Discoteche chiuse brutto segnale per il calcio, dagli stadi perdite per centinaia di milioni

Serie A in affanno con gli stadi chiusi e la decisione del governo contro i locali da ballo prelude a perdite ancora più grosse delle attese per le squadre di calcio italiane.

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Serie A in affanno con gli stadi chiusi e la decisione del governo contro i locali da ballo prelude a perdite ancora più grosse delle attese per le squadre di calcio italiane.

Il campionato di Serie A si è da poco concluso, ma già lunedì prossimo il Milan inizia il ritiro. Le altre squadre seguiranno nei giorni seguenti. Il fischio di inizio per la prossima stagione 2020/2021 è stato rinviato alla seconda metà di settembre, ma di fatto manca poco alla ripresa del calcio italiano in quella che possiamo definire senza indugi la più anomala estate di chissà quanti decenni, causa emergenza Covid. I club speravano che la nuova stagione coincidesse con un graduale ritorno alla normalità, ovvero che avrebbero potuto vendere i biglietti allo stadio per fare entrare i tifosi. Invece, le gare si giocheranno certamente a porte chiuse nella fase iniziale.

L’obiettivo della Lega di Serie A è stato in questi mesi di trattare con il governo la riapertura degli stadi dal mese di ottobre, ma questa prospettiva si è allontanata rapidamente con la recente chiusura imposta dal Ministero della Salute alle discoteche e locali da ballo. Il principio di presidenti e manager del calcio era semplice: se lo stato permette nei fatti gli assembramenti in luoghi relativamente circoscritti e chiusi come le discoteche, quale serio impedimento ostacolerebbe in autunno la riapertura degli stadi? Magari, ipotizzavano ingressi limitati rispetto alla capienza massima, ma dopo lo stop a un pezzo importante della movida notturna, le speranze di rivedere presto i tifosi sugli spalti si sono, se non spente del tutto, quasi.

Perché le discoteche resteranno chiuse anche dopo l’ordinanza del governo

Stadi vuoti, perdite enormi

Le gare di Champions ed Europa League trasmesse in chiaro in queste settimane di agosto ci consegnano immagini di stadi vuoti, di vittorie e sconfitte clamorose senza quel pathos tipico creato da decine di migliaia di voci che si uniscono per intonare cori e sostenere la propria squadra.

E’ uno scenario triste, desolante, ma anche dispendioso per le società. I ricavi delle gare, cioè la vendita dei biglietti ai botteghini degli stadi, incidono per il 14% del fatturato complessivo della Serie A. Parliamo di qualcosa come 380 milioni di euro a stagione.

Solo per darvi idea delle perdite, la Juventus ha chiuso la stagione 2018/2019 con ricavi dalla vendita dei biglietti per 71,4 milioni, l’Inter per una cinquantina di milioni, il Milan per 34,1 milioni, la Roma per quasi 45, il Napoli per 19 (dato riferito al 2018, prima che iniziassero i lavori di ristrutturazione al San Paolo), la Lazio per 11.

Capite bene che i tifosi allo stadio servono non solo per incitare i propri beniamini, quanto soprattutto per pagare loro gli stipendi. Chiaramente, non tutte le gare sono uguali. I cosiddetti “big match” sono quelli che regalano maggiori soddisfazioni, con incassi anche nell’ordine dei 4-5 milioni. Parliamo di partite come Juve-Milan, Milan-Inter, Inter-Milan, Juve-Napoli, Inter-Napoli, etc. E negli ultimi anni, contrariamente a quanto molti di noi immaginano, i tifosi negli stadi ci sono andati più numerosi e hanno complessivamente sborsato di più per seguire le loro squadre.

Biglietti più cari agli stadi in Serie A per colmare il gap con i campionati big europei?

Stagione abbonamenti a rischio

Il problema è anche di programmazione. Una parte consistente dei ricavi del ticketing arriva dalla vendita degli abbonamenti e proprio nelle settimane pre-campionato, essenzialmente in agosto, quando ciascun club ha ormai completato il calciomercato e i tifosi accorrono a seguire l’ultimo acquisto altisonante. Ebbene, non conoscendo neppure il numero delle gare che potrà essere seguito dagli spalti, quanti si abboneranno al prossimo campionato? Anzi, i club dovranno pure tenere conto delle perdite accusate dagli abbonati durante il campionato 2019/2020, avendo pagato per un numero di gare superiore a quello fruito, dato che da inizio marzo il governo ha imposto la chiusura degli stadi. Se il rimborso non è un’ipotesi automatica possibile per pure ragioni contabili, quanto meno si dovrà avere un occhio di riguardo in fase di rinnovo dell’abbonamento.

Dunque, prezzi scontati, quando già gli incassi languono e non si sa quando riprenderanno a fluire nei bilanci societari.

Come per le discoteche, commettiamo spesso l’errore di sottovalutare i guai finanziari del calcio, identificando questo sport con i mega-stipendi di giocatori come Cristiano Ronaldo o di allenatori come Antonio Conte. In realtà, parliamo di un’industria dell’economia italiana, il cui campionato principale – quello di Serie A – fattura sui 2,8 miliardi di euro e dà da lavorare a decine di migliaia di persone, di cui solo una minima parte sono paperoni. Un business che riguarda anche le televisioni, il settore pubblicitario, il marketing, il merchandising, la sicurezza e che rischia di implodere sotto i nostri occhi, pur seduti chissà per quanto tempo su un comodo divano e lontani dagli spalti.

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