Doppia crisi in Germania e tonfo del petrolio inviano alla BCE di Draghi un messaggio chiaro

La Germania starebbe scivolando in recessione, mentre già è in crisi politica. E il crollo del petrolio a 66 dollari lascia intravedere un ripiegamento dell'inflazione. Per la BCE, i segnali anti-"tapering" si moltiplicano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Germania starebbe scivolando in recessione, mentre già è in crisi politica. E il crollo del petrolio a 66 dollari lascia intravedere un ripiegamento dell'inflazione. Per la BCE, i segnali anti-

Il pil in Germania si è contratto dello 0,2% nel terzo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti, crescendo dell’1,1% su base annua. I dati dell’ufficio statistico federale di ieri sono stati una doccia fredda per Berlino, trattandosi del primo ripiegamento dal primo trimestre del 2015. A cosa è dovuto? Al crollo della produzione del comparto auto dei mesi scorsi, conseguenza dell’introduzione di nuovi requisiti ambientali, a cui le case tedesche non sono state in grado di adeguarsi in tempo. Per quanto ci si attenda che il tonfo sia temporaneo, la risalita per l’automotive e lo stesso pil non sarebbe così scontata e immediata nell’ultimo trimestre dell’anno, anche perché a gravare sul dato di ieri hanno concorso le tensioni commerciali internazionali. Se è vero che la minore produzione di auto avrebbe sottratto lo 0,4% al pil teutonico, anche le esportazioni sono state riviste al ribasso per la seconda volta quest’anno da parte della BDI, la Confindustria della Germania, dal +3,5% al +3%. Nel frattempo, la Camera di Commercio ha tagliato le previsioni di crescita per quest’anno dal +2,2% al +1,8%, intravedendo per il 2019 un rallentamento al +1,7%. E il numero dei veicoli prodotti Made in Germany quest’anno dovrebbe ridursi di 100.000 unità a 5,6 milioni.

Per la Germania, questo è il nono anno consecutivo di espansione economica, per cui avrebbe ragione il ministro dell’Economia, Peter Altmaier, quando sostiene che il -0,2% del pil non è un buon dato, ma nemmeno una catastrofe. Resta il fatto che la Germania corre il rischio di cadere tecnicamente in recessione, qualora la sua economia non riuscisse a schivare il segno meno nell’ultimo quarto dell’anno. E l’effetto psicologico della locomotiva d’Europa ad avere ingranato la marcia indietro sarebbe pesante per il resto dell’unione monetaria, anche perché ieri è emerso che la prima economia del Vecchio Continente non avrebbe problemi solo contingenti, bensì pure tendenzialmente strutturali, tra rischi legati alla Brexit e la politica dei dazi adottata dall’amministrazione Trump, che proprio questa settimana starebbe rispolverando l’ipotesi di innalzare le tariffe sulle auto europee. Sarebbe come colpire con un calcio uno sventurato caduto a terra.

Oltre tutto, la Germania non sta vivendo solo un assaggio di crisi economica. Da mesi, il governo federale è in modalità convulsioni e la cancelliera Angela Merkel ha dovuto rinunciare a ricandidarsi alla guida della CDU dopo 18 anni, aprendo di fatto la corsa nel suo partito per la successione. Difficile che arriverà a completare il mandato fino al 2021, probabili le elezioni anticipate da qui a 1-2 anni. La sua delfina, tale Annegret Kramp-Karrenbauer, nota anche con l’acronimo AKK e definita dalla stampa “mini-Merkel”, se la dovrà vedere con il responsabile in Germania per BlackRock e già deputato conservatore di lungo corso Friedrich Merz, nemico storico della cancelliera. Forse per allontanare da sé l’immagine di una centrista senza carisma e attirare i consensi dell’ala conservatrice del centro-destra, ieri AKK ha lanciato il suo slogan “Prima la Germania”, rievocando sorprendentemente la linea trumpiana e sostenendo che “i tedeschi dovrebbero pensare anzitutto a loro stessi, così come i francesi pensano ai francesi”.

Il candidato anti-Merkel ammette che la Germania ha beneficiato dell’euro debole

BCE in attesa di capire la direzione da prendere

E sempre la piccola Merkel ha attaccato il presidente Emmanuel Macron, che addebita le sue sfortune politiche all’opposizione della Germania verso le sue riforme delle istituzioni europee: “Macron non attacchi la Germania per la sua scarsa popolarità, dettata da problemi interni”. Se questi sono i chiari di luna, il dopo Merkel si rivelerà alquanto interessante. L’opinione pubblica in Germania non vuole sentir parlare di integrazione politica, di ulteriori salvataggi per questo o quello stato e di porte aperte agli immigrati, anche se paradossalmente proprio il “falco” Merz nei giorni scorsi aveva chiarito ai tedeschi di essere stati i principali beneficiari dell’euro e che per questo sarebbero chiamati a fare di più per salvare moneta unica e UE. Un’inversione dei ruoli all’interno della CDU, che spiazza anche coloro che seguono da vicini i fatti della politica tedesca.

Per il momento, l’unica certezza consiste nel dilemma che la BCE si trova ad affrontare. Prima che uscisse il dato, parzialmente atteso, del pil tedesco, dalle solite opinioni espresse a titolo personale era arrivata la constatazione che il rallentamento in atto della crescita nell’Eurozona non giustificherebbe alcun cambio di passo in tema di stimoli monetari. Insomma, scordiamoci un prolungamento del “quantitative easing”. E ieri, il tedesco Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, ci ha tenuto a precisare che, per quanto la Germania abbia registrato una crescita negativa nel terzo trimestre, la tendenza resterebbe positiva. Dunque, indietro non si torna. Almeno, questa sarebbe ancora la linea ufficiale dell’istituto, anche perché l’inflazione nell’Eurozona resta intorno al target. Tuttavia, il petrolio ha subito un crollo nelle ultime sedute, perdendo 20 dollari al barile in meno di un mese e mezzo e scendendo ai minimi da 7 mesi e mezzo. Attualmente, il Brent quota a 66 dollari, quando a inizio ottobre stava a 86.

L’OPEC ha rivisto in calo di 500.000 barili al giorno la domanda mondiale per il suo greggio nel 2019, con la conseguenza che servirebbe un ulteriore taglio dell’offerta per evitare una seconda crisi di sovrapproduzione in appena 4 anni. Il cartello si sarebbe messo d’accordo già sulla riduzione di 1 milione di barili al giorno, ma potrebbe persino non bastare, perché la domanda resterebbe più bassa e l’offerta all’infuori dell’OPEC continuerebbe a salire, trainata dal boom negli USA. Difficile che le quotazioni vengano fatte scendere ulteriormente rispetto ai livelli attuali, ma anche se dovessero rimanere intorno ai 65-70 dollari, si tratterebbe di un colpo all’inflazione nell’Eurozona, che non a caso ha iniziato a risalire dal maggio scorso, quando è schizzata all’1,9% tendenziale dall’1,3% del mese precedente, in coincidenza con le tensioni USA-Iran. Che l’impennata sia dovuta solo al surriscaldamento dei prezzi petroliferi lo conferma il dato sull’inflazione “core” o di fondo, quella calcolata al netto delle componenti volatili, come energia e alimentari freschi, stabile intorno all’1%, praticamente poco più della metà del target BCE.

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Si fa presto a parlare di fine degli stimoli BCE

Sarà anche scontando un’uscita dall’accomodamento monetario più lenta di quanto si racconti ufficialmente che il mercato mantiene lo spread BTp-Bund a 10 anni nel range 290-310 punti base da diverse settimane e indipendentemente dal livello giornaliero delle tensioni politiche tra Roma e Bruxelles. Un limite all’ampliamento del differenziale tra i rendimenti sarebbe posto proprio dalla consapevolezza che la BCE non potrà cessare effettivamente gli stimoli nei prossimi mesi, almeno non tutti, a causa del deterioramento piuttosto veloce delle condizioni macro nell’area. Nessuno può pensare che realisticamente la crisi dei BTp non impatti le prospettive di crescita dell’intera Eurozona, ma sarebbe assurdo scommettere che a Francoforte facciano orecchie da mercante persino rispetto a una ipotetica recessione in corso nella prima economia dell’area e ignorino i segnali disinflazionistici che stanno arrivando dal mercato petrolifero, pur attenuati dal contestuale deprezzamento del cambio euro-dollaro (-10% da gennaio/febbraio).

Saranno state pure le auto a provocare il primo segno meno da 3 anni e mezzo per la Germania, ma quando arriva, la recessione è recessione. E chiudere gli occhi dinnanzi al -23% segnato dal petrolio in appena 5 settimane sarebbe ridicolo. Darà fastidio a molti che la BCE si trovi costretta a prorogare gli stimoli nel bel mezzo della battaglia con Roma sul rispetto dei vincoli di bilancio, dato che l’allontanamento della stretta rischia di favorire l’Italia sul piano negoziale, dando più ossigeno al governo Conte sul mercato dei bond. Ma non è che per fare un dispetto alla moglie ci si tagli gli attributi. Eppure, qualche “illuminato” a Bruxelles spera che accada questo per punire i sovranisti tricolori. Per fortuna o sfortuna degli eurocrati, le logiche dell’economia prevarranno su ogni assurdità tattica e se fine del QE sarà dopo dicembre, per il complesso degli stimoli nell’area la storia appare diversa.

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Argomenti: Bce, Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Germania, Mario Draghi