Nuovo governo senza PD? Renzi fa il duro, ma c’è il trucco: ecco cosa accade davvero al Nazareno

Matteo Renzi annuncia dimissioni "postdatate" da segretario del PD e attacca il capo dello stato, chiudendo alle alleanze con Movimento 5 Stelle e centro-destra. Malumori al Nazareno. Ecco gli scenari possibili.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Renzi annuncia dimissioni

“Ho dato le mie dimissioni, ma le ho rifiutate” è solo una delle innumerevoli battute ironiche di Winston Churchill, uno dei più grandi statisti del Novecento, che deve alla sua verve linguistica un Nobel per la letteratura. E’ accaduto qualcosa di quasi simile ieri con il segretario del PD, Matteo Renzi, anche se nel discorso pronunciato in conferenza stampa alle 18.00 non c’era niente dello statista e molto probabilmente non arriverà mai alcun Nobel all’ex premier. Egli ha deciso di parlare dopo ore di incertezze sulla sua sorte da leader democratico. Intorno a mezzogiorno si era diffusa la voce delle sue dimissioni da segretario, smentite poco dopo dal portavoce. Tuttavia, l’esito disastroso del PD, che ha ottenuto appena il 19% dei consensi, ha portato alla conseguenza inevitabile, sebbene Renzi abbia voluto fare ancora una volta a modo suo: dimissioni sì, ma dopo che saranno eletti i presidenti di Camera e Senato. Tempistica corretta, si direbbe, perché un gruppo parlamentare necessita di una guida e di una linea politica in una fase così importante della vita istituzionale.

In realtà, nell’annunciare che saranno indette nuove primarie per scegliere il segretario, Renzi nulla ha detto se intende o meno parteciparvi, tanto da avere irritato non solo la minoranza interna, che già dalla mattinata di ieri ne reclamava le dimissioni, bensì pure pezzi della sua stessa maggioranza, quella di area franceschiniana, che pare essere piuttosto infuriata non solo e non tanto per il risultato delle urne, bensì per la gestione del dopo. L’ex capogruppo del PD al Senato, Luigi Zanda, ha criticato, ad esempio, il metodo delle dimissioni non immediate, intravedendo in esse un attendismo che non farebbe bene al partito.

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Renzi non poteva essere più esplicito, quando ha più volte ripetuto “niente caminetti” per designare il successore e nessun accordo con gli estremisti, con chi “ci ha accusati di essere mafiosi, di avere mani sporche di sangue”, etc. Parole, che sembrano segnalare due cose, anzitutto, ovvero l’indisponibilità a compiere un passo indietro e a lasciare il posto pro tempore a un dirigente del PD nominato dai vertici, nonché una linea di chiusura a un qualsiasi tentativo di dialogo con il Movimento 5 Stelle, in particolare, per formare il nuovo governo. Il segretario dimissionario ha sancito il passaggio del suo partito “all’opposizione”.

Attacco a Mattarella e niente accordi

Un discorso apparentemente scontato e, invece, profondamente imbarazzante per il Nazareno. La ripartizione dei seggi al Senato vede il PD a soli 53 senatori su 315, il centro-destra a quota 135 e l’M5S a 114. Alla Camera, il centro-destra conterà 260 deputati, l’M5S 221, il PD 110 + 2 dell’SVP. Dunque, senza il sostegno dei democratici, nessun governo potrebbe nascere, tranne che il centro-destra o un suo pezzo (Lega) non si accordi con i grillini. Posizione più che legittima quella di Renzi, ma che sta creando sconcerto all’interno del partito, perché aggrava il compito del presidente Sergio Mattarella, il quale chiederà agli schieramenti un surplus di responsabilità, visti i numeri e data la necessità di formare un nuovo governo. Viene il dubbio che Renzi stia giocandosi la carta del “duro e puro” contro gli “inciuci”, magari sperando di finire in minoranza nel PD e di essere così costretto, agli occhi dell’opinione pubblica, a farsi un partito personale à la Macron, ambendo a raccogliere i consensi centristi tra quanti non vorrebbero alcun accordo con i “populisti”.

E il segretario ne ha avute persino per il capo dello stato, quando ha legato l’esito disastroso del PD al rinvio delle elezioni, che si sarebbero potute celebrare “in almeno due occasioni lo scorso anno”, dopo la sconfitta incassata sul referendum costituzionale di fine 2016. In pratica, la linea renziana è la seguente: se fossimo tornati al voto dopo il referendum, avremmo capitalizzato da quel 40% ottenuto e, invece, lo abbiamo disperso totalmente. Giusto o sbagliato che sia il suo ragionamento, la recriminazione pubblica ha allargato il solco che divide l’ex premier dal Quirinale.

E adesso? Nessuno pubblicamente ha ancora contrapposto a Renzi una linea diversa, né sembra immaginabile che uno dei plenipotenziari del partito, come il ministro uscente Dario Franceschini, si metta a intavolare trattative con l’M5S per varare una nuova squadra di governo. Tuttavia, in ballo esistono le presidenze delle Camere e il futuro del PD, che rischia la marginalizzazione politica in questa legislatura, dopo avere già subito quella numerica. Che il Nazareno apra a un governo Salvini appare improbabile, ma che si ragioni su una qualche forma di collaborazione con un esecutivo di centro-destra guidato da una figura non così di rottura, come quella del leader leghista, appare più verosimile.

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Serve accordo politico di governo

Del resto, serve un accordo politico e non un mercanteggiamento di parlamentari, come pure aveva fatto trasparire il capogruppo uscente di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, la notte delle elezioni. Per due ragioni il centro-destra non potrà avvalersi del sostegno di singoli “responsabili”: gliene servirebbero quasi una sessantina alla Camera e oltre una ventina al Senato. Troppi, tranne che non ci s’immagini uno sfaldamento totale del PD, che non sembra nell’aria. Secondariamente, se Matteo Salvini si mettesse a imbarcare questo o quel deputato e senatore per raccogliere una maggioranza e andare a Palazzo Chigi, farebbe il migliore regalo possibile ai 5 Stelle, offrendo l’immagine pubblica di un governo nato sui voltagabbana e non da un accordo politico, pur doloroso. Si brucerebbe sia come leader della coalizione, sia come possibile vincitore netto alle elezioni successive.

Un governo con una prospettiva non di legislatura, ma nemmeno breve, sarebbe possibile su un accordo tra PD e centro-destra, se vi fosse la volontà politica di entrambe le parti. A dire il vero, la minoranza sarebbe più tentata da un accordo con i grillini, che vedono programmaticamente più vicini a sé e più facile da far digerire alla base. Tuttavia, notava ieri sera il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, non sarebbe per niente facile dire a chi ha votato domenica PD che si faccia un governo insieme a quanti li abbiano insultati fino all’altro ieri con toni molto pesanti. Con Renzi segretario, il PD non farà alleanze per pura strategia, puntando al caos istituzionale per far cuocere nel loro brodo proprio i grillini, che digiuni di politica, ieri hanno sbroccato con Alessandro Di Battista, il quale ha attaccato duramente il discorso di Renzi.

La carta Calenda

Poiché a nuove elezioni non vorrebbe andare nessuno, una maggioranza dovrà pure trovarsi. Come? Dopo la chiusura del segretario PD, due gli scenari più probabili: un governo del presidente, la cui guida sarebbe affidata a una figura super-partes e che imbarchi tutti i principali partiti; una rivolta interna al Nazareno e conseguente asse con il Quirinale per giungere a un accordo con l’M5S o con il centro-destra. Nel primo caso, tuttavia, Renzi pretenderà che a sottoscrivere l’intesa siano prima grillini e centro-destra e solo dopo pubblicamente darebbe il suo avallo. Il rischio insito in questo scenario appare evidente, ossia la nascita di un governo di tutti e di nessuno, che ogni giorno dovrebbe trovare la maggioranza alle Camere per fare passare ogni provvedimento. E il 10 aprile bisognerà presentare il nuovo Def (Documento di economia e finanza). Pare che dovrà farlo ancora il governo Gentiloni, che ha visto ben quattro ministri di peso (Marco Minniti, Dario Franceschini, Claudio De Vincenti e Roberta Pinotti) essere battuti duramente nei collegi in cui erano stati candidati, di fatto delegittimando sul piano politico persino la prospettiva pre-elettorale che l’esecutivo resti in carica per mesi, in assenza di alternative.

Attenzione agli ultimi movimenti attorno al PD. Vi ricordate del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che in piena campagna elettorale si è mostrato molto attivo sul caso Embraco, in particolare, e che aveva sostenuto la lista di Emma Bonino +Europa, pur rifiutandosi di correre alle elezioni e dopo avere segnalato la propria distanza dal PD? Bene, è tornato a farsi sentire su Twitter con l’annuncio della sua iscrizione proprio al PD, che va “risollevato”. Egli ha anche condiviso la linea renziana di chiusura a un governo con l’M5S, ma non ha detto altro sul centro-destra, Lega compresa. In sostanza, il ministro si potrebbe giocare la carta del premier delle larghe intese tra PD e centro-destra, che già meditava prima delle elezioni, ma senza la Lega, rivelatasi ora principale partito della coalizione. Ipotesi non da escludere, ma nemmeno molto probabile, perché Salvini rinuncerà magari a guidare il prossimo governo, ma non certo per regalare Palazzo Chigi a un qualche esponente del centro-sinistra.

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Argomenti: Matteo Renzi, Politica, Politica italiana