Disastro sociale, disoccupazione, povertà: i dati Confcommercio, al di là della propaganda

I dati Confcommercio danno una fotografia del disagio sociale in Italia, attraverso l'analisi di alcuni indicatori. La verità al di là della propaganda.

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I dati Confcommercio danno una fotografia del disagio sociale in Italia, attraverso l'analisi di alcuni indicatori. La verità al di là della propaganda.

Gli ultimi dati avevano restituito un quadro ottimistico: il PIL sarebbe salito oltre ogni attesa (seppur di poco, oltre le attese), così come la fiducia dei lavoratori. A smorzare i troppo facili entusiasmi (che, di fatto, non tengono in conto del quotidiano del famiglie italiane) arrivano nuovi dati della Confcommercio: il mese di luglio, il Misery Index si è attestato su 18,4 punti, in aumento di ben tre decimali in un solo mese. Cosa calcola questo indice? Il ‘disagio sociale’ e si tratta della sintesi tra la stabilità dei prezzi e l’aumento della disoccupazione ‘estesa’.

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La disoccupazione come fonte fondamentale del disagio sociale

La posizione di Confcommercio è chiara: “la presenza di un’area del disagio sociale ancora molto ampia rappresenta uno degli elementi che porta a valutare con una certa prudenza il quadro congiunturale”. In soldoni, significa che, nonostante gli annunci positivi, le aree del disagio sociale, quelle che colpiscono i redditi più bassi e precari, diventano più ampie. Insomma, si starebbe producendo un aumento della forbice: alcune classi sociali sentono la ripresa e hanno maggiore propensione alla spesa, mentre le classi più ‘povere’ e, soprattutto, ‘precarie’ non sembrano sentire né la ripresa né una maggiore attitudine alla spesa. Il nodo è la disoccupazione, ma anche la tipologia di occupazione che si riesce ad ottenere: la convergenza tra salari bassi e precarietà non spinge, ovviamente, a spendere e a rilanciare i consumi.

Quale futuro per l’Italia?

Difficile individuare una possibile soluzione alla questione. Il disagio sociale riguarda un’ampia fetta della popolazione che, abituata alla precarietà esistenziale ed economica, tende a spendere poco, anche quando avrebbe qualche possibilità in più. Si tratta – se si vuole – di un circolo vizioso (e, su questo punto, il vecchio Ford l’aveva colta): o si alzano i salari e si abbassano i prezzi, si incentivano i consumi, la gente compra di più, si produce di più, aumenta l’occupazione (perché ce n’è necessità) e così via oppure i salari restano bassi, i prezzi restano alti, i consumi rallentano, si produce di meno, diminuisce l’occupazione. La ricetta, insomma, è il lavoro: la misura di reddito di inclusione (oltre a essere, probabilmente, poco più che propaganda, per alcuni ‘dannosa’) riguarda l’assistenza e non il lavoro.

Così, l’Italia non crescerà mai.

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