e debiti sovrani».

L’attesa sta per finire. Tra pochi giorni scopriremo se il Progetto Europa è destinato a soccombere o – molto più probabilmente – a entrare in una nuova fase. In gioco non c’è il solo futuro della moneta unica, ma l’equilibrio politico-economico del Vecchio Continente.

Questa settimana – e più precisamente giovedì 6 settembre – i vertici della Banca Centrale Europea (Bce) cercheranno di rassicurare nuovamente i mercati e i partner europei circa l’imminente varo di misure straordinarie per sterzare l’Eurozona fuori dalla crisi del debito. Ma il giorno del giudizio è, in realtà, fissato per il 12 settembre quando la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà sulla legittimità del fondo Salva-Stati e l’acquisto da parte della Bce delle emissioni sovrane.

BUNDESBANK E MERKEL ALZANO BANDIERA BIANCA IN CAMBIO DI «PIÙ EUROPA».

Due indizi lasciano intendere che la Corte Costituzionale tedesca darà il nulla osta all’EuroTower.  In primo luogo c’è da considerare il recente cambio di rotta da parte del Cancelliere tedesco. Angela Merkel sembra essersi, infatti, convinta dell’improduttività dei continui bellicosi tête à tête con la Bce e i partner europei. Indicativa è la decisione di Berlino di fornire il proprio sostegno a Joerg Asmussen, il membro tedesco del board della Bce, e, allo stesso tempo, mettere alle strette il numero uno di Bundesbank Jens Weidmann, che fino a questo momento si è sempre energicamente opposto alla politica monetaria non convenzionale di Francoforte.

È probabile che il Cancelliere abbia vincolato il proprio appoggio a Draghi in cambio di rassicurazioni circa il completamento del processo di integrazione politico-economica del Vecchio Continente e la stretta sui bilanci degli Stati membri, richieste che potrebbero portare alla riapertura dei trattati comunitari.

L’altro indizio che ci porta a credere che Mario Draghi abbia davvero vinto il lungo ed estenuante braccio di ferro con Bundesbank arriva dai mercati finanziari. Il tanto temuto «agosto di fuoco» non si è materializzato. Gli indici azionari, i rendimenti dei bond sovrani e i mercati valutari hanno sostanzialmente vissuto le ultime settimane senza particolari sussulti, ormai sicuri dell’ineluttabile accordo tra le parti litiganti.

E SE QUELLA DI DRAGHI FOSSE UNA VITTORIA DI PIRRO?

Sebbene si possa dunque guardare al 12 settembre con cauto ottimismo, la vittoria di Draghi assomiglia sempre più a quella di Pirro, re dell’Epiro. Le resistenze tedesche sono state, infatti, superate pagando un prezzo troppo alto, così alto da rendere quasi simbolica la vittoria ottenuta. Non solo perché il braccio di ferro tra la Bce e la compagine tedesca si è protratto per diversi mesi lasciando l’intera area monetaria alla mercé dei mercati, ma soprattutto perché le opere in corso di realizzazione – ovvero l’estensione del Securities Market Programme e l’assegnazione della licenza bancaria all’ESM – dovevano essere portate a compimento prima di adottare qualsiasi altra misura di politica monetaria non convenzionale.

Mario Draghi ha, invece, preferito gettare benzina sul fuoco allestendo le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO). L’iniezione di liquidità nel sistema bancario non solo non ha giovato all’economia reale, ma ha financo accentuato i comportamenti opportunistici degli istituti di credito, i quali hanno dapprima ottenuto il denaro dalla Bce a un tasso dell’1% e poi l’hanno prestato ai Paesi emittenti al 5-8%.

Molto probabilmente le prossime mosse di Bruxelles e Francoforte riusciranno a mitigare alcuni aspetti della teoria dell’agenzia (azzardo morale e selezione avversa), ma per spezzare il cosiddetto «circolo vizioso tra istituti di credito e debiti sovrani» – e quindi porre (parzialmente) rimedio alla questione del signoraggio monetario – è necessario abrogare l’Articolo 123 del Trattato di Lisbona e dunque permettere alla Bce di bypassare il sistema bancario acquistando direttamente dagli Stati emittenti i buoni del tesoro.

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Argomenti: bond sovrani, Crisi Euro

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