Draghi poteva alzare i tassi e ora lascia una BCE divisa e disarmata contro la crisi

Il comitato monetario della BCE aveva suggerito al board di non tornare agli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”, ma il consiglio è stato ignorato dal governatore Mario Draghi. Lo ha riferito ieri il Financial Times, che ha aggiunto come si tratti di un organismo consultivo composto da tecnici dell’area, sebbene poche volte sotto […]

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Il comitato monetario della BCE aveva suggerito al board di non tornare agli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”, ma il consiglio è stato ignorato dal governatore Mario Draghi. Lo ha riferito ieri il Financial Times, che ha aggiunto come si tratti di un organismo consultivo composto da tecnici dell’area, sebbene poche volte sotto […]

Il comitato monetario della BCE aveva suggerito al board di non tornare agli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”, ma il consiglio è stato ignorato dal governatore Mario Draghi. Lo ha riferito ieri il Financial Times, che ha aggiunto come si tratti di un organismo consultivo composto da tecnici dell’area, sebbene poche volte sotto il mandato attuale i suoi suggerimenti siano stati disattesi.

La notizia aggiunge benzina al fuoco delle polemiche dentro l’istituto, dove a settembre ben 7 membri su 19 hanno votato contro la decisione di tagliare i tassi “overnight” e di attivare il QE2. Tra i più fieri oppositori dell’ulteriore allentamento monetario troviamo Germania, Olanda, Austria, a cui si è aggiunta di recente la Francia di quella Christine Lagarde che prenderà il posto dell’italiano tra tre settimane.

Documento esplosivo contro la BCE di Draghi minaccia il ritorno alla crisi dell’euro

Il vice-governatore Luis de Guindos ha sentito l’esigenza di smentire un’inversione a U della politica monetaria con l’arrivo della francese e ha anche, però, avvertito che ulteriori tagli dei tassi appaiono sempre meno proponibili, essendo divenuti “sempre più evidenti e tangibili gli effetti collaterali”. Lo spagnolo è tra i pochi ad avere difeso le misure volute da Draghi all’ultimo board di settembre, insieme all’italiano Ignazio Visco e al finlandese Olli Rehn.

La BCE non era mai stata così apertamente divisa e questo non è un bene per una banca centrale, perché crea dubbi tra consumatori, imprese, risparmiatori, banche e gli stessi governi sulla direzione che prenderà nei prossimi mesi, mettendo in forse l’efficacia delle misure future e quelle già varate. L’eredità di Draghi può dirsi abbastanza positiva, date le premesse di inizio mandato, essendo egli riuscito a mettere in salvo l’euro da una tempesta finanziaria che stava per travolgerlo nel 2012. Ma negli ultimi tempi, gli errori non sono mancati. Il temporeggiamento sui tassi è stato il maggiore.

L’occasione perduta di Draghi

Alla fine del 2016, il mercato nell’Eurozona iniziava a scontare l’avvio imminente della stretta monetaria, tant’è che i rendimenti salirono repentinamente dai minimi storici a cui erano scesi.

Il Bund a 10 anni passò dal -0,20% di luglio allo 0,50% di dicembre. Quello sarebbe stato il timing più adatto per una svolta, anche perché l’economia nell’area a sorpresa iniziava ad accelerare e nel 2017 segnava un +2,5%, ai massimi da un decennio. A quel punto, tassi ancora negativi sui depositi delle banche e acquisti di bond a 60 miliardi al mese si mostravano stimoli eccessivi. Se la BCE avesse iniziato ad alzare i tassi nei primi mesi del 2017, l’economia avrebbe avuto le spalle larghe per sostenere il cambio di passo e forse per i mercati sarebbe stato persino un segnale di fiducia.

Invece, Draghi ha voluto prendere tempo per capire se l’accelerazione della crescita fosse duratura e dopo avere assistito a un rallentamento, ha pensato di trovare conferma della bontà del suo temporeggiare. Invece, conclude il mandato senza avere mai alzato i tassi, privando la BCE degli strumenti sufficienti per reagire all’eventuale arrivo di una crisi dell’economia. Per quanto continui a spiegare che la cassetta degli attrezzi a Francoforte sia ancora piena, la realtà appare molto diversa. I tassi sono già azzerati, la liquidità sui mercati è fin troppo abbondante e crea evidenti bolle finanziarie, sulle riserve in eccesso delle banche vengono applicati interessi negativi. Cos’altro potrebbe fare l’istituto per contrastare un’inflazione che dovesse allontanarsi ulteriormente dal target, magari a seguito di una recessione?

Contrariamente alla BCE, la Federal Reserve negli anni scorsi ha optato proprio per ripristinare le condizioni minime di normalizzazione monetaria, al fine di non trovarsi disarmata nel caso di crisi. E così, oggi sta potendo tagliare i tassi e tornare agli acquisti di Treasuries, reagendo ai timidi segnali di indebolimento della congiuntura americana, tanto che gli stessi analisti che prevedono una recessione a breve dell’economia negli USA sostengono anche che essa non sarebbe di grave intensità. Draghi ha perso il suo momento magico e rischia di lasciare in eredità alla Lagarde un euro apparentemente salvo, ma senza difese con una prossima recessione.

Ecco perché s’intensificano ogni giorno le richieste alla Germania perché allenti la sua politica fiscale. Il governatore per primo sa che la BCE non potrebbe fare quasi niente per attutire gli effetti di una crisi.

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