Draghi fa la conta dei danni del Covid e indica il modo per coprirli

All'Accademia dei Lincei, il premier ha mostrato prudenza sui dati Covid e ha chiarito il modo per neutralizzarne le conseguenze sull'economia italiana

di , pubblicato il
Draghi fa la conta dei danni del Covid

Prudenza è stato il Leitmotiv dell’intervento di Mario Draghi all’Accademia dei Lincei, ieri. Il premier ha voluto chiarire che la pandemia non è alle spalle e che anche quando lo fosse, i danni del Covid si faranno sentire anche in futuro. Ha spiegato ai presenti che il debito pubblico italiano è salito in rapporto al PIL di 20 punti percentuali a causa dell’emergenza sanitaria. Immaginando un tasso d’interesse alto del 2,5%, il suo impatto sul bilancio dello stato sarà nel lungo termine di circa mezzo punto percentuale rispetto al PIL.

Ed ecco che arriva l’unica soluzione possibile individuata dal premier per fronteggiare tale costo: aumentare il tasso di crescita strutturale. Non bisogna semplicemente tornare ai livelli di PIL pre-Covid, bensì potenziare il ritmo con cui l’economia italiana cresce di anno in anno. Poiché il gettito fiscale in Italia e in Europa si aggira tra il 40% e il 50% del PIL, nei fatti ci servirà una maggiore crescita annuale dell’1-1,25% per riparare ai danni del Covid.

I danni del Covid e l’impatto sui conti pubblici

Spieghiamo meglio il concetto. Il debito pubblico italiano è salito di 20 punti di PIL a causa della pandemia. Ipotizzando un costo medio di lungo periodo del 2,5% (ma oggi si aggira sotto il mezzo punto percentuale), esso ci costerà qualcosa come mezzo punto di PIL (2,5% sul 20%). Poiché un punto di PIL più alto esita in Italia un maggiore gettito fiscale nell’ordine di oltre lo 0,4%, di fatto dovremmo potenziare la nostra crescita di qualcosa in più dell’1% all’anno.

Come? Attraverso le riforme. Sembra facile, ma non lo è affatto sul piano politico. Queste implicano la revisione degli assetti socio-economici sedimentatisi in decenni e decenni di corporativismi e clientelismi di ogni genere.

Basti pensare che ad oggi non risulta possibile liberalizzare tutti i comparti dell’economia, a causa delle resistenze delle categorie. Altro aspetto che ci fa riflettere è il fatto che quand’anche ci riuscissimo, i conti pubblici non migliorerebbero rispetto all’era pre-Covid, semplicemente non peggiorerebbero. E ciò fino a quando il PIL nominale non sarà consistentemente aumentato. I danni del Covid, insomma, saranno duraturi, a meno che non riusciremo anche a tenere il più basso possibile il costo dell’extra-debito.

E qui c’entrerà in misura determinante la politica monetaria della BCE. Più espansiva e per più tempo possibile, minori i rendimenti sovrani per l’Italia e, quindi, l’impatto sui conti pubblici. La maggiore crescita, dunque, finirebbe per migliorare i saldi primari e finanche la percezione del rischio sui mercati. A sua volta, ciò ridurrebbe il costo complessivo del nostro debito.

[email protected] 

 

Argomenti: , , ,