Draghi costringe il successore a tenere l’Italia nell’euro e apre il dibattito sugli eurobond

Mario Draghi, a pochi mesi dalla fine del mandato come governatore BCE, traccia il solco su cui il successore dovrà muovere i primi passi e lo costringe nei fatti a tenere l'Italia nell'euro, e non solo.

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Mario Draghi, a pochi mesi dalla fine del mandato come governatore BCE, traccia il solco su cui il successore dovrà muovere i primi passi e lo costringe nei fatti a tenere l'Italia nell'euro, e non solo.

Sembra destino che i grandi annunci Mario Draghi non debba farli da Francoforte, sede della BCE di cui è governatore da quasi 8 anni. Il 26 luglio del 2012 pronunciò quasi per caso il famoso “whatever it takes” da Londra, dove si trovava quel giorno, e quelle tre parole bastarono a salvare l’euro da una fine altrimenti imminente.

Pochi giorni fa, invece, da Sintra, nel Portogallo, ha annunciato a sorpresa che l’istituto potrebbe nuovamente tagliare i tassi e riattivare il “quantitative easing”. Nessuna voce critica si è levata stavolta dal board, vuoi per convinzione, vuoi anche perché nessuno vuole bruciarsi come candidato alla successione, dovendo riscuotere un ampio consenso tra i capi di stato e di governo dell’Eurozona.

E Draghi è stato furbo in questo, consapevole che l’annuncio di nuovi stimoli non avrebbe trovato opposizione interna, semmai ha dovuto fare i conti con le sfuriate via Twitter del presidente americano Donald Trump, inorridito dall’effetto depressivo che il nuovo corso di Francoforte avrebbe sull’euro. Ma il discorso del governatore ha avuto un’altra conseguenza ancora più importante sul piano politico. Essa è servita a tracciare il solco, entro cui il successore dovrà muovere i primi passi. In sostanza, ha “ipotecato” il futuro della BCE da qui ad almeno un anno, evitando che un Jens Weidmann o un Olli Rehn o chi per loro, alla prima occasione utile disfacessero la sua azione.

Il rischio numero uno che Draghi ha così voluto evitare è stato non solo e non tanto che l’Eurozona precipiti verso la deflazione, quanto che l’Italia esca dall’euro. Il governo giallo-verde potrà sembrare bizzarro, sconclusionato, erratico e persino grottesco nell’annunciare misure come i “minibot” o minacciare velatamente di tornare alla lira, ma il dato politico saliente è che oggi la netta maggioranza assoluta degli italiani stia con gli euro-scettici. In tutto, le formazioni poco amanti della moneta unica sfiorano il 60% dei consensi, almeno stando ai sondaggi e alle ultime elezioni europee, in crescita di qualche punto nell’ultimo anno.

Se le condizioni economiche e finanziarie in Italia si facessero seriamente critiche e la Commissione europea restasse prigioniera della propria ottusità, l’uscita dall’euro “per incidente” (cercato da Roma?) diverrebbe uno scenario tutt’altro che marginale. E questo scontano i mercati con lo spread BTp-Bund a 250 punti, 3-4 volte superiore a quello di Spagna e Portogallo.

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L’ambito “safe asset” europeo

Provocando il collasso dei rendimenti sovrani, Draghi ha allentato di già le condizioni monetarie nell’area prima di partire da Francoforte. Non che i problemi dell’Italia siano finiti, ma almeno le prospettive finanziarie nel breve termine sono migliorate per tutti, pure per il governo di Roma. E, però, sempre il governatore ha avuto parole chiare a Sintra anche sulla necessità di un “European safe asset”, vale a dire di un avversario dei Bund. Solo così, avvertono uomini a lui molto vicini, come il francese Benoit Coeuré e lo spagnolo e vice Luis de Guindos, si ridurrebbero gli incentivi alla fuga dei capitali dalle obbligazioni nazionali in favore dei titoli “core” e si rafforzerebbe il meccanismo di trasmissione della politica monetaria nell’area.

Il progetto di cui Draghi vorrebbe si discutesse sarebbe che un ente sovranazionale europeo, come l’ESM, emettesse debito per una porzione dei debiti nazionali dell’Eurozona, così da creare un asset di altissima qualità (i già noti “eurobond” discussi in questi anni), sottraendo domanda ai Bund e riducendone le distanze con gli altri bond, cioè abbattendo gli spread. Oggi, invece, alla minima tensione di un qualche tipo, i capitali fuggono dalla periferia verso il centro, facendo crollare i rendimenti tedeschi, in particolare, aumentando quelli italiani, spagnoli, portoghesi, etc. Ciò accentua le distorsioni tra nord e sud, tanto che nuovi stimoli rischiano di essere perfettamente inutili, se è vero che già oggi vi sia un’abbondanza enorme di capitali al nord, senza che questi fluiscano al sud, dove eppure servirebbero.

Inutile puntualizzare che i tedeschi siano contrarissimi a quella che vedono come la mutualizzazione di rischi sovrani.

La pensano così anche olandesi e finlandesi, solo per restare tra gli amici stretti di Berlino. Per questo, la Germania farà di tutto per mandare a Francoforte, se non un tedesco tout court, almeno un uomo a sé vicino. Dopo avere ingoiato tanti rospi sui tassi e il QE in questi anni, dovendo restare zitta sui nuovi annunci di Draghi, per essa sarebbe eccessivo che la permanenza dell’Italia nell’euro avvenisse grazie all’emissione di debito europeo garantito dagli stati nazionali. Troppo forte per i tedeschi il rischio percepito di dovere mettere mano al portafoglio per pagare i conti in rosso della “cicala” del sud.

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