Dollarizzare il Venezuela come risposta alla crisi? Sarebbe un nuovo disastro

La dollarizzazione dell'economia venezuelana non sarebbe la risposta ottimale nel lungo periodo, anzi rischia di riproporre le cause della crisi attuale di Caracas.

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La dollarizzazione dell'economia venezuelana non sarebbe la risposta ottimale nel lungo periodo, anzi rischia di riproporre le cause della crisi attuale di Caracas.

Il grado di crisi a cui è giunta l’economia in Venezuela attira da tempo le attenzioni di accademici e politici di tutto il mondo, molti dei quali suggeriscono soluzioni d’impatto forti per porre fine a quella che viene ormai definita una “spirale mortale”. E così, dalle colonne di Forbes, il Prof Steve Hanke della John Hopkins University, tra coloro che più ha seguito passo dopo passo il crollo di Caracas, ha proposto un piano di rottura e fondato sulla “dollarizzazione” dell’economia venezuelana.

Hanke evidenzia come pratiche simili siano state adottate in stati come il Montenegro nel 1999, quando il dinaro fu sostituito dal marco tedesco (e dal 2002 dall’euro) e l’Ecuador nel 2001, dove si adottò il biglietto verde come moneta nazionale.

La dollarizzazione proposta da Hanke consisterebbe nella sostituzione dell’insignificante bolivar con il dollaro. La divisa americana verrebbe adottata per pagare salari e stipendi e per ogni transazione interna e con l’estero, dopo che un decreto del governo avrà fissato il tasso di cambio con l’attuale morente moneta nazionale. Così facendo, spiega il Prof, l’inflazione – oggi a quattro cifre – verrebbe stroncata, non essendo più possibile per la banca centrale di Caracas emettere moneta. (Leggi anche: Crisi Venezuela, perché il paradiso socialista di Maduro starebbe cadendo)

Le conseguenze di lungo termine

La soluzione proposta da Hanke avrebbe innegabili benefici all’impatto, in quanto risulta ovvio come oggi non sarebbero più sufficienti misure ordinarie per ripristinare la fiducia nel bolivar e per riparare un’economia ormai del tutto disfunzionale. La dollarizzazione avrebbe il pregio di fermare la corsa dei prezzi e di attirare la fiducia degli investitori stranieri (sempre che la si accompagni con un cambio di regime), consentendo al mercato di tornare a commerciare con l’estero, trovando un suo equilibrio.

I tassi d’interesse crollerebbero, spronando la domanda interna e gli investimenti.

Ma sarebbe una soluzione ottimale anche nel medio-lungo termine? L’esempio eclatante dell’Argentina ci dimostrerebbe di no. Dopo il miracolo economico vissuto negli anni Novanta, l’economia sudamericana iniziò ad avvertire le conseguenze di un cambio fisso eccessivamente forte (1:1 tra peso e dollaro) e ciò contribuì a deteriorare le condizioni economiche e finanziarie interne, fino alla dichiarazione di default di inizio 2002. (Leggi anche: Per sradicare l’iperinflazione in Venezuela via la banca centrale?)

Un altro esempio fallito di dollarizzazione lo offre lo Zimbabwe di Robert Mugabe. Dopo l’iper-inflazione del 2009, il paese africano decide di sostituire il dollaro locale con un paniere di valute straniere, tra cui dollaro, euro, yen e rand. Risultato? L’economia soffre di scarsa competitività e circola poca moneta per gli scambi, tanto che lo scorso anno si è reso necessario emetterne localmente, pur in forma di bond, al fine di far fluire maggiore liquidità nel sistema.

Gli esempi negativi di Argentina e Zimbabwe

Se il Venezuela sostituisse oggi il bolivar con il dollaro, dovrebbe allo stesso tempo prevedere l’emissione di una nuova moneta nazionale per il futuro, dopo una prima fase di riassestamento, altrimenti incorrerebbe negli stessi problemi di Argentina e Zimbabwe negli anni seguenti. Caracas sarebbe, infatti, costretta ad operare con tassi di cambio che rispecchierebbero i fondamentali dell’economia americana, non propri. Se la Federal Reserve alzasse i tassi USA con un pil USA in crescita e piena occupazione, i venezuelani userebbero una moneta (il dollaro) più forte, anche qualora la loro economia risultasse in recessione e lontana dalla piena occupazione, non avendo più la loro banca centrale la possibilità di adottare una politica monetaria rispondente alle esigenze specifiche. (Leggi anche: Sovranità monetaria? Proteste contro l’ipotesi)

La risposta al collasso dell’economia venezuelana non può essere la riproposizione in un’ottica di lungo termine degli stessi mali che hanno provocato la crisi in corso.

Ricordiamoci che questa è pur figlia della politica del “bolivar fuerte”, che vede ancora un tasso di cambio fisso ufficiale di 1:10 contro il dollaro, quando sul mercato nero si ha oggi un rapporto di 1:14.158. Servirebbe legare le mani alla banca centrale, per impedirle di stampare bolivar senza ritegno, non adottare unilateralmente una moneta straniera, dovendosi successivamente sperare che il proprio ciclo economico coincida perfettamente con quello della super-potenza mondiale.

 

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