Draghi scende in campo a sostegno dell’Italia e mette pressione alla Germania

Con la fiammata dello spread italiano e il rischio di una nuova crisi finanziaria devastante per l'Eurozona, la BCE di Mario Draghi batte un colpo e usa parole estremamente chiare su come sventare i rischi di una rottura dell'area.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Con la fiammata dello spread italiano e il rischio di una nuova crisi finanziaria devastante per l'Eurozona, la BCE di Mario Draghi batte un colpo e usa parole estremamente chiare su come sventare i rischi di una rottura dell'area.

Se c’è un merito che sta avendo la bozza pubblicata martedì sera sull’accordo di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, pur rivista e ammorbidita, è stato quello di avere rimesso al centro delle attenzioni dei mercati e della UE il caso Italia. Tante volte avevamo avvertito che la crisi del debito pubblico non era stata affatto superata dal nostro Paese, ma semplicemente il mercato dei bond è drogato da oltre 3 anni di acquisti da parte della BCE, che sono finiti per anestetizzare i veri umori degli investitori. Questi hanno iniziato a svegliarsi solo in questi giorni, quando hanno capito che avranno a che fare presto con un governo a capo della terza economia dell’Eurozona, che chiede di attuare politiche in forte contrasto con Bruxelles e che non esclude uno scontro campale con i commissari su questioni come il debito e il deficit.

Salvini e Di Maio modellano la Terza Repubblica, ma ora BCE di Draghi e commissari al bivio

La preoccupazione è alta tra le cancellerie europee, consapevoli che l’Italia rischia seriamente di fare saltare l’euro. Attaccare a muso duro il governo che verrà potrebbe rivelarsi una strategia fallimentare, suicida, ma lo stesso dicasi mostrarsi accondiscendenti con esso. Che fare? Nessuno ha ancora bene in mente su come reagire all’eventuale e sempre più probabile insediamento a Palazzo Chigi di un premier euro-scettico, anche se tutti sanno che l’Eurozona così com’è non può rimanere. O compie un passo in avanti sul piano dell’integrazione politica e finanziaria, oppure diventa molto concreto il rischio di tornare indietro alle monete nazionali.

Draghi preoccupato sull’Italia

A salvare l’euro da una scomparsa quasi percepita come inevitabile nel 2012 è stato Mario Draghi. Il governatore della BCE dichiarò in quel famoso 26 luglio 2012 da Londra, dove si trovava in visita, che avrebbe fatto di tutto (“whatever it takes”) per salvare la moneta unica, aggiungendo “credetemi, basterà”. E i mercati gli crebbero, perché al contrario di istituzioni comunitarie paralizzate dai veti incrociati dei governi dell’area, la BCE si è mostrata sinora l’unica organizzazione capace di prendere di petto le situazioni di crisi. E Draghi, l’unica personalità di spessore in un panorama affollato di nani. Senza di lui, forse oggi avremmo in tasca la lira per fare la spesa. Ai sovranisti non sarebbe dispiaciuto, ma bisognerebbe vedere in quali condizioni saremmo arrivati sin qui.

C’è solo un problema: Draghi non resterà ancora a lungo a capo di Francoforte. Il suo mandato scade tra meno di 18 mesi. Quando sarà con ogni probabilità succeduto da un governatore tedesco – in corsa c’è il capo della Bundesbank, Jens Weidmann – ci accorgeremo della differenza tra un approccio, tutto sommato, abbastanza accomodante ai problemi dell’Eurozona, e uno nettamente più restrittivo. Ragioni di pragmatismo spingeranno anche il successore ad essere meno ideologico e più concreto, ma le distanze culturali esistono e non possono essere sottaciute. Prima di andare via, però, Draghi vorrebbe raggiungere due obiettivi: centrare il target d’inflazione, in modo da chiudere il mandato con un successo formale; salvare l’euro in maniera definitiva.

Il vero terremoto per l’euro sarà con l’addio di Draghi alla BCE

Le proposte informali della BCE

Non sembra facile che riesca in tempo nel primo intento. Se sì, sarà probabilmente solo grazie al petrolio. Quanto al secondo punto, ieri da Francoforte sono arrivate parole assai interessanti, per non dire straordinariamente pregne di significato, quando il vice-governatore uscente Vitor Constancio, nel lasciare il board dopo 18 anni di servizio in favore dello spagnolo Luis de Guindos, finora ministro dell’Economia a Madrid, ha pronunciato un discorso a dir poco rivoluzionario. Il portoghese ha affermato che non vi sarebbe più alcuna scusa perché la BCE non intervenga nel caso di crisi di liquidità. In alternativa, ha spiegato, servirebbero gli Eurobond. E, in generale, ha richiamato i governi dell’area a valutare l’ipotesi di creare un fondo di sostegno per le economie in difficoltà. Le sue risorse verrebbero trasferite ai governi che ne avrebbero bisogno per essere spese in comparti dall’alto moltiplicatore, ovvero per investimenti o a sostegno dei redditi di chi ha perso il lavoro.

Altro che austerità fiscale. Le crisi, ha chiarito Constancio, si risolvono redistribuendo ricchezza all’interno dell’Eurozona da chi sta meglio a chi sta peggio. Parole proferite a titolo personale, ma appare credibile che dietro vi sia un sasso lanciato nello stagno da parte proprio di Draghi, il quale avrebbe fatto esporre così un alto funzionario uscente per proporre le sue idee sull’Eurozona, quando mancano poche settimane al Consiglio europeo, che dovrà discutere proprio sulle riforme avanzate dalla presidenza francese, tra cui ministro delle Finanze unico e bilancio comune nell’unione monetaria. Bene, ma evidentemente insufficiente per il governatore.

Draghi è consapevole che una crisi dello spread italiana simile a quella di 6-7 anni fa travolgerebbe tutta l’area e che per sventarla serve che venga ripristinata la massima fiducia sui mercati sia sull’irrevocabilità dell’euro, sia sulla copertura dei debiti sovrani. Le proposte del suo ormai ex vice vanno in questa direzione. Come? Alla Germania, vero ostacolo politico per l’unione politica così intesa, verrebbe offerta un’alternativa: o accettare che la BCE intervenga in qualsiasi fase di crisi di liquidità per sostenere il mercato dei bond (leva monetaria) o avallare una condivisione dei rischi sovrani, attraverso l’emissione di Eurobond. Nel caso in cui quest’ultima proposta più estrema non trovasse accoglimento, come sembra certo, almeno Berlino dovrebbe valutare l’istituzione di un fondo con cui trasferire risorse a chi ne ha bisogno (leva fiscale). E, attenzione, non si tratterebbe di prestiti (debiti per chi li ricevesse), bensì di aiuti a fondo perduto. Chiaramente, i tedeschi risponderanno picche, ma Draghi userà il tempo residuo a capo della BCE per segnare qualche punto. Certo, le bizzarrie romane non lo aiutano, né i suoi rapporti con un governo penta-leghista saranno facili, dato che l’uomo è noto per sollecitare le capitali a ulteriori cessioni di sovranità nazionale in favore di Bruxelles. Ma alla cancelliera a giugno verrà chiesto una volta per tutte se vuole che l’euro resti una prospettiva credibile per il lungo periodo o se intende rischiarne la scomparsa.

Il segnale negativo che Draghi ha inviato a leghisti e grillini

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Bce, Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing

I commenti sono chiusi.