Dopo le elezioni europee si complica la spartizione delle cariche in UE. E l’Italia?

I risultati elettorali nell'Unione Europea complicano la spartizione delle principali cariche tra stati e partiti. Sorge l'incognita dell'Italia, "anomalia" sovranista tra le grandi economie comunitarie.

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I risultati elettorali nell'Unione Europea complicano la spartizione delle principali cariche tra stati e partiti. Sorge l'incognita dell'Italia,

Emmanuel Macron ha perso le elezioni europee in Francia, ma i suoi 23 deputati faranno parte dei liberali dell’Alde all’Europarlamento, gruppo determinante per i nuovi equilibri politici. Angela Merkel è arrivata prima, ma il suo partito cristiano-democratico è sceso ai minimi storici, prendendo meno del 29%. Per non parlare degli alleati socialdemocratici, sprofondati al 15,5%. E poi c’è l’Italia. A vincere è la Lega con oltre il 34%, ma la formazione di Matteo Salvini è estranea ai blocchi partitici che presumibilmente comporranno la nuova maggioranza a Strasburgo e Bruxelles. In sostanza, popolari e socialisti si sono indeboliti, perdendo la maggioranza assoluta dei seggi, ma dovrebbero continuare a gestire i giochi nell’ottica della spartizione delle cariche istituzionali europee.

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E in scadenza arrivano la Commissione, la presidenza del Consiglio europeo, la presidenza dell’Europarlamento e la BCE. Prima di ieri, lo schema a cui puntavano Francia e Germania era il seguente: a Bruxelles sarebbe andato lo Spitzenkandidat del PPE, il bavarese e amico della cancelliera Manfred Weber, mentre a Francoforte sarebbe stato spedito un francese tra Benoit Coueré, attuale membro esecutivo della BCE, e François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia. In corsa, a dire il vero, vi erano e restano due finlandesi: il socialdemocratico Erkki Likanen e il popolare Olli Rehn.

Ora, la domanda che inizia a serpeggiare nelle principali capitali è questa: quanto può resistere questo schema agli esiti di ieri? In pratica, se liberali e forse anche i Verdi appoggeranno il nuovo esecutivo comunitario, cosa vorranno in cambio? I primi puntano sin prima delle dimissioni di Martin Schulz alla presidenza dell’Europarlamento, ai secondi dovrebbe essere dato qualcosa tra le posizioni-chiave nella Commissione.

Ma se l’Alde puntasse con la sua candidata danese Margrethe Vestager, attuale commissario alla Concorrenza, alla successione di Jean-Claude Juncker? A quel punto, a chi andrebbe la guida della BCE tra Germania e Francia? In teoria, essendo Macron dell’Alde, a reclamare la carica sarebbero i tedeschi. Ma davvero  conservatori e socialdemocratici in Germania avrebbero la forza per rivendicare una delle due più importanti cariche, quando a fare risultati sono stati altri, tra cui nel PPE i sovranisti di Viktor Orban con oltre il 52%, oppure tra i socialisti lo spagnolo Pedro Sanchez?

Il ruolo dell’Italia

E, soprattutto, all’Italia cosa spetterebbe? Il nostro è tra i sei stati fondatori e, in teoria, non potrebbe essere lasciato a bocca asciutta, anche se formalmente ha ottenuto la guida della Vigilanza BCE, una carica minore volutamente sponsorizzata da Mario Draghi per allontanare Roma dalla grande spartizione post-elettorale? Se così, sarebbe un problema per Roma, che perderebbe automaticamente sia il governatore centrale che il presidente dell’Europarlamento, restando senza voce a Bruxelles e Strasburgo. Sempre in teoria, la compensazione potrebbe avvenire con la nomina di un commissario “pesante” italiano. Tuttavia, difficilissimo che il blocco europeista conceda a Salvini una posizione di forza dentro la Commissione, per intenderci un commissario con portafoglio economico.

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Dunque, se la Germania si prendesse la BCE e la Francia la presidenza del Consiglio europeo o viceversa e l’Italia restasse “scoperta”, si creerebbe una frattura ancora più profonda tra europeisti ed euroscettici, che per la prima volta assumerebbe i connotati di una divisione all’interno degli stati “core” della UE. Vorranno arrivare a tanto Parigi e Berlino? Il rischio che la situazione sfugga di mano e porti a una nuova “exit” è reale. Peraltro, nei prossimi mesi vivremo con maggiore pathos la Brexit, tra lo scenario “da incubo” per la UE di un premier Boris Johnson dopo le dimissioni annunciate da Theresa May e il trionfo elettorale del Brexit Party di Nigel Farage.

Un asse franco-tedesco indebolito con i rispettivi leader ad essere usciti malconci dal voto non dovrebbe o potrebbe permettersi di fare la “guerra” a un socio fondatore rafforzatosi ulteriormente sul piano del consenso interno. Da qui, il test per Salvini sulla sua capacità di mediare con gli interlocutori per portare a casa il risultato. Non sarà facile e nel caso di scontro senza esito con Merkel-Macron, le tensioni nella UE saranno destinate ad acuirsi, a tutto discapito della stabilità delle istituzioni comunitarie. Saggezza vorrebbe che Germania e Francia non tirino troppo la corda, anche perché il blocco europeista a cui stanno già lavorando per formare la nuova maggioranza risulta essere composito, fragile e rischia di sfaldarsi alla prova dei fatti. E i numeri dei sovranisti farebbero gola per evitare la paralisi.

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