Draghi lascia la BCE contro tutti, l’italiano è più isolato che mai e replica alle critiche

Il governatore Mario Draghi sta per concludere il mandato alla BCE senza più sostegno da parte dei membri forti come Francia e Germania, più isolato che mai in seno al board. E spazientito, replica alle critiche.

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Il governatore Mario Draghi sta per concludere il mandato alla BCE senza più sostegno da parte dei membri forti come Francia e Germania, più isolato che mai in seno al board. E spazientito, replica alle critiche.

Non è stato il finale che sognava e a dimostrarlo è stato il suo ultimo intervento all’Europarlamento da governatore della BCE. Mario Draghi non solo è sembrato dare un triste commiato sul piano dell’analisi della situazione economico-finanziaria nell’Eurozona, ma in contrasto con il suo proverbiale (e poco italiano) aplomb, ha replicato seccato alle numerose critiche incassate negli ultimi giorni e arrivategli persino da alleati insospettabili.

“Da governatore della Banca d’Italia non avevo mai esternato critiche all’operato della BCE, perché rischiano di indebolire l’efficacia degli stimoli”. A cosa si riferiva? Al G7 finanziario in Francia e da padrone di casa, il governatore François Villeroy de Galhau aveva dichiarato di avere votato contro il ripristino degli acquisti di assets con il cosiddetto QE2 da 20 miliardi di euro al mese a partire da novembre, in quanto “per adesso non necessario”.

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Opposizione al lancio di nuovi stimoli era stata espressa anche dai governatori centrali di Germania, Olanda e Austria, praticamente tutto il cuore (non solo geografico) dell’unione monetaria. Tutti si sono dichiarati perplessi sugli effetti di una nuova fase di accomodamento monetario, quando già i rendimenti di mercato sono ai minimi storici. Dal canto suo, Draghi ha replicato notando come non vi sarebbe segno di accelerazione della crescita nell’area. E ha anche avuto parole dure contro la politica fiscale, che se ha impedito l’accumulo eccessivo di debito negli ultimi decenni, dall’altro lato si è mostrata non anti-ciclica, cioè di mancato sostegno alle economie dell’Eurozona, chiedendo che le regole siano riviste, pur nella prudenza delle politiche di bilancio.

L’italiano sta per concludere il mandato di 8 anni con l’unico successo (e non è poco) di avere salvato l’euro nell’estate del 2012, quando promise che avrebbe fatto di tutto (“whatever it takes”) per tenere in vita la moneta unica. I mercati gli crebbero e le tensioni finanziarie da allora si sono allentate, di fatto sparendo da quasi tutta l’area, ad eccezione – a tratti – dell’Italia.

Egli ha ragione a imbufalirsi contro le esternazioni critiche, perché rendono l’idea di una BCE non convinta del suo stesso operato, che sotto Christine Lagarde rischia di diventare ancora più complicato, nel caso in cui i mercati deducessero che a credere nei nuovi stimoli fosse stato solo il governatore uscente, avendo questi oggi contro i principali esponenti di Francoforte.

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Secondo le ricostruzioni della stampa tedesca, sui 25 membri del board, ben 12 avrebbero espresso opposizione al lancio del QE2 e circa un terzo ha votato contro (non tutti i membri sono votanti a ogni riunione per il meccanismo di rotazione). Qui sono in dubbio sia l’efficacia della politica monetaria, sia la forza “politica” di Draghi, pur scontando che sia a fine mandato. Per la francese, un grosso guaio ritrovarsi in partenza ostili la sua stessa Parigi, oltre che Berlino e gli stati-satelliti della Germania, ossia Austria e Olanda. Senza il cuore dell’euro non si va da nessuna parte, anche perché queste sole economie messe insieme fanno quasi il 60% del pil dell’area. Sarebbe come pretendere di governare a Roma contro le regioni del centro-nord.

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Bisogna chiedersi come mai la pur prudente Francia abbia scelto di schierarsi contro Draghi al termine del suo mandato, quando ad oggi ne ha avallato le scelte, anche in contrasto con la Germania. La sensazione è che il governatore Villeroy tema, come la quasi generalità dei suoi colleghi, che la BCE resti senza munizioni quando ne avrà realmente bisogno. In fondo, per ora l’economia dell’Eurozona rallenta, ma non arretra, anzi in Francia nemmeno decelera apertamente. E con tassi azzerati, rendimenti negativi per oltre la metà dei bond sovrani e liquidità a pioggia sui mercati, difficile fare di più nel caso di recessione vera e propria. In più, Parigi vorrebbe – e in ciò concordando con lo stesso Draghi – che Berlino capisse che dal canale monetario i giochi sono fatti e spetti ai governi sostenere l’economia, allentando le politiche fiscali, specie chi, come i tedeschi, dispone di margini di manovra.

E se finora la fiducia sui mercati verso Draghi appariva granitica, si leggano le dichiarazioni del ceo di ING, l’olandese Hans Wijers, per capire che nemmeno tra gli investitori sia più così: “Non siamo convinti che gli attuali sforzi della BCE sortiranno gli effetti desiderati … è nostra impressione che usare questo strumento ora possa portare a effetti negativi superiori a quelli positivi”. Mai avrebbe immaginato forse il nostro “Super Mario” che avrebbe concluso il mandato tra lo scetticismo generale, pur per ragioni che esulano dal suo operato. Qualcosa si è rotto tra il governatore e il board, nonché con gli stessi mercati. Nessuno più si mostra convinto che pigiare sull’acceleratore quando già si corre a 300 km/h sia una buona idea, temendo di finire schiantati alla prima curva. E qualcuno inizia a sussurrare di voler scendere dall’auto.

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  • Giuseppe ha detto:

    Crebbero?
    Davvero?
    Sicuri sicuri?

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