Dollaro e tassi provocano mal di testa anche alle economie ricche come Hong Kong

Il dollaro non è più solo fonte di stabilità per le economie del pianeta. A Hong Kong si lotta per difendere il cambio contro i deflussi dei capitali di questi giorni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il dollaro non è più solo fonte di stabilità per le economie del pianeta. A Hong Kong si lotta per difendere il cambio contro i deflussi dei capitali di questi giorni.

Il dollaro USA ha perso circa l’11% mediamente contro le altre valute, tornando ai livelli di fine 2014, quando la stretta monetaria della Federal Reserve non era stata nemmeno avviata, anzi sarebbe avvenuta solamente dopo oltre un anno. Eppure, la divergenza tra gli USA e il resto del mondo avanzato è nei fatti da tempo, dato che le altre principali banche centrali non hanno ancora alzato i tassi e segnalano di volerlo fare più in là possibile. E così, se i rendimenti decennali dei Treasuries sono saliti in prossimità del 3%, pur arretrando da qualche settimana, quelli dei Bund continuano ad aggirarsi poco sopra lo 0,50%. Questa distanza rispetto alla prima economia mondiale sta creando parecchi problemi persino ad altre economie avanzate e che hanno un cambio agganciato al dollaro americano attorno a una parità (“peg”).

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Sta accadendo, ad esempio, che la Hong Kong Monetary Authority (HKMA) abbia speso qualcosa come 3,6 miliardi di dollari USA dal giovedì scorso per difendere il peg, fissato nel 2005 all’interno di una banda di oscillazione di 7,75-7,85. Quasi una settimana fa, infatti, il cambio tra le due valute è sceso a 7,85, il livello più debole da 35 anni a questa parte, costringendo l’autorità monetaria a scendere in campo in difesa del peg. Gli interventi sinora attuati sono serviti assai poco, se è vero che ancora in questi minuti il cambio continua a viaggiare a ridosso del limite massimo (per il dollaro USA) della banda di oscillazione, ovvero a 7,84968.

Cosa sta accadendo esattamente? Il problema che l’HKMA sta affrontando è il deflusso dei capitali verso gli USA per effetto della crescente divergenza tra i tassi locali e quelli americani. Lo spread si sta ampliando, come segnala il Libor a 3 mesi, che in un anno è più che raddoppiato al 2,34%, mentre l’Hibor a 3 mesi si attesta ancora all’1,13-1,14%, dando vita al tipico “carry trade” che si ha tra valute con tassi di interesse differenti. In pratica, confidando proprio nella tenuta del “peg”, i capitali si stanno spostando da Hong Kong agli USA per essere investiti in assets più remunerativi, ovvero dai rendimenti più alti. Se il dollaro locale fosse libero di fluttuare, questo gioco porterebbe a un indebolimento del cambio e a una conseguente risalita dei tassi interni, stabilizzando la parità attorno a un nuovo equilibrio.

Diversi peg già saltati e qualcuno a rischio

Ma la liquidità a Hong Kong è talmente elevata da non risentire decisamente dei deflussi, per cui i tassi rimangono bassi. E’ la conseguenza della sua vicinanza alla Cina, dalla quale sono arrivati miliardi di capitali con i controlli introdotti da Pechino nel 2015. Si consideri, ad esempio, che la città-stato è anche meta di acquisti immobiliari da parte di cinesi benestanti, tanto che da anni vi sarebbe in atto una bolla a tratti preoccupanti. La risalita dei tassi, se fosse decisa dall’HKMA, porterebbe a un probabile collasso del comparto, con contraccolpi evidenti per tutta l’economia.

Eppure, non pare che vi sia molto di cui preoccuparsi. Il peg non sarebbe a rischio, dato che dal 2009 sono defluiti capitali dagli USA verso Hong Kong per 130 miliardi di dollari americani (circa 1.000 miliardi di dollari di Hong Kong), investiti dall’HKMA in assets a stelle e strisce altamente liquidi e di qualità. Adesso, parte di questo immenso denaro potrebbe essere riconvertito in dollari locali per sostenere il cambio e arrestare così i deflussi. In realtà, può sembrare un paradosso, ma nel caso in cui le autorità dovessero mostrarsi poco efficaci nella difesa del peg, miliardi di di capitali verrebbero rimpatriati, perché a quel punto la bontà del “carry trade” verrebbe meno.

Il caso di Hong Kong ci insegna che le parità centrali siano fonte di stabilità fino a quando non si registri una divergenza nei cicli economici e/o nella politica monetaria. Senza una sincronia sui tassi tra due banche centrali impegnate nella difesa di una parità, si creano occasioni di arbitraggio per il mercato dei capitali. In tempi recenti, di “peg” ne sono saltati parecchi, dalla Nigeria all’Egitto, passando per l’Azerbaigian, ma la crisi delle quotazioni petrolifere ha messo a dura prova anche quello saudita tra rial e dollaro, che nel caso saltasse, per molti analisti sarebbe un “cigno nero” per l’economia mondiale, a causa delle conseguenze che comporterebbe sul resto del mondo. Per non parlare del franco svizzero, che nel gennaio 2015 poneva fine al cambio minimo unilateralmente introdotto da Zurigo 40 mesi prima contro l’euro. Anche quella volta, alla base del flop vi fu l’unidirezionalità dei capitali, anche se nel caso della Svizzera per gli eccessivi afflussi, non deflussi registrati.

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Argomenti: Economie Asia, super-dollaro, tassi USA

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