Draghi difende gli stimoli BCE, ma sembra più difficile aumentarli

Mario Draghi respinge gli attacchi contro il suo QE, ma segnala le difficoltà a trovare un'intesa per potenziare gli stimoli della BCE sin da marzo.

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Mario Draghi respinge gli attacchi contro il suo QE, ma segnala le difficoltà a trovare un'intesa per potenziare gli stimoli della BCE sin da marzo.

In un discorso tenuto ieri vicino a Francoforte, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha difeso la sua politica monetaria, negli ultimi tempi oggetto di critiche dei contrari al “quantitative easing” e, in particolare, al suo potenziamento. Draghi ha affermato che quando una banca centrale fissa un obiettivo, poi, non può semplicemente ignoralo, se non lo raggiunge. Pur ammettendo che le misure non convenzionali potrebbero comportare qualche rischio, ha negato che esse siano un disincentivo alle riforme, citando i casi di Spagna e più recentemente della Francia, che pur con tassi molto bassi, hanno attuato e stanno attuando le riforme strutturali.

Il numero uno dell’Eurotower ha notato come dall’inizio del varo degli stimoli ad oggi, ovvero dalla metà del 2014, il costo del credito nell’Eurozona sia diminuito di 80 punti base, un risultato che avrebbe richiesto altrimenti un taglio dei tassi di 100 bp, evidenziando così come la politica monetaria ha altri strumenti a disposizione, oltre quello dei tassi, per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Inflazione Eurozona non risale

E rispondendo ai detrattori del QE, ha sarcastico aggiunto che da loro non ha mai sentito preoccupazioni circa le conseguenze in termini di stabilità dei prezzi, di creazione di posti di lavoro e di crescita dell’economia derivanti dal non fare nulla. Oltre tutto, Draghi ha citato il dato sull’inflazione “core” nell’Eurozona, che resta ancora troppo basso (0,9% a novembre), con il rischio che le aspettative sui prezzi si ancorino a livelli lontani dal target. L’inflazione “core” non tiene conto delle componenti volatili, ovvero dei prodotti energetici e degli alimentari freschi. La BCE non riesce a centrare il target (inflazione prossima, ma più bassa del 2%) sin dall’inizio del 2013, mentre la crescita tendenziale dei prezzi è inferiore all’1% da ben 2 anni. A Francoforte sono consapevoli che in gioco c’è la credibilità dell’istituto, perché avrebbe poco senso indicare ai mercati di mantenere un obiettivo non raggiunto da un arco di tempo abbastanza lungo. A dicembre, l’inflazione nell’Eurozona è risalita allo 0,2%, appena poco più di un decimo del target.

     

Scontro tra falchi e colombe nel board BCE

E le aspettative di Draghi saranno con ogni probabilità frustrate anche nei prossimi mesi, tanto che lo stesso ha avvertito alla conferenza stampa della settimana scorsa che l’inflazione resterà bassa o negativa in questa prima parte del 2016. La ragione di tale realismo è evidente: le quotazioni del greggio hanno perso più del 40% dalla riunione di dicembre ad oggi, tornando al di sotto dei 30 dollari al barile in queste ore. E c’è un grafico, pubblicato oggi da Bloomberg, che dimostrerebbe un legame abbastanza solido tra il calo dei prezzi del greggio e l’indebolimento delle aspettative d’inflazione nell’Eurozona. In un orizzonte temporale di 5 anni, queste ultime tendevano al target con quotazioni del Brent sopra i 60 dollari, mentre oggi risultano scese intorno all’1,5%. Tornando allo scontro tra “falchi” e “colombe” all’interno del board, è di questi giorni la notizia che un gruppo di economisti tedeschi abbia presentato un ennesimo ricorso alla Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe contro l’Outright Monentary Transactions (OMT) di Draghi, noto anche come piano anti-spread, varato e messo a punto nell’estate del 2012 per spegnere l’incendio dell’euro e che consiste nell’acquisto dei titoli di stato sotto attacco da parte dei mercati, in cambio della firma di un protocollo d’intesa sulle riforme con il governo richiedente aiuto. Ancora una volta, la Germania segnala insofferenza sulla linea seguita da Francoforte e Bruxelles per tenere unita l’Eurozona, mostrandosi indisponibile o insofferente alla condivisione dei rischi sui debiti sovrani. Per quanto è altamente improbabili che i giudici tedeschi sentenzino contro la BCE (hanno già rimesso la questione alla Corte di Giustizia della UE), il clima non è dei migliori a Berlino, dove il governo della cancelliera Angela Merkel subisce forti pressioni dal suo stesso partito e dalla Bundesbank, affinché si ponga fine all’era dei tassi zero e delle misure ultra-accomodanti, che stanno avendo un esito negativo sul risparmio dei tedeschi.

     

Rinvio dei nuovi stimoli BCE?

Al board di marzo potrebbero essere annunciati nuovi stimoli monetari, che prenderebbero la forma con ogni probabilità di un potenziamento degli acquisti mensili dei bond governativi, ad oggi pari a 60 miliardi, insieme ai titoli Abs e ai “covered bond” delle banche. E potrebbe anche essere prorogata ulteriormente la durata del programma, già esteso a dicembre di 6 mesi fino al marzo del 2017. Draghi dovrebbe avere la maggioranza nel board, anche tenendo presente che per effetto della rotazione tra i suoi membri, al prossimo incontro la Bundesbank non avrà diritto di voto. Tuttavia, la politica della BCE è di assumere decisioni con un consenso molto ampio, se non unanime. La banca centrale tedesca non è l’unica ad opporsi ai nuovi stimoli, godendo dell’appoggio anche dei colleghi di Belgio, Olanda, Lussemburgo, Finlandia, Slovenia, mentre critiche sono arrivate persino dalla Francia. O si andrà a un braccio di ferro tra le parti, ma i cui effetti sarebbero deleteri sul funzionamento delle istituzioni europee, facendosi presagire lo spostamento del confronto a Bruxelles, o di dovrà attendere qualche mese in più per trovare un’intesa.  

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