Dopo le elezioni europee sarà crisi di governo, ecco numeri e strategie che rivoluzionano lo scenario

Elezioni europee di maggio uno spartiacque per una legislatura già di rottura con la Seconda Repubblica. Ecco quali sono i veri numeri a cui guardare per capire come si evolverà il quadro politico e istituzionale.

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Elezioni europee di maggio uno spartiacque per una legislatura già di rottura con la Seconda Repubblica. Ecco quali sono i veri numeri a cui guardare per capire come si evolverà il quadro politico e istituzionale.

Il 26 maggio sarà una data fatidica per l’Italia. Quel giorno, si rinnova l’Europarlamento e sapremo finalmente quali saranno i nuovi rapporti di forza tra i partiti per la prima volta dalle elezioni politiche di appena 13 mesi fa. E’ passato davvero poco tempo dall’ultima chiamata alle urne generale, che ha esitato un terremoto imprevisto nelle dimensioni e capace di aprire una faglia che ha divorato la Seconda Repubblica, portandosi con sé il PD da un lato e Silvio Berlusconi dall’altro.

Da allora, però, è passata tanta acqua sotto i ponti. Movimento 5 Stelle e Lega governano insieme e le percentuali tra le due formazioni della maggioranza si sarebbero sostanzialmente ribaltate, con i grillini ad essere arretrati nei sondaggi sotto il 25% e il Carroccio ad avere raddoppiato i consensi dello scorso 4 marzo, salendo in area 33%.

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Le elezioni regionali di questi mesi hanno esitato il solito copione ovunque: Matteo Salvini vince con la sua Lega anche al sud, giovandosi di un centro-destra che va da Fratelli d’Italia a Forza Italia e che nel suo insieme ormai sfiora il 50% dei consensi. Se si tornasse a votare per le politiche oggi, alla Camera la coalizione otterrebbe attorno ai 380 seggi, nettamente più dei 316 necessari per disporre della maggioranza assoluta e un centinaio in più rispetto a quelli che detiene oggi. Ma il ministro dell’Interno di staccare la spina al governo Conte e confidare di entrare a Palazzo Chigi con numeri così solidi non ci pensa nemmeno, per un paio di ragioni: è consapevole che buona parte del suo ampio consenso gli derivi dall’essere percepito come una rottura con il passato, berlusconiano compreso; sa che se anche la Lega ottenesse il triplo o il quadruplo dei voti rispetto a Forza Italia, l’ex premier non gli renderebbe la vita facile, perché egli è politicamente molto più attrezzato di quanto non siano i grillini, pur con numeri assai inferiori.

Berlusconi sempre più solo

Ecco, quindi, che le elezioni europee diverranno il termometro per valutare quali possibili ricette propinino gli italiani.

Nei giorni scorsi, una novità rilevante è accaduta in Forza Italia: Elisabetta Gardini ha lasciato il partito per candidarsi all’Europarlamento con la formazione di Giorgia Meloni. Per due motivi, la notizia non dovrebbe essere sottovalutata: ella è stata il volto del berlusconismo, a cui deve tutto sul piano politico, strappata dal Cavaliere a una carriera da attrice. E in una lettera di commiato resa pubblica, lo ha riconosciuto la stessa Gardini, ribadendo l’affetto per Berlusconi, pur ammettendo di non potere proseguire più la sua esperienza dentro Forza Italia, in quanto nelle mani di persone “sorde” a chi chiede loro di riconnettersi con l’elettorato.

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Secondariamente, l’europarlamentare uscente ottenne nel 2014 quasi 70.000 preferenze nella circoscrizione del nord-est. Numeri abbastanza interessanti e che, in assenza di candidature alternative di peso, priverebbero Forza Italia di quella forza territoriale minima per reggere alla sfida tutta interna al centro-destra. Il leader è stato malamente consigliato a ricandidarsi come capolista in tutte le circoscrizioni, tranne quella dell’Italia centrale, in cui sarà testata la potenza elettorale di Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento e numero due degli azzurri. Il punto è che Tajani non è uomo che attira frotte di italiani ai seggi e un po’ ovunque ha co-gestito con Berlusconi le candidature con criteri a dir poco opinabili, lasciando intere aree del territorio nazionale senza uomini e donne elettoralmente forti. Una di queste sarebbe la Sicilia orientale, ex granaio di voti per il Cavaliere e che rischia per questi di esitare una maggioranza relativa salviniana.

Centro-destra, ma senza Berlusconi

Che la Gardini molli una nave che imbarca acqua per saltare sulla scialuppa di salvataggio lanciatale da Fratelli d’Italia in sé non sarebbe evento di apertura dei TG. Stavolta, però, segnalerebbe più che una semplice spia di un processo di disgregazione in corso di quel mondo ultra-berlusconiano, che fino a poco tempo fa ritenevamo impensabile potesse anche solo prendere le distanze dal leader indiscusso.

Il peggio, però, ha ancora da venire per Berlusconi. La vera scommessa di questa tornata elettorale non è solo e tanto la forza dei numeri della Lega, quanto proprio di Fratelli d’Italia. Nel fine settimana, la Meloni ha tenuto al Lingotto di Torino una conferenza programmatica per lanciare il partito, in vista delle europee. Ha usato parole forti per il suo messaggio, che può riassumersi in poche battute: “Votatemi per sostituire i grillini al governo”.

Ha parlato di un ritorno del centro-destra al governo della Nazione, ma mai è stata citata Forza Italia, perché la ormai ex “enfant prodige” della politica italiana e il suo alleato “sovranista” non ragionano più in termini di quel che fu la Casa delle Libertà, bensì di una sorta di alleanza da reggersi su due pilastri: la Lega per attrarre il consenso perlopiù al Centro-Nord e un secondo contenitore in cui riversare al Centro-Sud, in particolare, i voti di quanti non se la sentano a tutt’oggi di votare o candidarsi per il Carroccio. Sbaglia chi taccia Fratelli d’Italia di essere un partito di “estrema destra”, come certa stampa lontana mille miglia dai nostri confini scrive all’estero. La Meloni sta da tempo trasformando la sua creatura in una formazione semplicemente conservatrice, tanto da avere da poco fatto ingresso nell’ECR, i Conservatori e Riformisti che a Strasburgo ad oggi ospitano tra gli altri i Tories britannici, non certo quattro scalmanati che fanno il saluto romano. E in Italia, tra gli “estremisti” sono entrati politici del calibro di Raffaele Fitto, ex reggente berlusconiano in Puglia, che con il leader ha rotto da tempo.

Patto Tajani-Salvini dopo le europee?

Questione di mesi, forse meno, e Fratelli d’Italia, che cambierà pure nome, avrà nel suo parterre pure il governatore ligure azzurro e critico contro Arcore, Giovanni Toti. La scommessa di Giorgia è di raccogliere più voti possibili, e chiaramente sopra la soglia di sbarramento del 4%, al fine di provare esplicitamente a Salvini di essere a capo di una seconda gamba sufficiente per consentirgli di andare a Palazzo Chigi senza il sostegno di Berlusconi.

L’ambizione nascosta (malamente) dai due leader sarebbe di arrivare a una somma di voti nei pressi del 40%, percentuale che garantirebbe con probabilità elevate la vittoria in gran parte dei seggi uninominali al sud, laddove l’M5S dovrebbe arretrare già da queste europee, rispetto al 45-50% riscosso poco più di un anno fa.

Fratelli d’Italia sta puntando proprio a raccogliere consensi attorno a questa prospettiva, mentre Forza Italia non ha più una leadership efficace, né un progetto, né tanto meno una linea comprensibile e che vada oltre gli insulti che, secondo una incredibile vocazione al suicidio, l’ex re della comunicazione rivolge agli italiani, definendoli “co….ni” per il fatto di affidarsi a questa maggioranza. Una Meloni forte è quel che serve, in questa fase, a Salvini per aumentare il peso negoziale con gli alleati di governo grillini. Da Torino, la prima ha invitato l’esecutivo ad attuare una tassa piatta (“flat tax”) che sia realmente tale e non a scaglioni, come la vorrebbero annacquare Di Maio & Co, aggiungendo che l’unica cosa piatta sotto questo governo sarebbe la crescita.

Dalla sicurezza ai rapporti con l’Europa, passando per immigrazione e politica estera, tra Meloni e Salvini l’intesa appare più immediata che non quella tra i due e Berlusconi. Per quest’ultimo, la soglia minima di sopravvivenza politica sarebbe del 10%, sotto la quale il risultato apparirebbe un’umiliazione senza appello. E i sondaggi danno in forse la doppia cifra per gli azzurri. Se, poi, Fratelli d’Italia dovesse segnalare una crescita consistente dei voti rispetto al 4% di un anno fa, molti parlamentari berlusconiani non ci penserebbero tanto a mollare il capo. E proprio Tajani riserverebbe qualche cattiva sorpresa al suo mentore. L’uomo aspira alla rielezione come presidente dell’Europarlamento, una carica che obiettivamente spetterebbe all’Italia nel gioco delle spartizioni delle poltrone istituzionali in Europa dopo le elezioni.

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Il punto è che l’azzurro non avrebbe il placet di Salvini-Meloni, anzi la sua concittadina lo ha infilzato dal Lingotto, quando ha reclamato un cambio della presidenza di Strasburgo. E avrebbe un potere negoziale molto debole nel PPE, se il suo nome non fosse sostenuto nemmeno dall’uomo forte della politica italiana di questa fase, il ministro dell’Interno per l’appunto. Ecco, quindi, che dopo le europee, se Forza Italia dovesse andare male e gli alleati del centro-destra consolidare i rispettivi successi, l’unico modo che Tajani avrebbe per ambire credibilmente al bis sarebbe di stringere un patto con Salvini: il primo lavorerebbe a Strasburgo per avvicinare il PPE alla Lega e il secondo gli chiederebbe in cambio anche l’affossamento della formazione azzurra. Come? Sostanzialmente, non frenando la fuoriuscita di parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali verso la Lega o Fratelli d’Italia. A quel punto, Berlusconi resterebbe un generale senza truppe, quando già oggi ne guida poche.

Il governo Conte avrebbe i giorni contati, perché non vi sarebbe più motivo per Salvini di mostrarsi fedele a un esecutivo in cui formalmente risulta solo il numero due ed “ex aequo” con Di Maio. Meglio rovesciare il tavolo e governare con una Meloni, con cui condivide di gran lunga molto di più di quanto non faccia con l’M5S. Serve solo inventarsi il “casus belli”, che potrebbe essere proprio il taglio delle tasse con il varo della”flat tax”. Strano a dirsi, ma il più ostile è oggi il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che pure sarebbe un uomo vicino al centro-destra e certamente molto più alla Lega che non ai grillini. Egli agita la questione delle coperture per esprimere lo scetticismo al riguardo, ma se dietro vi fosse un’intesa con Salvini per alimentare le scintille con l’M5S e fornirgli il pretesto ideale della rottura prima che il governo scriverà la prossima legge di Stabilità? Cosa vi sarebbe di più popolare di fare cadere un governo, colpevole di impedirgli di tagliare le tasse per famiglie e imprese?

La flat tax deve partire subito e tanto meglio se favorisce chi dichiara redditi alti

Come in un gioco di paradossi ricorrenti, i grillini dovranno sperare che Berlusconi se la cavi meno peggio del previsto a maggio e Salvini che la Meloni gli tenga testa nel raccogliere consensi tra l’ormai vasta area elettorale “sovranista” e magari che il PD impensierisca l’M5S, costringendolo a spostarsi più a sinistra. Qualcuno direbbe che “nulla è come sembra”. In effetti, così pare. E occhio alla percentuale della Meloni, perché sarà la potenziale “golden share” con cui Berlusconi verrà archiviato definitivamente come stagione politica, facendone nascere una meno emergenziale dell’attuale e più politicamente riconoscibile.

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