Divorzio all’italiana, Bel Paese il meno europeista in UE: ecco le cause di una separazione impensabile prima della crisi

Gli italiani sono diventati il popolo più euro-scettico nella UE. Ecco come in pochi anni è radicalmente mutato l'umore nel Bel Paese e per quali ragioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli italiani sono diventati il popolo più euro-scettico nella UE. Ecco come in pochi anni è radicalmente mutato l'umore nel Bel Paese e per quali ragioni.

Sono sorprendenti i risultati delle ultime rilevazioni condotte tra i cittadini dell’Unione Europea con l’Eurobarometro a proposito delle intenzioni di voto nel caso in cui fosse loro chiesto di scegliere a un ipotetico referendum se restare nella UE o andare via. Solo il 44% degli italiani ha espresso la convinzione di restare certamente, contro un 24% che ha segnalato che voterebbe per uscirne e il 32% di indecisi. La media europea è stata favorevole alla UE per il 66%, una percentuale nettamente superiore alla nostra. E gli italiani saremmo anche l’unico popolo a mostrarsi sfiduciato sui benefici di appartenere alla UE: il 45% crede di avere subito più danni contro il 43% che ritiene di avere avuto vantaggi. In media, il 68% degli intervistati nel Vecchio Continente crede che il proprio stato avrebbe ricevuto benefici dall’ingresso in UE. Pensate che le risposte positive in Grecia risultano state al 54% contro il 40% negative e nella stessa Francia di Marine Le Pen con il vento in poppa, ben il 64% si mostra favorevole alla UE contro il 25% contrario. In Germania, il “gap” tra coloro che ritengono che i benefici siano stati superiori sale a 60 punti, con il 76% contro il 16%. In Spagna, il 75% crede di avere ottenuto benefici contro il 19% di chi pensa di essere stato danneggiato dalla UE.

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Questi numeri appaiono raggelanti. Se oggi in Italia si andasse a votare per un referendum sulla permanenza nelle istituzioni comunitarie, con ogni probabilità vincerebbero ancora i “sì”, ma il tasso di europeismo nel nostro Paese si è evidentemente di molto ridotto, se è vero che appena un decennio fa risultavamo il popolo più euro-entusiasta. Qualcuno addebiterà il crollo dei consensi per la UE alla propaganda politica contraria di questi anni, ma commetterebbe l’errore banale di invertire causa ed effetto: è stata l’esplosione dell’euro-scetticismo in Italia ad avere fatto impennare i consensi per i partiti anti-Bruxelles, non viceversa. Il perché sia accaduto da noi più che altrove, portando a una sfiducia quasi totale verso le istituzioni comunitarie, non è difficile capirlo.

Come l’Italia è diventata euro-scettica

L’Italia è tra i sei membri fondatori della CEE, la madre della UE. Per decenni, la costruzione europea è andata di pari passo al boom economico italiano, nonché degli altri stati europei. Ad un certo punto, questo legame si è spezzato. Il rallentamento iniziava già negli anni Settanta, vuoi per il completamento del processo di industrializzazione post-bellico, vuoi anche per l’irrompere delle due crisi petrolifere. Ma fino a tutti gli anni Ottanta non è stato percepito granché, essenzialmente perché i governi del tempo usarono ampiamente e in misura sconsiderata la leva fiscale per sostenere artificiosamente la domanda interna e la crescita del pil. Venuto meno il sostegno pubblico, i nodi arrivarono al pettine. Tra mancate riforme economiche e cattiva governance istituzionale, si è passati dalla Milano da bere all’incubo della crisi perenne.

La reazione dei governi di fine Prima Repubblica e inizio della Seconda è stata duplice: cercare di risanare i conti pubblici aumentando la pressione fiscale, anziché optare per il più impopolare taglio della spesa; adesione alla moneta unica, nell’errata convinzione che l’euro sarebbe servito come ombrello per ripararci dagli attacchi finanziari e godere così di prezzi e cambio stabili e tassi bassi. Ad essere sinceri, fummo noi a sentirci i furbi della situazione quando nel 1998 il cancelliere Helmut Kohl e il presidente Jacques Chirac ci accolsero formalmente con le braccia aperte nella nuova avventura storica. Non avevamo compreso che quell’abbraccio si sarebbe rivelato mortale per la nostra economia, essendoci entrati nell’euro con gli stessi problemi e le stesse inefficienze ereditati da decenni di mala politica.

L’euro non è stato affatto taumaturgico per gli italiani. Dal 1999, anno in cui i tassi di cambio tra le valute aderenti furono fissati tra loro definitivamente, la produzione industriale si è ridotta in Italia del 14%, quando mediamente è cresciuta nell’Eurozona del 16% e del 37% in Germania. Gli impianti delle nostre imprese funzionano al 78% della loro capacità, in linea con gli anni pre-euro, ma 10 punti percentuali in meno che in Germania, dove effettivamente il tasso di disoccupazione è sceso al 3,4%, livello minimo dalla caduta del Muro di Berlino, nonché 3 vote più basso del nostro. E quando siamo entrati nell’euro, il reddito pro-capite di un italiano si attestava al 90% di un tedesco e al 107% della media dell’Eurozona, mentre oggi risulta crollato al 73% di un tedesco e al 90% della media dell’area. In sostanza, con la lira eravamo più ricchi della media, oggi con l’euro siamo diventati più poveri. Siamo l’unica economia avanzata al mondo a registrare livelli di pil di poco superiori a quelli di inizio Duemila, come se per noi il tempo si fosse fermato alla mezzanotte tra il 1999 e il 2000 e fossimo rimasti vittima del “Millenium bug”.

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Attenzione, però, perché questo non implica che l’euro sia stato la causa dell’impoverimento, quanto che esso non sia riuscito a impedire il nostro declino. Sono saltati quei meccanismi di riequilibrio dell’economia, che in passato ci consentivano di riprenderci piuttosto velocemente da una crisi, pur pagando nel medio termine un costo elevato. Parliamo delle famose svalutazioni della lira, le quali scatenavano una crescita esorbitante dell’inflazione e spingevano il mercato a chiedere rendimenti enormi per acquistare i titoli del nostro debito pubblico. Il passaggio all’euro ha azzerato il rischio di svalutazione del cambio, minimizzato l’inflazione e compresso fortemente gli stessi tassi di mercato. Tuttavia, con l’ultima crisi finanziaria mondiale, gli investitori sono tornati a guardare l’Italia per quello che era con la lira e che viene percepita essere ancora oggi, nonostante l’euro: un’economia forte, tra le più ricche al mondo, ma oberata da una montagna altissima di debito pubblico e poco riformabile, a causa del corto circuito tra politica fondato sul consenso spicciolo e decenni, se non secoli, di incrostazioni corporative sedimentatesi in una legislazione poco “business-friendly”.

Il famoso “dividendo” dell’euro si è velocemente trasformato in un pegno da pagare, da inguaribili furbacchioni siamo diventati i raggirati della situazione. Insomma, scendemmo dalla montagna per suonare e fummo suonati. Adesso, non ci restano che l’amarezza e le urla di chi ritiene di essere finito in una gabbia o per dirla con le parole di “Hotel California”, possiamo sempre fare il check-out, ma mai lasciare l’albergo. I commissari saranno pure anticipatici – e lo sono pure troppo – nutrono verso di noi storici pregiudizi, spesso suffragati dalla realtà, ma venti anni fa non fu ordito alcun complotto per costringersi a entrare nell’euro. Nessuno ci puntò la pistola alla tempia, accettammo di nostra volontà di abbandonare una liretta screditata per sperare di iniziare una nuova storia, sfuggendo alle nostre responsabilità e sotto sotto cercando di scaricare le nostre inefficienze sul resto dell’area. Non avevamo fatto i conti con la tenacia dei nostri partner europei, che non hanno accettato e mai accetteranno di sobbarcarsi i guai che noi italiani ci trasciniamo da decenni per l’assenza di condizioni e volontà politica di risolverli.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Euro, Economia Italia