Draghi invoca l’unione fiscale nell’Eurozona, ma la sua BCE l’ha resa meno urgente

Mario Draghi continua a invocare l'unione fiscale per completare la costruzione dell'euro, ma proprio i suoi apparenti successi alla BCE avrebbero allontanato questa prospettiva.

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Mario Draghi continua a invocare l'unione fiscale per completare la costruzione dell'euro, ma proprio i suoi apparenti successi alla BCE avrebbero allontanato questa prospettiva.

Si avvicina la scadenza del mandato di governatore della BCE per Mario Draghi. Alla fine di questo mese, l’addio a Francoforte dopo otto anni. Al suo posto verrà la francese Christine Lagarde. Di fatto, il lavoro dell’italiano è finito, anche se formalmente presiederà ancora il prossimo board del 24 ottobre, ma dal quale certamente non sortiranno ulteriori novità di politica monetaria.

Le ultime settimane a capo della seconda banca centrale più importante al mondo le sta trascorrendo per chiedere con maggiore convinzione che mai il completamento della costruzione dell’euro, attraverso l’unione fiscale.

Nei giorni scorsi, ha sostenuto la necessità di reagire al rallentamento della crescita economica dell’area con stimoli fiscali, cioè aumentando la spesa pubblica (per investimenti, in particolare) e/o tagliando le tasse, ma poiché a disporre di tali margini di manovra sarebbero pochi stati e tutti concentrati nel Nord Europa, al Financial Times ieri ha ribadito l’urgenza di istituire un bilancio comune tra i 19 paesi dell’euro.

Draghi e l’unione fiscale che non c’è

Come sappiamo, la Germania resta contrarissima, mentre la Francia di Emmanuel Macron ha fatto propria la proposta, scontrandosi con il muro di Berlino. Paradossale che appaia, proprio Draghi avrebbe allontanato una simile prospettiva dai radar nel corso del suo mandato. Nel luglio 2012, il salvataggio dell’euro con quel “whatever it takes”, che convinse i mercati finanziari a cessare le speculazioni contro la moneta unica. Varò in fretta e furia un cosiddetto “piano anti-spread”, formalmente noto come “Outright Monetary Transactions”. Due anni più tardi, annunciava l’ulteriore allentamento monetario per combattere le minacce di deflazione e all’inizio del 2015 dava il via al “quantitative easing”, tra le proteste vivaci della Bundesbank e alleati.

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A cosa sono serviti gli stimoli di Draghi? Di certo, a salvare l’euro, impedendo il tracollo delle economie del sud. E sebbene il target d’inflazione “vicino, ma di poco inferiore al 2%” non venga centrato stabilmente da sei anni e mezzo, quanto meno la deflazione è stata scongiurata.

Ma i successi si fermano qui e non poteva andare diversamente. La politica monetaria non può fare tutto da sola, né è bene che faccia travalichi il suo compito, che consiste nello stabilizzare i prezzi. La BCE si è spinta troppo avanti, schiantando i rendimenti delle obbligazioni sovrane e finendo per anestetizzare i problemi fiscali degli stati più indebitati, Italia in testa. Nel fare ciò, ha spento le minime probabilità che avrebbero potuto sussistere di avviare, pur timidamente, l’unione fiscale.

La Germania ha sempre detto “nein” all’ipotesi di condividere parte del bilancio con il resto dell’area. I tedeschi non si fidano delle “cicale” del sud, temono di finire per pagare i loro conti squilibrati, di avere stretto la cinghia nei decenni passati per nulla. In una sola ipotesi, forse, avrebbero potuto accettare una simile prospettiva, cioè se l’euro fosse stato davvero sul punto di sparire, mandando al macero decenni di investimenti politici e di trasformazioni economico-finanziarie nell’area. Non è una certezza, semmai una constatazione. Berlino ragiona così: opporsi a qualsivoglia novità che confligga con il proprio interesse nazionale, fino a quando non diventi inevitabile accettarla. Ricordate la Grecia? Ha tirato la corda fino a un minuto prima che il governo Tsipras fosse sul punto di tirare Atene fuori dall’euro, dopodiché ha trattato, finanche cedendo parecchio.

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L’euro senza Draghi

Senza Draghi, l’euro forse non sarebbe sopravvissuto al 2012, ma ammesso che lo avesse fatto, le tensioni finanziarie sarebbero proseguite a una tale intensità negli anni successivi, che la Germania per prima si sarebbe dovuta convincere della necessità di spegnere l’incendio sui mercati. Come? Innaturale per i tedeschi anche solo ipotizzare misure come il QE, un po’ meno l’avvio di una minima mutualizzazione fiscale, pur monitorata da uomini fidati da Bruxelles. Sarebbero nati gli Eurobond? Forse, a stringenti condizioni di bilancio.

L’alternativa non è risultata migliore, se non per il breve periodo: l’Italia spende circa 20 miliardi in meno all’anno di interessi sul debito rispetto all’apice toccato nel 2012, ma non riesce a centrare il pareggio di bilancio, in quanto l’economia non cresce e, quindi, non dispone ugualmente di margini di manovra.

E, soprattutto, le misure di Draghi, per quanto stiano durando oltre ogni attesa, essendo state persino prorogate al board di settembre, non creano condizioni “strutturali” di stabilità fiscale per i paesi indebitati, mentre diverso sarebbe stato con l’avvio dell’unione fiscale. Dunque, la “colpa” dell’italiano sarebbe stata di avere attenuato le tensioni finanziarie nell’area, riducendo sensibilmente la pressione su Berlino, affinché si decida a prendere atto della costruzione dell’euro monca e dai piedi di argilla. I tedeschi sono consapevoli, almeno a certi livelli, delle problematiche relative all’euro, ma trovano conveniente fare orecchie da mercante, almeno fino a quando una prossima crisi dovesse minacciare ancora una volta l’esistenza della moneta unica, quella che consente alle loro imprese di esportare ai massimi regimi con un cambio debole e al sistema Germania di indebitarsi a costi nulli o negativi.

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