Come Draghi ha comprato all’Italia un altro anno di tempo, ma non tutto è gratis

Mario Draghi, governatore BCE, ci ha donato un altro anno di tempo con il "tapering" lento avviato dal board di giovedì scorso. Ma non saranno solo rose e fiori nel 2018, certo non per le banche.

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Mario Draghi, governatore BCE, ci ha donato un altro anno di tempo con il

La decisione di giovedì scorso della BCE di prorogare di altri 9 mesi il “quantitative easing”, il piano di stimoli monetari, pur al ritmo dimezzato di 30 miliardi mensili, è stata una boccata di ossigeno per i nostri BTp, i cui rendimenti decennali hanno ripiegato fino a un minimo dell’1,92% nella seduta di venerdì, scendendo dal 2,05% della seduta precedente al board della BCE.

Che i nostri titoli di stato siano ancora legati in maniera decisiva agli acquisti realizzati dall’istituto lo segnala il trend degli ultimi 14 mesi: non appena l’inflazione ha iniziato a riaffacciarsi nell’Eurozona, ponendo fine alle minacce deflazionistiche del biennio precedente, i rendimenti dei nostri bond a 10 anni sono esplosi da poco più dell’1% di metà agosto del 2016 all’apice del 2,4% tra febbraio e marzo di quest’anno. (Leggi anche: Svolta gentile di Draghi manda lo spread ai minimi da 10 mesi)

Il 2018 non sarà un anno qualsiasi per l’Italia. Le elezioni politiche si terranno verosimilmente a marzo e il quadro appare abbastanza confuso con la tripolarizzazione dei consensi tra centro-destra, PD e Movimento 5 Stelle. Il rischio caos post-voto è alto e con esso anche quello (per i mercati) di ritrovarsi a Palazzo Chigi un esecutivo, frutto di una maggioranza parlamentare euro-scettica.

Rialzo tassi BCE tra due anni?

Le possibili tensioni finanziarie verranno verosimilmente attutite proprio dalla BCE, avendoci il suo governatore Mario Draghi “regalato” praticamente un anno anno di tempo in più per gestire con maggiore serenità sia la transizione politica, sia il risanamento dei conti pubblici con il consolidamento della ripresa economica in atto. A parte acquistare altri 270 miliardi di euro in più di assets, l’istituto reinvestirà pure quelli che nel frattempo arriveranno a scadenza. Nordea Bank li stima in 120 miliardi per l’anno prossimo. Dunque, il conto complessivo per la BCE sarà di 390 miliardi, che equivale a 6 mesi e mezzo di maggiore liquidità iniettata ai ritmi annuali. In buona sostanza, il passaggio dal QE al ritiro definitivo degli stimoli sarà reso molto dolce e non così percettibile per l’anno prossimo.

Si consideri, poi, che Draghi potrebbe concludere il suo mandato esattamente tra due anni, senza avere mai alzato i tassi una sola volta. La Federal Reserve ha varato la sua prima stretta dopo 12 mesi dalla conclusione del QE. Ipotizzando che nel settembre dell’anno prossimo, gli stimoli non verranno più rinnovati (già si parla di un’ultima probabile estensione fino a dicembre 2018), adottando la stessa tempistica della Fed (Draghi ha formalmente respinto il paragone), significa che il primo rialzo dei tassi nell’Eurozona potrebbe aversi sotto il nuovo governatore, verosimilmente un tedesco, alla fine del 2019. (Leggi anche: Rialzo tassi, shock fiscale da 20-25 miliardi per l’Italia)

Banche italiane colpite da nuove regole

Per l’Italia, manna dal cielo. I prossimi saranno mesi burrascosi e il capitolo Bankitalia non ha che aggravato le tensioni interne allo stesso PD, rendendo gli scenari politici possibili ancora più fluidi. Attenzione, però, perché non saranno solo pasti gratis per Roma. Francoforte e Bruxelles con una mano danno e con l’altro chiedono, secondo la più tipica logica del bastone e la carota. E così, alle banche dell’area verrà richiesto di accantonare il 100% di capitale a copertura dei nuovi prestiti dubbi non garantiti, iscritti a bilancio dall’anno prossimo ed entro due anni (entro 7 anni per la parte coperta da garanzie). Allo stesso tempo, il comitato rischi sovrani presenterà entro marzo una proposta di riforma delle regole sui titoli di stato in pancia alle banche, con l’obiettivo preciso di scindere il legame tra bilanci degli istituti e debiti sovrani. Due le maggiori soluzioni in voga e non necessariamente tra di loro alternative: tetto alla detenzione dei bond, in percentuale agli attivi; obbligo di coprire con capitale a riserva il rischio sovrano segnalato dalle agenzie di rating.

Per le banche italiane, sarà una bella gatta da pelare. Esse detengono quasi 700 miliardi tra titoli di stato nazionali e crediti deteriorati lordi, pari a circa il 40% degli attivi totali. Sebbene le nuove regole varrebbero per i futuri flussi di crediti dubbi, i prestiti all’economia reale potrebbero venire ridotti e così anche quelli al Tesoro.

La ripresa rischia così di essere strangolata in culla, mentre salirebbero i costi per il credito erogato a imprese, famiglie e stato. Dunque, Draghi da un lato ha posto le basi per concederci un anno di tempo in più per riprenderci, dall’altro renderà più severe le regole contabili per bond e prestiti bancari. Sarà tutto da vedere se al netto ci avremo guadagnato nel breve, anche se la sensazione è che la BCE non si tirerà indietro, se divampasse un nuovo incendio finanziario ai danni dell’Italia. Ancora una volta, però, l’aiuto verrebbe concesso dietro garanzie. Niente governi euro-scettici, siamo avvertiti. (Leggi anche: Su banche italiane in arrivo doppia mazzata su Npl e bond)

 

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