Dopo la BCE, la pressione sul governo Renzi aumenta: o riforme o Troika

Dopo che la BCE ha tagliato ancora una volta i tassi e ha varato nuovi stimoli monetari, il governo Renzi non potrà più accampare scuse e dovrà fare le riforme promesse. In loro assenza, torna il rischio di commissariamento dell'Italia.

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Con le ultime misure adottate dalla BCE, Mario Draghi ha raschiato il fondo del barile ed è stato ieri pomeriggio lo stesso governatore a chiarire che il primo motore per la crescita è rappresentato dalle riforme strutturali e che senza di loro, la politica monetaria può ben poco. Draghi ha aggiunto che, tenendo i conti pubblici in ordine, il taglio delle tasse genera maggiori benefici all’economia di un aumento della spesa. Parole che non lasciano spazio a dubbi, specie dopo che ha smentito di volere un indebolimento del Patto di stabilità, considerato al contrario un “àncora di credibilità”. Il numero uno di Francoforte sa di avere scontentato ieri i tedeschi, fortemente restii a nuovi stimoli monetari. Sa anche che non potrà tirare la corda più di tanto e per questo potrebbe già essere rientrato nei ranghi, mollando Matteo Renzi e la sua “pazza” idea di rendere il Patto di stabilità più flessibile, ossia di potere ottenere deroghe sul deficit.   APPROFONDISCI – Renzi atterrato in segreto a casa di Draghi, siamo vicini a un’emergenza Troika?   Adesso che la politica monetaria ha fatto quanto dovuto o per molti anche più di quanto avrebbe potuto e dovuto, i governi nazionali non hanno più scusanti. Francia e Italia dovranno fare le riforme strutturali, piacciano o meno agli elettori e ai ministri in carica. Ma per lo stato in cui versa la sua economia, è chiaro che la questione riguarda essenzialmente il nostro paese.

Adesso, le riforme

I mercati stanno continuando a premiare i nostri titoli di stato, ma sulla scia di un trend positivo in tutta l’Eurozona, proprio per le misure di accomodamento monetario varate o attesa dalla BCE.

Ma la festa potrebbe finire anche tra poche settimane, se il governo Renzi non invierà un segnale forte sulla volontà di attuare le riforme e non solo di annunciarle. Il primo test riguarda il cosiddetto “Jobs Act”, la riforma del mercato del lavoro, impantanata da mesi in Parlamento e che sarà discussa in questo mese di settembre alle Camere. Le attese sono alte, anche se il rischio di un compromesso al ribasso è ancora più elevato.   APPROFONDISCI – Renzi chiede mille giorni per le riforme, ma rischia di cadere sul Jobs Act   Come in Spagna, i mercati e il mondo delle imprese si attendono una maggiore flessibilità legislativa sulle assunzioni e sui licenziamenti: minori possibilità per il lavoratore di impugnare un licenziamento davanti al giudice, maggiori possibilità per il datore di licenziare nei casi di crisi aziendale, incentivi alle assunzioni con i contratti a tempo indeterminato, alleggeriti dalle rigidità attuali. Sarebbero questi i punti essenziali attesi dalla riforma. Ovviamente, quella sul lavoro è solo la prima e tra le più importanti delle riforme strutturali chieste dall’Europa all’Italia. La lista è abbastanza lunga e include la Pubblica Amministrazione, la giustizia civile, la scuola, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, la burocrazia, solo per limitarci ai capitoli più importanti.

Rischio crisi politica?

Ma la reazione dei sindacati al blocco degli stipendi anche per il 2015, con la possibilità che scioperino pure le forze dell’ordine, non sarebbe un buon segnale per il governo. Da sola, la Cgil di Susanna Camusso non potrebbe certamente intralciare il cammino delle riforme, se si intestasse una sorta di lotta contro il premier Renzi. Tuttavia, c’è un’ala del Partito Democratico molto sensibile alle parole d’ordine del sindacato e che teme uno spostamento eccessivo a destra dell’azione di governo. Parliamo delle correnti che fanno principalmente capo a Pierluigi Bersani, a Massimo D’Alema, a Pippo Civati e a Stefano Fassina, finora non in grado di impensierire più di tanto il governo. Ma fino a quando taceranno?   APPROFONDISCI – Arriva l’autunno caldo, ma Renzi spera in Berlusconi per evitare la Troika   La fortuna politica del governo Renzi si chiama assenza di alternative, tra l’ex premier Silvio Berlusconi in attesa di risolvere i suoi problemi con la giustizia, un Beppe Grillo non considerato credibile tra una larga fetta di elettorato e una sinistra incapace di creare consenso.

Se queste condizioni permangono, Renzi avrà la strada spianata da qui ai prossimi mesi e forse anni. Se anche una sola di queste condizioni dovesse venire meno, il suo cammino si complicherà maledettamente.

Lo spettro Troika

L’Europa potrebbe, poi, perdere la pazienza senza sufficienti riforme e nel caso si scatenasse una reazione negativa dei mercati finanziari contro i nostri bond, arriverebbe a commissariare l’Italia, attraverso l’uso della Troika (UE, BCE e FMI), similmente a quanto fatto in Grecia, Portogallo, Cipro e Irlanda in questi anni. Lo scenario non sembrerebbe a brevissimo termine. La BCE sta concedendo tempo con le sue azioni e gli stessi investitori stanno a guardare, confidando nei prossimi mesi. Di certo, con ieri non si potrà più chiedere alcunché a Draghi. Renzi dovrà iniziare a passare dalle chiacchiere ai fatti.  

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