Come Draghi ha beneficiato l’economia tedesca dal 2011

Ecco come gli anni di Mario Draghi a capo della BCE hanno beneficiato l'economia della Germania, il cui debito scende e dove le esportazioni hanno raggiunto il loro massimo storico.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco come gli anni di Mario Draghi a capo della BCE hanno beneficiato l'economia della Germania, il cui debito scende e dove le esportazioni hanno raggiunto il loro massimo storico.

Mentre Mario Draghi si appresta ad entrare nell’ultima fase del suo mandato, che scadrà formalmente il 31 ottobre dell’anno prossimo, i tedeschi guardano con interesse alla partita per la nomina del suo successore. La poltrona di governatore della BCE è assai ambita in Germania, anche perché Berlino non vuole rivivere l'”incubo” di altri otto anni di Bundesbank all’opposizione nei board dell’istituto. E’ noto, infatti, come la politica monetaria ultra-espansiva di Draghi abbia infiammato il dibattito nella prima economia europea sui rischi di un azzeramento dei tassi e dell’acquisto di assets sul mercato secondario. Memori del disastro vissuto quasi un secolo fa, i tedeschi temono contraccolpi sull’inflazione e la creazione di bolle speculative sui mercati, immobiliare compreso, nonché una monetizzazione mascherata dei debiti sovrani nazionali, pratica vietata dallo statuto di Francoforte. Eppure, a leggere alcuni dati si direbbe che la Germania se la sia passata piuttosto bene proprio sotto l’italiano.

Se c’è un paese che ha saputo approfittare della crisi finanziaria ed economica per rilanciarsi, questo è la Germania. L’economia tedesca è cresciuta di quasi il 12% nel decennio 2008-2017, quando il pil italiano si è contratto nello stesso periodo di circa il 5,5%. Essa è stata trainata dalle esportazioni, mostrando una bilancia commerciale in attivo intorno ai 253 miliardi di euro nel 2016, superando il precedente record di 244,3 miliardi del 2015 e portando il suo surplus a quasi il 9% del pil. I dati sul 2017 non sono ancora pronti, ma dovrebbero confermare il trend positivo. In teoria, i trattati europei non consentono a uno stato dell’Eurozona di registrare surplus medi triennali superiori al 6% del pil, ma i tedeschi esportano sopra i limiti sin dal 2006 e alle accuse di infrangere le regole, rispondono che esse riflettono sia l’efficienza delle loro imprese, sia le politiche della BCE di indebolimento del cambio. (Leggi anche: Export Germania da record, ma all’Europa non serve mettere in croce la Merkel)

E che dire dei conti pubblici? In attivo sin dal 2014, il debito federale scende praticamente dal 2010, anno in cui aveva raggiunto i 1.300 miliardi, mentre nel 2017 dovrebbe avere chiuso sotto i 1.270 miliardi. Merito certamente della politica austera della cancelliera, ma anche del crollo dei rendimenti sovrani, a sua volta conseguenza delle manovre espansive della BCE. Nel 2011, ultimo anno prima dell’arrivo di Draghi alla presidenza (ci arrivò a inizio novembre), la Germania spendeva sui 32 miliardi di euro per pagare gli interessi, circa il 2,5% dell’entità del suo debito federale. Lo scorso anno ha speso, invece, 18,5 miliardi, pari ad appena l’1,4%, tre volte in meno dell’Italia. Rapportando i dati al 2011, si ottiene che sotto Draghi, Berlino ha risparmiato 118 miliardi di interessi totali, qualcosa come circa il 4% del suo attuale pil.

Debito tedesco in calo dal 2010

In verità, il trend discendente del costo del debito risale ad anni prima. In effetti, se il confronto lo facessimo con il 2007, scopriremmo che la Germania di interessi ne avrebbe risparmiati ben 290 miliardi, quasi 10 punti di pil. Certo, sotto Draghi, tale processo non ha fatto che accentuarsi, grazie al fatto che i Bund rendono ancora oggi negativamente fino alla scadenza dei 5 anni e i decennali toccavano il minimo storico del -0,2% nell’agosto di due anni fa, salvo risalire all’attuale 0,4-0,5%. E ancora oggi, acquistando un bond teutonico a 30 anni bisogna accontentarsi di un rendimento medio lordo annuo di appena l’1,3%, anche se nella tarda estate del 2016 era arrivato a meno dello 0,4%. Effetto sia delle politiche espansive della BCE, sia della percezione che i mercati hanno della Germania quale porto sicuro per i capitali.

Allungando lo sguardo all’inizio del Millennio, troviamo che mediamente il debito federale tedesco risulti cresciuto al ritmo del 2,9% all’anno contro il +3,3% dell’Italia. Cifre niente affatto divergenti, almeno fino allo scoppio della crisi dato che nell’ultimo decennio abbiamo registrato un’accelerazione media al +3,5%, mentre al Germania una decelerazione al +2,6%. (Leggi anche: In Germania il debito pubblico scende e la politica litiga sull’avanzo fiscale)

In definitiva, Draghi non è stato il principale benefattore dell’economia tedesca, visto che i suoi conti pubblici e le esportazioni andavano già bene prima che egli arrivasse alla guida della BCE, pur al netto delle tensioni dovute alla crisi finanziaria. Tuttavia, è innegabile come egli abbia rimarcato il processo in atto di riduzione dei rendimenti sovrani, spingendo quelli della Germania sottozero per gran parte della curva delle scadenze. In assenza di Draghi, però, appare non così scontato realizzare cosa sarebbe accaduto. Senza le sue manovre espansive, i rendimenti sarebbero rimasti più alti ovunque, specie nel Sud Europa, ma in qualità di “safe haven” per gli investimenti, la Germania avrebbe forse potuto attirare ancora più capitali in cerca di riparo dai rischi di rottura dell’Eurozona, a tutto beneficio dei suoi bond. Una cosa è certa: sotto Draghi, i tedeschi hanno raggiunto piena occupazione, surplus di bilancio, record delle esportazioni e risparmiato una barca di soldi per rifinanziare il loro debito. Ammesso che non fosse merito suo nemmeno in minima parte, quanto meno non dovrebbero ricordarselo in futuro con acrimonia.

 

 

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Argomenti: Bce, Economie Europa, Germania, Mario Draghi

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