Draghi scarica sulla Germania la sua frustrazione, ma i “falchi” nella BCE rialzano la testa

Il target d'inflazione nell'Eurozona non viene centrato da circa sei anni e mezzo dalla BCE e così il governatore uscente Mario Draghi cerca di additare la Germania quale responsabile del proprio fallimento.

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Il target d'inflazione nell'Eurozona non viene centrato da circa sei anni e mezzo dalla BCE e così il governatore uscente Mario Draghi cerca di additare la Germania quale responsabile del proprio fallimento.

Tra meno di venti giorni, Mario Draghi non sarà più governatore della BCE. Il suo mandato è quasi completato e per certi versi può dirsi fallito. Vero, ha salvato l’euro da una scomparsa quasi certa nel 2012, ma se ci atteniamo al suo unico compito affidatogli dallo statuto, cioè di perseguire la stabilità dei prezzi nell’Eurozona, il fallimento è nei fatti.

L’istituto non riesce a centrare il target d’inflazione, “vicino, ma di poco inferiore al 2%”, da ben sei anni e mezzo, la stragrande parte dell’ottennato di Draghi. E stando alle stesse previsioni della BCE, esso non sarà centrato nemmeno tra due anni. Pur di raggiungerlo, l’istituto ha varato stimoli monetari senza precedenti, non convenzionali e ultimamente molto divisivi, azzerando i tassi di riferimento, tagliando quelli sui depositi “overnight” in territorio negativo, prestando denaro illimitato alle banche a costo quasi nullo o anche a interessi sottozero e acquistando assets, principalmente titoli di stato dell’Eurozona, per un massimo di 80 miliardi al mese.

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Nulla di tutto questo è servito ad accelerare la crescita dei prezzi. Per la BCE, una frustrazione imbarazzante, perché segnala quanto incapace sia nel portare a termine il suo unico compito, almeno sul piano formale. Si direbbe che nessun cittadino dell’area si stia lamentando perché i prezzi crescano poco. A parte che il fenomeno riguarda un po’ tutte le economie avanzate nell’ultimo decennio, la bassa inflazione ha dato sollievo a quelle milioni di famiglie, specie nel sud, che hanno accusato un calo dei redditi con la crisi o finanche la perdita totale di ogni fonte di entrata per periodi prolungati.

Draghi versus Germania

A dircela tutta, se consideriamo l’Eurozona come un’unica economia, abbiamo che essa sia cresciuta poco negli ultimi anni, ma a ritmi accettabili; che il suo tasso di disoccupazione sia sceso al 7,4% di agosto, cioè ai minimi dal 2008; che la sua bilancia commerciale resti in attivo e che i flussi di capitali in entrata si mostrino positivi.

Ma il fatto di non riuscire a completare il mandato con l’unico successo che gli è richiesto per statuto infastidisce Draghi a tal punto, da averlo indotto nelle ultime settimane a chiedere con frequenza frenetica alla Germania (“i paesi con margini di manovra fiscali”) di allentare la politica fiscale per contribuire ad accelerare la crescita nell’area, a fronte dell’aumentato rischio di recessione.

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Queste esternazioni ormai consuete del governatore punterebbero ad additare la Germania all’opinione pubblica e ai mercati quale unica, vera responsabile del mancato raggiungimento del target d’inflazione. Se la BCE ha messo in campo l’artiglieria pesante e ha raccolto un pugno di mosche è perché è stata lasciata sola in battaglia e chi l’avrebbe potuta e dovuta aiutare non lo ha fatto. Quello che Draghi dimentica e che il direttore del Centro per gli Studi di Politica Europea, il tedesco Daniel Gros, gli ricorda è, però, che non possa pretendere che altri infrangano le proprie regole, affinché l’Eurotower rispetti la propria.

Sì, la Germania è sostanzialmente l’unica grande economia a potersi permettere, anche sulla base delle proprie previsioni costituzionali, di fare più deficit, partendo da un avanzo di bilancio dell’1,7% del pil nel 2018. Ma questo è un caso quasi unico, per il resto tra Fiscal Compact e limiti costituzionali, i margini di bilancio negli altri stati appaiono nulli o molto ristretti. E se Berlino può per le regole europee sforare fino a un deficit pari all’1% del pil, avendo verosimilmente da quest’anno un rapporto debito/pil sotto il 60%, la norma inserita in Costituzione nel 2011 prevede che non possa sforare, in nessun caso, lo 0,35%.

Il ritorno dei “falchi”

Cosa accadrebbe se la Germania violasse la sua stessa Costituzione? In termini pratici, nulla. Il resto del mondo applaudirebbe, mentre qualche politico o accademico tedesco farebbe ricorso ai giudici di Karlsruhe, che nel migliore dei casi dopo anni si limiterebbero a una tiratina di orecchie al governo federale.

Il punto è che i tedeschi, di maggioranza e opposizione, di infrangere le proprie stesse regole non ne hanno intenzione, di certo non per favorire immaginarie ricette salvifiche per i partner dell’euro e per consentire alla BCE di rispettare le proprie regole. Draghi ritiene in cuor suo che la Costituzione tedesca e degli altri stati dell’area sia meno importante dello statuto di Francoforte, magari temendo che prima o poi i mercati tolgano la fiducia all’istituto e la politica monetaria di questi finisca per diventare inefficace, perdendo il controllo delle aspettative degli agenti.

Invece, i “falchi” stanno iniziando a rialzare la testa dopo anni di opposizione perlopiù silente. Il loro fronte numericamente si amplia e adesso il rispetto del target d’inflazione a ogni costo diverrebbe opinabile, almeno fino a quando non si concretizzassero serie minacce di deflazione. Sotto la Lagarde, cresceranno probabilmente le pressioni per mutare l’obiettivo, abbassandolo o rendendolo più flessibile, magari all’interno di un range che ruoti attorno al 2%, ma con un margine di tolleranza che riduca i casi di non ottemperanza e la necessità formale per la banca centrale di varare misure estreme per adempiere al mandato. Tutto il rumore anti-Draghi di queste settimane punterebbe a questo, a creare le condizioni per mettere in riga la francese ancor prima che s’insedi.

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  • Piergiorgio Gawronski ha detto:

    L’inflazione non taglia i redditi delle famiglie, perché i redditi seguono o precedono sempre l’inflazione (altrimenti l’inflazione si ferma subito). E l’Uomo non è fatto per le regole, bensì le regole sono fatte per l’Uomo.

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